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La sinistra e l’effetto (Davide) Serra

Ogni volta che dice la sua indigna e chiama espressioni di preoccupazione da parte dei puristi più ortodossi. Ma quello dello spietato uomo nero delle Cayman è solo un altro mito; il mondo cambia e la realtà ci dice altro.

L’enciclopedia Treccani definisce la mitopoiesi come «l’attività spirituale creatrice dei miti, che già Platone considerava più particolarmente propria dei poeti, distinguendola dall’attività più specificamente teoretica, generatrice di verità e di conoscenza, propria dei filosofi». Storicamente i miti hanno sempre aiutato l’uomo a razionalizzare gli aspetti meno comprensibili della sua esistenza, a crearsi un riparo dalle asperità del vivere, a cementare le basi di popoli e comunità e generare un repertorio di immagini da cui attingere per riconoscersi e fissare identità.

La mitopoiesi, tra le altre cose, è ciò a cui la sinistra italiana ha sempre fatto ricorso per chiamare a raccolta i suoi elettori e definire i confini della sua identità, del suo perimetro culturale, della sua essenza. Una delle parole d’ordine rimaste legate a Enrico Berlinguer, che è insieme il mito e in ogni mito della sinistra del nostro Paese, è «diversità». Chi era davvero di sinistra,  quando c’era Berlinguer, non si immischiava troppo con un mondo corrotto, sbagliato e ingiusto: era “diverso” (moralmente diverso, culturalmente diverso) e sapeva bene ciò che non era: non era craxiano, non era pro-Thatcher, storceva il naso di fronte alla Milano da bere. Si trattava, in questo caso, di un mito della purezza. E ancora oggi, forse per una linea di continuità non scritta con questa tradizione, nei figli e nipoti politici del Pci la tendenza è rimasta la stessa: assicurare la propria identità per contrasto, definendo ciò che non si è. Scorrendo la cronaca e il dibattito politico degli ultimi tempi, appare chiaro che per essere di sinistra, oggi, ad esempio non si può essere Davide Serra.

La mitopoiesi, tra le altre cose, è ciò a cui la sinistra italiana ha sempre fatto ricorso per chiamare a raccolta i suoi elettori e definire i confini della sua identità.

Serra è di Genova, ha 42 anni, è sposato e ha quattro figli. Si è laureato col massimo dei voti alla Bocconi. È arrivato a Londra poco più che ventenne, nel 1995, assunto da una multinazionale di servizi finanziari. Nei primi anni Duemila è diventato direttore generale della banca d’affari Morgan Stanley, per poi vedersi assegnare il titolo di Young Global Leader del World Economic Forum. Oggi è CEO di Algebris, fondo di asset management che ha fondato nel 2006, con sede legale nella capitale britannica. La società è entrata nell’occhio del ciclone prima delle primarie del Partito democratico del 2012, a ottobre, quando Serra partecipò a una celebre cena milanese di Matteo Renzi – allora candidato, di cui Serra è un convinto sostenitore – con alcuni esponenti del mondo della finanza. Pier Luigi Bersani, rivale di Renzi, attaccò dicendo che chi aveva base alle Cayman non doveva permettersi di dare consigli. L’Unità del 19 ottobre titolò direttamente «Le primarie in paradiso (fiscale)». Poco importava che, tra le altre cose, il giovane della City, interpellato su Rai3, avesse premesso «ho sempre votato centrosinistra».

