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L’esultanza giusta di Robin

Dopo il gol alla sua storica ex squadra, Van Persie ha deciso di non contenere la sua gioia. Siamo sicuri che sia un valido motivo di indignazione?

La cosa più bella dell’esultanza di Robin Van Persie è la reazione di Arsene Wenger. Cioè: il silenzio. Quello, sì proprio lui, praticamente suo figlio sportivo, ha appena segnato contro l’Arsenal e dopo il gol, casualmente o no, ha cominciato a urlare come non sempre fa. Vedendola in tv c’era da chiedersi se si stesso confondendo col passato o se lo stesse facendo apposta. Lì, allo stadio, a tutti è sembrata la seconda: un urlo in faccia all’avversario, una sfida, una scarica di adrenalina. Per Van Persie e per il pubblico del Manchester United. Perché questo è esultare: sfogarsi, liberarsi, godere. Van Persie che segna il gol decisivo e vincente dello United contro l’Arsenal sbatte in faccia al mondo la porta della retorica. Sì, ha festeggiato il gol contro la squadra che l’ha trasformato in un campione, contro l’allenatore che l’ha esaltato più di ogni altro. Wenger sabato aveva detto: «Robin sarà un Gunner a vita». Può essere, ma non quando gli gioca contro. Lo sa lui e lo sa anche lo stesso Arsene. Il silenzio è il lasciapassare alla libertà di essere se stessi. Segnare è troppo bello, a prescindere. Se Wenger avesse protestato, se avesse reagito in qualche maniera, avrebbe dato a quell’istante una carica sproporzionata all’istante stesso. Silenzio. E vai Robin, non ti preoccupare, è giusto così. Perché il rispetto vero non è non esultare se segni contro la tua ex squadra. Quella è ipocrisia che distrugge il rispetto vero: quello verso la propria professione. E per i tifosi della squadra in cui giochi adesso: mi fai il piacere, caro, di godere per me.

Wenger sabato aveva detto: «Robin sarà un Gunner a vita». Può essere, ma non quando gli gioca contro.

Non se ne può più di calciatori che castrano la propria gioia se fanno gol a una squadra nella quale hanno giocato. Si vedono ogni domenica: tiro, gol. E dopo il gol un’atmosfera di presunto dispiacere. Si vedono giocatori che non esultano da anni: hanno girato così tante squadre da non potersi sfogare mai, da non poter gioire mai. Dicono di farlo per rispetto della gente che fino a poco tempo prima li amava. È una sconfitta. Il politicamente corretto che trionfa sulla bellezza del calcio e dello sport. E cioè: chi vince gode, chi perde piange.

Un codice di autoregolamentazione del rispetto del tifoso che fa ridere, perché scade nel grottesco. Se tu decidi di andare in un’altra squadra chissenefrega se quando segni contro di me esulti. Se ami una maglia, se senti di essere legato a una città e alla sua gente non te ne vai. Siccome nessuno crede all’amore pallonaro, al rapporto tra un giocatore, un club e i suoi tifosi, allora basta: liberi tutti. Segni ed esulti, punto. Perché tanto il solo fatto di fare gol ti fa odiare, l’eventuale esultanza è soltanto il corollario di una delusione. Anzi, chi esulta fa anche un favore: permette ai suoi ex tifosi di insultarlo, quindi di sfogarsi a loro volta, di accettare prima la delusione. No, non provate a dire che è una partita di giro: per uno che non esulta a tuo favore, ce n’è uno che non esulta contro. Non può funzionare così, non deve funzionare così.

Basta con la falsità, allora. Esultino per se stessi, per i loro compagni, per i nuovi tifosi. Esultino anche per i vecchi, vivaddio. Perché di quelle scene pietose non se ne può più. E perché così lascerebbero spazio agli unici che possono non esultare. Quelli che lo fanno per se stessi, non per gli altri. Come se Totti non esultasse contro la Roma, se un giorno ci giocasse contro. Come Maldini se avesse mai segnato contro il Milan. Sono pochi quelli che possono permettersi il lusso di non gioire. A loro bisogna concederglielo per rimanere sportivi e umani. Non agli altri. Van Persie è un esempio positivo, non negativo. Ciò che molti non vogliono accettare e che invece dovrebbe essere la base dello sport. L’incoerenza è il pilastro attorno al quale si costruisce la carriera di un calciatore, senza che noi si stia qui a fare troppa esegesi dei loro comportamenti. L’ha scritto qualche tempo fa Piero Vietti, sul Foglio: «Firmando il contratto con l’Arsenal, Van Persie giurò che questo era un sogno d’infanzia che si avverava: cresciuto in un quartiere operaio di Rotterdam, aveva sempre tifato per i colori dell’Arsenal, disse. Quando nell’agosto del 2012, da capitano dell’Arsenal, si trasferì al Manchester United, usò parole simili: “Per venire qui ho ascoltato il bambino dentro di me, e quel bambino gridava Manchester United”. Cercare una coerenza calcistica nella vita di Robin Van Persie sarebbe esercizio pigro tanto quanto lamentarsi della mancanza di bandiere nel calcio moderno. Neppure i tifosi possono sottrarsi a questa legge: per ogni fan dell’Arsenal che gli augura di rompersi il ginocchio, ce n’è uno del Manchester United pronto a giurargli amore eterno. Lo storico striscione esposto all’Emirates stadium dai suoi ex tifosi – “Non ci serve Batman, noi abbiamo Robin” – è stato arrotolato e messo a impolverarsi in qualche cantina, o più probabilmente bruciato assieme alle magliette con il numero 10 sulle spalle che tanti ex innamorati del suo sinistro a Londra hanno dato alle fiamme quando la notizia della sua partenza per Manchester diventò ufficiale».

