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Les jeux sont faits

Il torneo dei raccattapalle, l'onda d'urto del gran finale, tra i "come on" di Sharapova e la passeggiata di Rafa in finale.

Quinta (e ultima) puntata dei dispacci dal Roland Garros. In fondo all’articolo i collegamenti alle puntate precedenti.

Il team di raccattapalle scelto per le due finali di singolare maschile e femminile è composto da diciotto ragazzini, sedici maschi e due femmine, più due addetti a reggere l’ombrello ai cambi campo, distribuire bevande ai giocatori e gettare mano a mano la spazzatura prodotta durante l’incontro. Vado a trovarli nel loro spogliatoio per il briefing alla vigilia della finale femminile: all’ingresso c’è una griglia, che qui in Francia chiamano buffamente trombinoscopio, con tutte le fotografie dei ragazzi e sotto i loro nomi, che somiglia alla bacheca di un ufficio persone scomparse. Tutto attorno centinaia di foto ricordo, tra cui una dall’anno scorso che mostra un ramasseur mentre sta per lanciare una pallina a Federer, che aspetta di essere servito con la sua migliore espressione schifata.

Hanno tutti tra i dodici e i sedici anni: 2500 si sono presentati per partecipare al Roland Garros, 400 hanno poi fatto una formazione da cui ne sono stati scelti 220 per lavorare durante il torneo, assieme a 30 presi tra quelli dell’anno passato. Le ragazze sono il 25%, chiedo la ragione della differenza percentuale di genere e mi dicono che semplicemente riflette il campione dei tesserati alla Federazione Francese di Tennis. È un lavoro duro, spesso i raccattapalle dicono che faticano più dei giocatori, e quest’anno finora ci sono stati 10-15 infortuni sul campo; una di loro è persino svenuta durante una partita.

In queste due settimane sono stati esaminati durante ogni singola partita, le valutazioni servono a decidere quale sarà il gruppo a cui verranno assegnate le finali: fattori determinanti nell’essere un buon raccattapalle sono la regolarità con cui si svolgono i propri compiti, la velocità, la capacità di osservazione, la coesione dei vari gruppi. Poi vedo riportati diversi episodi, ad esempio leggo che Chloe ha fatto cadere a terra un asciugamano, Augustin invece è passato davanti al giocatore tra la prima e la seconda di servizio, qualcun altro ha fatto rimbalzare troppo la palla nel passarla al compagno. Probabilmente loro non ce l’hanno fatta.

Intorno alle due, un’ora prima del match, gli eletti scendono nel sottoscala del campo n.1, e a ognuno viene lanciata una bottiglietta d’acqua mentre il loro responsabile fa un discorsetto finale: comincia esprimendo il suo dispiacere per non avere un francese in finale e l’ambiance che l’occasione avrebbe creato, poi li invita a approfittare della grande occasione, gli ricorda che tutti gli occhi saranno puntati su di loro, che sono lì a rappresentare tutti i raccattapalle del torneo. “Assaporate il momento, siate all’altezza”, poi li invita a essere “cool” con i colleghi esclusi, e a prepararsi a qualsiasi cosa arriverà: critiche, gelosie, invidie. Si parla dei fiori da portare davanti alle giocatrici che entrano, poi un applauso collettivo per caricarsi e si va. Qualcuno ha appeso un foglio al muro con la scritta a pennarello “Roland Garros 2013″, con sotto disegnato un cuore trafitto da una freccia.

Fuori c’è aria di festa, clown sui trampoli, una banda di ottoni, le file di sedie sistemate davanti al maxischermo. Vedo già dei gruppetti sistemati, che mangiano alcune tra le oscenità in vendita ai chioschi di modo che lo stordimento calorico li aiuterà a non lasciare i posti presi e a ingannare il tempo, visto che manca ancora un’ora e mezza. Però li accanto ammiro una coppia di signori di una certa età, che seduti composti su una panchina apparecchiano cerimoniosamente il loro pranzo custodito in dei contenitori di plastica, con piccoli vani per ogni portata: le uova sode, il cous cous, la torta rustica e le fette di mela già tagliate. A pochi metri da loro ci sono delle colonnine con caricabatterie pubblici per telefonini, con i cavi così corti che devi tenere il cellulare in mano perché non riesci a poggiarlo, forse per farti sentire un po’ stupido per quello che stai facendo.