Più recentemente, all’ultima edizione della Leopolda renziana, l’uomo delle Cayman ha partecipato con un intervento incendiario prendendo di petto i temi delle pensioni («la mia generazione ha subito un furto»), del pubblico impiego, del capitalismo di Stato. Non ha risparmiato touché a Rcs, forse memore dell’articolo del Corriere della Sera che aveva legato il suo fondo all’arcipelago del mar delle Antille. Gianni Cuperlo, candidato alle primarie del PD del 2013, ha poi chiosato in tv: «Avrei voluto che il mio segretario si fosse alzato, e rivolto a quell’interlocutore [Serra, nda], fosse andato sul palco e gli avesse detto “Se puoi, vergognati delle parole che hai detto”». Mentre Serra parlava alla Leopolda, ha avuto cura di precisare Cuperlo, lui stava «con gli operai della Electrolux, a Pordenone». Nel frattempo per qualcuno l’uomo della City era diventato nientemeno che «l’Edmond Dantès dell’universo renziano».

La Electrolux, multinazionale svedese produttrice di elettrodomestici, oggi è tornata al centro della cronaca nazionale a causa dell’annuncio di esuberi, dimezzamento degli stipendi e paventata chiusura di uno dei quattro stabilimenti italiani della compagnia: quello di Pordenone, quello visitato da Cuperlo. I sindacati hanno fatto fronte unito contro la proposta. Debora Serracchiani, renziana in segreteria Pd e governatore del Friuli-Venezia Giulia, ha parlato apertamente di «ricatto sulla pelle degli operai e della popolazione», alludendo anche agli aiuti pubblici di cui Electrolux ha disposto per sbarcare in Italia. La situazione era concitata e complessa di per sé. Poi è intervenuto Davide Serra.

Su Twitter, Serra ha scritto: «Proposta di Electrolux razionale. Costo del lavoro per azienda è triplo dopo oneri sociali. Per salvare lavoro deve abbassare 40% stipendi». E poi: «Electrolux prova a salvare lavoro e azienda con taglio salari. Oppure chiude come altre 300mila aziende e aggiunge disoccupazione. Realtà».

In seguito Serra ha precisato, ma in un certo senso era troppo tardi. «L’endorsement, che ha il sapore di una gaffe, non è andato giù però al popolo della Rete», scrive l’Huffington Post commentando le reazioni ai messaggi del genovese. Sul sito del giornalista Gad Lerner un titolo dà notizia del fatto che «il renziano Davide Serra si schiera con Electrolux», altri vi accostano il neologismo «Renzinomics». In generale, le esternazioni del finanziere londinese d’adozione raccolgono molti strali e poche lodi.

In altre parole, nei fatti l’Uomo Nero della City in questo caso ha ragione.

Eppure, come fa notare Giulio Zanella sul blog Noise from Amerika, «per qualche misteriosa ragione in Italia i conti sui redditi da lavoro si fanno sempre al netto delle imposte dirette, il che impedisce di puntare l’indignazione dalla parte giusta, ovvero dalla parte dell’eccessiva tassazione del lavoro in questo paese». Il cuneo fiscale italiano sui salari bassi ha toccato quota 55% – dieci punti più della media europea. Questo significa che più di metà del costo del lavoro va allo Stato, riducendo sensibilmente sia la sostenibilità produttiva delle aziende che il netto in busta paga dei lavoratori. In altre parole, per essere competitiva sul mercato e riuscire a mantenere i posti di lavoro attuali, Electrolux non può far molto altro che ridurre il costo del lavoro appesantito dal sistema-Italia, in un modo o nell’altro. In altre parole ancora, nei fatti l’Uomo Nero della City in questo caso ha ragione.

Cosa sia realmente di sinistra (e cosa no) io non lo so, a dire il vero. Da qualche tempo non me lo chiedo più, né posseggo l’unità di misura esatta che molti sembrano padroneggiare. Tengo alla giustizia sociale, all’uguaglianza dei diritti, a ogni declinazione della libertà, alla realizzazione dell’individuo. E perciò sì, certo, anche e soprattutto agli impiegati dell’Electrolux di Pordenone. Ma mi chiedo se l’etica del principio ostentata da alcuni allarmati detrattori di Serra sia l’approccio più costruttivo e sincero. Mi domando cos’abbiano fatto – e cosa facciano – loro, gli allergici alle Cayman, per gli operai del Friuli e per i miei coetanei che cercano lavoro. E posso anche chiedermi se è di sinistra ciò che vuol fare, almeno a parole, Serra, o quanto è coerente con una parte politica voler ricalcolare le pensioni d’oro e prendere di petto la questione sindacale. Ma la domanda vera da porsi è: farlo potrebbe aiutare qualcuno – a cominciare dagli operai dell’Electrolux?