Bisogna accettare che le priorità di un calciatore siano diverse da quelle di ogni altro. Lo capisci quando senti parlare Maurizio Acerbi, tifoso dello United e solo dello United, di Cristiano Ronaldo. Che più o meno, molto più che meno, sta al Manchester come Van Persie sta all’Arsenal: «Se tornasse, sarebbe fantastico, se restasse al Real sarebbe un nemico: che esultasse o meno in una partita di Champions con noi, sarebbe maledetto lo stesso». Allora prendi Robin e portalo a casa, così come con tutti i campioni pagati per fare ciò che amiamo del calcio: farci vincere. Van Persie è programmato per quello e per poco altro. Ha una faccia da bravo ragazzo che nasconde un animale del pallone. Un egoista, uno autoprogrammatosi per diventare qualcuno e basta: «Fino a quattordici anni ho fatto quello che volevo, ero come un bambino in un negozio di caramelle, prendevo tutto quello che vedevo alla mia portata. A quattordici anni ho capito di essere a un bivio: avrei potuto perdermi facilmente. Vedevo i miei amici fare un sacco di stupidaggini, mi invitavano a bere, fumare e fare anche un sacco di altre cose… dopotutto eravamo in Olanda. Ma non ho ceduto al lato oscuro. Avrei potuto fare tutto questo pure io, ma non l’ho fatto, ho sempre detto di no. Qualche tempo fa ho ripreso in mano una foto della mia squadra di quando avevo quattordici anni e ho guardato le facce di tutti i miei compagni. E, sapete?, tutti quelli che facevano quelle cose non ce l’hanno fatta». Lui ha calcolato come sfuggire alla vita che non voleva. Un egoista intelligente, che pare una contraddizione ma evidentemente non lo è. Ha avuto la forza di investire nel proprio talento e nella propria capacità di imporsi sugli altri: ai tempi del Feyenoord, che dal ghetto di Rotterdam lo portò agli stadi di tutta Europa, litigava con tutti. Nei suoi profili e anche in molte interviste ricorre spesso la storia di lui che in una partita tira una punizione al posto di Van Hooijdonk, che all’epoca era il numero uno della squadra. Non era uno schema, era un furto: Robin fregò il compagno che stava prendendo la rincorsa. Sbagliò e fu il caos.

Un egoista intelligente, che pare una contraddizione ma evidentemente non lo è. Ha avuto la forza di investire nel proprio talento e nella propria capacità di imporsi sugli altri.

Irascibile, casinista, sbruffone. Van Persie ha la faccia da bravo ragazzo e la storia e il carattere del bulletto alla Balotelli. Capace di gol pazzeschi, tra i più belli degli ultimi dieci anni di calcio inglese ed europeo. Da quando gioca in Premier League non ha mai chiuso una stagione con una media di gol di almeno uno ogni due partite giocate. Numeri da fantascienza per uno che è stato cercato molte volte da squadre italiane, tanto affamate di giocatori come lui quanto inadeguate finanziariamente a prenderlo. A trent’anni non cambierà campionato. Può cambiare squadra, ancora. Prometterà ancora amore, sapendo di non poterne dare più di quanto ragionevole, più di quanto professionalmente accettabile. La prostituzione dei piedi e del cuore pallonaro non è un reato e non è neanche immorale. Fa parte del gioco, conviene accettarlo a tutti. Non sbaglia Van Persie e i suoi simili, sbaglia chi si indigna senza un vero perché.

 

Nell’immagine, Van Persie esulta in un Manchester United – Aston Villa, 22 aprile 2013. Alex Livesey / Getty Images

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