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L’epidemia del remake

Venerdì esce una nuova versione de La Cosa, tra prequel e remake. Degli anni '80 non si butta niente

Questo venerdì uscirà nelle nostre sale cinematografiche l’ennesimo prequel/remake/reboot targato Hollywood. Questa volta s’è deciso di rimettere le mani su uno dei film più riusciti di John Carpenter, ovvero La Cosa. È stato chiamato un regista dal nome assolutamente impronunciabile, tale Matthijs van Heijningen Jr., e s’è deciso di realizzare una sorta di ibrido: da una parte c’è il prequel, ovvero per chi ha visto il vecchio film di Carpenter, si racconta cos’è successo alla famosa spedizione norvegese. Dall’altra è chiaro anche guardando il trailer, che il film di Heijningen Jr. è un remake del film del 1982. Una piccola parentesi: all’epoca, nel 1982, il film di Carpenter fu un flop clamoroso. Il suo inquietantissimo alieno multiforma fu distrutto al botteghino da un altro alieno, leggermente meno spaventoso. Vi ricordate di quel filmetto intitolato E.T. diretto da tale Steven Spielberg? Ecco. Il povero John Carpenter uscì con le ossa rotte da quello scontro, ma il suo film con il tempo si è guadagnato lo status di grande classico, fino al riconoscimento di questo goffo prequel/remake. Altra parentesi: Carpenter, in un’intervista di qualche anno fa sul sito delle Suicide Girls, ha dichiarato che ha poca voglia di fare film nuovi (e chi ha visto il suo ultimo The Ward se n’è reso conto) e che ha intenzione di godersi la vita vendendosi i diritti dei suoi film. Halloween è finito nelle mani di Rob Zombie. The Fog l’ha rifatto Rupert Wainwright. Da anni si parla di un prequel di 1997: Fuga da New York con Gerard Butler nella parte di Jena “Snake” Plissken e su La Cosa abbiamo già detto. E Carpenter se la gode. Giustamente, aggiungerei.

Lungi dalle nostre intenzioni criticare a priori la pratica del remake. Abbiamo perso da tempo quel sacro fuoco che ci impediva di ragionare lucidamente di fronte ai remake. Messi di fronte all’evidenza che a Hollywood hanno smarrito da tempo l’ispirazione per fare qualcosa di nuovo, ci siamo piegati a questa pratica, tentando di vederne in qualche modo gli aspetti positivi. Tento di spiegarmi meglio con un esempio: nel 2008, mentre l’80% della popolazione mondiale si strappava i capelli per Twilight, contemporaneamente vedeva il buio delle sale un gioiellino come Let The Right One In, piccolo capolavoro svedese. Il film di Tomas Alfredson ha fatto il giro del mondo ed è uscito anche nelle sale cinematografiche italiane. Poi, grazie all’interessamento di Matt Reeves, ne è stato fatto un remake a stelle e strisce intitolato in Italia (non si spiega esattamente perché) Blood Story. Succede questo: esce il film e un’orda di difensori del libero cinema svedese se la prende con le multinazionali del terrore americano e decide di boicottare il film di Reeves, adducendo motivazioni assolutamente insensate. Motivazioni che tendono a sottolineare la santità e l’intoccabilità dell’opera originale. Vale la pena di ricordare tre cose. Uno: Blood Story è stato pubblicizzato (più o meno) come “il remake di quel film di culto”. Non s’è voluto insabbiare il fatto che fosse un rifacimento. Si può discutere sul perché fare un’operazione del genere, ma bisogna essere in grado di vederne l’onestà (lo dico perché in altri casi non è andata così. E mi dispiace dirlo, ma The Departed Vs. Infernal Affairs è lì a testimoniarlo). Questo porta anche a una conseguenza: a meno che io non sia stato operato con un tronchese al cervello, se mi è piaciuto il remake, vado a vedermi o cercare l’originale. Come i commenti di youtube: “pollice su se siete arrivati qui grazie a Blood Story”. Due: il film svedese quando è uscito in sala da noi è stato per lo più ignorato. Non ci si può lamentare che i cattivissimi americani occupino le nostre sale se poi quando c’è da farsi vedere al cinema, preferiamo stare sul nostro divano a mangiare le Pringles. Terzo e più importante dato: il remake di Blood Story è fedelissimo all’originale. Questo vuol dire in prima battuta che Matt Reeves s’è sbattuto poco, ma soprattutto che s’è deciso di buttare sul mercato mondiale un film horror coraggioso. In questo caso specifico, il fatto che si sia deciso di cambiare il meno possibile dall’originale, è un plus. Se avessero modificato dei temi fondamentali del film, sarebbe giustificato scendere con i forconi in piazza e tentare di bruciare la pellicola. Ma, visto che questo non è stato fatto, c’è da augurarsi che più gente possibile veda Blood Story e che storie del genere diventino interessanti soprattutto per il cinema mainstream.