Il senso del torneo maschile si è esaurito con quei cinque set di Nadal vs Djokovic: i due raggiungono un piano che è tutto loro

Prima ancora dei premi e delle bande però c’è stata la deflagrazione prodotta dalla semifinale tra Nadal e Djokovic, e tutto ciò che ne è seguito è stato un tentativo di riprendersi dalla violenza dell’accaduto. Il senso del torneo maschile si è esaurito con quei cinque set che hanno visto prevalere Nadal dopo più di quattro ore e mezza; messi uno di fronte all’altro ormai i due raggiungono un piano che è tutto loro, compiono gesti diversi, portano la fisica del gioco dell’avversario a estremi che gli altri non osano esplorare.

Volano persino dei cappelli in campo durante i loro scambi, risucchiati dal vortice del combattimento. Attacco, difesa, capacità di rischiare, tenuta atletica, gestione della pressione: sono forse gli unici due tennisti che attualmente non perdono un’unghia del loro gioco in nessuna situazione in cui si trovino, fino all’ultimo punto della partita. O meglio Djokovic fino al quartultimo punto, quando sul 7-8 ha servito per restare nel match e ha perso il game a zero, in un minuto o poco più. Aveva chiesto che gli annaffiassero il campo perché era diventato scivoloso, troppa terra volata via. Ma per farlo ci vuole l’accordo dei due giocatori, ovviamente a Nadal il campo andava bene così.

Alla fine del loro match guardare un campo da tennis fa quasi male agli occhi, ma non c’è tempo, Tsonga e Ferrer devono giocare l’altra semifinale. Ma lo stadio è ridotto al cratere di un’esplosione, la folla spazzata via dagli spalti, ne viene fuori un susseguirsi di punti sconnessi; il pubblico scosso che prova a ritornare dentro per sostenere il connazionale, mentre un’ombra sale a coprire lentamente tutto il campo, come un sipario. Tsonga, confuso come a un primo appuntamento, si lamenta anche dell’ombra in questione mentre non ne azzecca una e perde in tre set veloci, contro uno che ha un decimo del suo talento e dieci volte le idee più chiare. Il francese lascia il campo scuotendo la testa tra qualche fischio, l’altro sorride per la sua prima finale in uno Slam raggiunta a 31 anni, esce tra applausi fiacchi come dopo la fine di un primo turno, ma pazienza.

Il sabato finalmente si giunge alla finale femminile, tra Maria Sharapova e Serena Williams. Fa caldo, il sole durante la settimana è riuscito a imporsi regalando scorci di cieli quasi mediterranei, una distesa azzurra senza neanche una nuvola, almeno per un’oretta o due al giorno. Maria già spinge dal palleggio di riscaldamento, nelle presentazioni delle atlete durante la buffa parentesi delle descrizioni e delle misure viene precisato che lei è quella che indossa la casquette bianca, che è alta 1.88cm per 59kg, mentre Serena è 1.75cm per 70kg.

Già dai primi punti il forcing di Serena in risposta è mostruoso, Maria si salva da 0-40 e già si incita con un come on ogni due punti. Avendo Maria realizzato 56 punti nella partita (che ha poi perso in due set), e avendo io contato almeno venti suoi come on udibili e/o visibili, fa quasi un’incitazione ogni due quindici vinti. Prima di ogni punto la russa cammina verso il fondo del campo, si ferma di fronte a una linea immaginaria accorciando gli ultimi passi, poi dopo qualche secondo immobile si volta e va a posizionarsi in campo. Come se ogni punto fosse un’entrata in scena.

Lentamente anche Serena comincia a emettere suoni durante lo scambio, che saliranno sempre più di volume, decisamente più minacciosi degli acuti di Maria. Il primo come on di Serena arriva quando recupera da 0-2 a 2-2 nel primo set, e vale come i sette precedenti di Maria, è prolungato e rivolto all’avversaria, che cammina a testa bassa verso la propria sedia. Ne conto cinque alla fine dell’incontro, su 71 punti realizzati. In tutta questa tracimazione di agonismo fa tenerezza udire il flebile sorry che entrambe pronunciano quando a causa del vento sbagliano il lancio della palla, e interrompono il movimento del servizio.

Siede accanto al trofeo come una divinità: a 31 anni sta dominando il tennis femminile come nessuno ha mai fatto, ha casa a Parigi, è come un magnete che attrae perfezione esistenziale

Serena dopo la vittoria si inginocchia, sorride composta all’avversaria, poi si fa aria con la mano. Vengono portati dentro i catafalchi per la premiazione e per ingannare il tempo rompono il protocollo e intervistano le giocatrici prima della cerimonia, costringendole a ripetere le stesse identiche cose nell’arco di pochi minuti. Serena parla in un grazioso francese. In conferenza stampa siede accanto al trofeo come una sorta di divinità: a 31 anni sta dominando il tennis femminile come nessuno ha mai fatto, ha un livello di gioco inarrivabile per qualsiasi avversaria, ha casa a Parigi, ha un allenatore francese che è anche diventato il suo compagno, è come un magnete che attrae perfezione esistenziale. Le chiedono di come vive questa fase della sua vita, i suoi 31 anni: “I feel great, and I look great“.