Come riporta Francesco Piccolo nel suo recente libro Il desiderio di essere come tutti (Einaudi), dal 1974 lo scrittore e giornalista Goffredo Parise tenne una rubrica di corrispondenza coi lettori del Corriere della Sera insieme a Natalia Ginzburg. Un giorno ricevette una lettera del sig. Framarin, un sovrintendente del parco nazionale del Gran Paradiso, che lamentava il degrado delle prealpi vicentine e chiedeva a Parise di «spendere per favore qualche sua parola» per le montagne, dato che un gruppo di imprenditori stava per costruire un hotel di lusso sotto il monte Verena. Scrive Piccolo:

La lettera del sig. Framarin è un tipo di protesta piuttosto consueta, che viene rivolta a uno scrittore (a un intellettuale) con la certezza della condivisione. Nella pratica, il tipo di rimostranza di Framarin è quasi pleonastico, e sottintende: lei sarà d’accordo con me, i lettori del giornale saranno d’accordo con me. Cioè, le persone “di un certo tipo” – colte, sensibili, civili – non possono non condividere la mia protesta. Cioè (ancora): c’è un’Italia che rovina, che colleziona danni […]; e c’è un’Italia che assiste inerme a questi danni, se ne duole, scuote la testa inorridita.

Parise, però, dà una risposta imprevista.

Io non ricordo più quei paesaggi e quelle montagne, signor Framarin, io se potessi difenderei l’intera Italia perché spero sempre nella sua unità, ma non posso andare contro “la forza delle cose”. Né ricordo più la città dove sono nato, se non a vaghe luci, come in un sogno. […] E la colpa non è mia, ma della “forza delle cose” (la storia) che ha mutato profondamente il volto del nostro Paese. Non ricordo e non voglio ricordare, per molte ragioni, conscie e subconscie. Prima fra tutte perché l’Italia di trent’anni fa è lontana, lontanissima, in tutti i suoi aspetti, politici, culturali, linguistici, fonici, agricoli, non soltanto paesaggistici; […] poi non la voglio ricordare […] perché, la realtà del nostro Paese essendo profondamente mutata, sento la necessità di vivere oggi e non ieri; ancora non la voglio ricordare perché la conservazione del ricordo (come la conservazione delle cose) è un dato al tempo stesso statico e regressivo che, in modo assolutamente certo, viene travolto dalla realtà contingente di oggi, quella in cui, lo vogliamo o no, siamo ancora impegnati a vivere.

La «realtà contingente di oggi» di cui parlava Parise è ulteriormente cambiata – e a ritmo ancora più frenetico – dagli anni Settanta a oggi. In campo economico, come spiega Enrico Moretti ne La nuova geografia del lavoro (Mondadori), il panorama è stato rivoluzionato: rispetto a non più di due decenni fa si sono spostati gli assi di riferimento, la dimensione operativa è diventata globale, sono cambiati i settori a maggiore innovazione; devono necessariamente essere diversi anche gli approcci e le analisi. Tutto questo non significa – ovviamente – che le multinazionali come Electrolux possono agire al di fuori delle regole o infischiarsene dei lavoratori. Ma di certo non può più valere il jolly della diversità, quella visione auto-assolutoria e manichea che divide il mondo in quelli che stanno con gli operai e quelli che stanno alle Cayman. È un mito che ha fatto il suo tempo. Oggi le cose di sinistra, qualche volta, le dicono anche i Davide Serra.
 

Nell’immagine: due operai della Electrolux nel 1932 (Getty images)

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