Ciò detto, è indiscutibile che a Hollywood ormai s’è perso un po’ il polso della situazione per quanto riguarda i remake. Il botteghino ha decretato che aggiornare i college teen movie anni Ottanta, premia. Dopo il successo della nuova versione di Footloose e del Tv Show ispirato a Teen Wolf (Voglia di Vincere), sta per uscire nelle sale il film ispirato alla serie televisiva che ha lanciato nel lontano 1987 Johnny Depp, 21 Jump Street. Visto che degli Ottanta non si butta via nulla, sono già in preparazione una nuova versione di Dirty Dancing, ma soprattutto di Corto Circuito. A questi si aggiungono, a quanto pare, tantissimi altri remake di film di quel periodo, fino ad ora solo annunciati: Robocop (1987), Dune (1984), Highlander (1986), I Guerrieri della Notte (1979), Excalibur (1981) e addirittura La Casa (1981). Ok, non so voi, ma io sono molto più preoccupato per questi remake che per quelli fatti ai danni delle piccole cinematografie esotiche. Abbiamo già assistito ai danni perpetrati da Michael Bay, Marcus Nispel e soci alle colonne portanti del nostro immaginario cinematografico – i vari Non Aprite Quella PortaNightmare 2.0 – e siamo dunque autorizzati a preoccuparci e a batterci per la difesa della nostra beata giovinezza. Molto più interessanti i remake di quelle pellicole che sono diventate un caso in patria, ma che non hanno avuto adeguata distribuzione nel mondo. In questi casi, come già accaduto per l’esempio Let The Right One In vs Blood Story, può anche cadere l’obbligo di dover aspettare almeno 20 anni prima di mettere mano a un titolo. Prendiamo l’esempio, poi non andato in porto pare anche a causa delle tante proteste, del remake di Old Boy: il film coreano del 2003 doveva essere rifatto due o tre anni fa da Spielberg con Will Smith come protagonista. In cantiere invece ci sono due film molto interessanti. Da una parte uno dei più bizzarri film di fantascienza (sottogenere “viaggi nel tempo”) degli ultimi anni, ovveroLos Cronocrímenes di Nacho Vigalondo. Piuttosto incredibile invece l’idea della Columbia Pictures di rifare uno dei film più assurdi di sempre, Dai Nihonjin, circolato in qualche festival con il titolo internazionale di Big Man Japan. Parliamo di una pellicola scritta, diretta e anche interpretata dall’artista comico giapponese Hitoshi Matsumoto. Un mockumentary sulla deprimente vita di un uomo capace di trasformasi in un gigante pronto a difendere la propria patria dagli attacchi di orribili e cattivissimi mostri. Un prodotto difficilissimo da estrapolare dal suo contesto nipponico. Ma, nel caso ci fosse qualcuno in grado di farlo decentemente, non vedo perché non esultare. Certo, il fatto che sul progetto siano stati messi Matt Manfredi e Phil Hay, ovvero i peggiori sceneggiatori del secolo, responsabili di crimini contro l’umanità come Aeon FluxLo Smoking, e Scontro Tra Titani, non ci rassicura molto.


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