Poi le nuvole che avevano iniziato a riaffacciarsi durante il sabato della finale femminile riprendono possesso del cielo dalle prime ore della domenica, riportando la temperatura ai primi giorni di lotta al coltello. La finale maschile è una faccenda tutta spagnola, ed è una storia già scritta. Nadal contro Ferrer è uno scontro impari, il primo gioca per vincere l’ottavo Roland Garros, il secondo è un debuttante. Nadal può giocare esattamente come Ferrer, poi salire di quattro-cinque marce e non fargli più vedere la palla.

Benedetti dalla presenza di Usain Bolt in tribuna d’onore, invitato a consegnare il trofeo al vincitore in un’insolita mossa mediatica in contrasto con la tradizione autoreferenziale del mondo del tennis, i due cominciano a scambiare pesante da fondo, ma dopo pochi game in cui tutti sogniamo un improbabile equilibrio i valori in campo cominciano a differenziarsi, per non incontrarsi più. Sul 2-2 del primo set Bolt twitta direttamente dalla tribuna “Match shaping up to be a good one“, ma da lì alla fine il parziale dei giochi dell’incontro sarà 16-6 per Nadal.

Quello che Bolt non aveva previsto e che ha reso bizzarramente interessante la partita è stata la pioggerella che è caduta per l’ultima ora (Ferrer ha accarezzato l’idea di sospendere, di nuovo Nadal era contento di continuare così), i capannelli di spettatori rumorosi, ma soprattutto l’invasione a metà del secondo set, con un uomo a torso nudo e maschera che brandendo un bengala è saltato in campo, con la scritta “Kids rights” sul torace. Pochi minuti prima di lui alcuni ragazzi dagli spalti hanno urlato slogan e esposto striscioni sui diritti dei bambini in Francia. Insomma era una protesta contro i matrimoni omosessuali. E quindi tra proteste discutibili, tempo ingrato e lievi irrequietezze del pubblico il match si è avviato con un’aria disordinata, accentuata dai molti ombrelli aperti sugli spalti e le coperte spuntate in tribuna autorità, verso l’inevitabile conclusione. Come nel femminile, anche qui abbiamo avuto un risultato imperiale: se Serena ha rivinto Parigi dopo 11 anni, Nadal l’ha vinto per l’ottava volta in nove partecipazioni. Nessuno aveva mai vinto uno stesso torneo dello slam otto volte, c’è da chiedersi se una cosa simile potrà mai riaccadere.

I really enjoy suffering“, aveva detto Nadal dopo la vittoria contro Djokovic, un concetto che spesso lo spagnolo illustra per spiegare la sua idea di competizione. Contro ogni idea romantica del tennis come uno sport di guizzi e momenti di incertezza, quasi sempre la vittoria, soprattutto qui a Parigi, arriva già ai punti prima di decretare il ko dell’avversario, quasi sempre quella a cui si assiste è una vera e propria erosione del rivale in campo, un prevalere lento e inesorabile.

Tutti i campi vengono ormai messi a riposo, e alcuni hanno già l’aria di luoghi abbandonati, con la rete abbassata e la terra coperta di foglie. Mentre lo stadio Philippe Chatrier viene spogliato di tutti i macchinari e gli orpelli della competizione vedo riemergere il grigio del suo cemento, che ricorda un po’ la durezza che in fondo Parigi ha sotto la patina della dolcezza e dell’eterna promessa romantica dei suoi palazzi, dei nomi romanzeschi delle strade, delle file composte alle boulangerie nel deserto della domenica mattina.

Con la fine del Roland Garros si conclude la stagione della terra battuta, e il rosso mattone viene sostituito dal verde dell’erba per una manciata di settimane, effimere come la resistenza del manto alle intemperie. A un crocevia accanto al campo n. 2 vedo dei cartelli che indicano le distanze degli altri tornei dello Slam: New York è a 5839 km, Melbourne addirittura a 16950 km, ma Londra dista soltanto 365 km. Non ci vorrà molto ad arrivare, ci vediamo tra due settimane.
 

Prima puntata: Rossa terra di Parigi

 

Seconda puntata: Tennis bagnato

 

Terza puntata: Panem et circenses

 

Quarta puntata: Il crepuscolo

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