Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Le serie tv del 2015

I migliori show dell'anno per la redazione e i collaboratori di Studio.

Anche quest’anno il nostro tempo è stato scandito da appuntamenti fissi da cui è difficile sottrarsi; parliamo delle uscite delle nostre serie tv preferite, il genere di intrattenimento che forse più di ogni altro genera dipendenza e attesa nel suo pubblico. Amici, redattori, collaboratori del nostro giornale hanno scritto qualche riga su uno show che ha assunto una rilevanza particolare nel loro 2015. Ne è uscita la seguente lista.

 

Halt and Catch Fire

halt-and-catch-fire-second-season.36192Fate finta che sia un incrocio tra Mad Men e il primo Bret Easton Ellis. HCF è ambientata durante la rivoluzione del pc negli ’80, ad Austin, Texas. Al centro della scena c’è Joe Macmillan, il nostro eroe fragile con le maniche della giacca tirate al gomito, spinto ad agire da una smodata ambizione che lo porta a usare gli altri per i suoi fini. A distanza di tempo rimane scolpita nella mia memoria una scena (“Landfall”, 1X6) in cui Joe, nel mezzo di un’epica tempesta, dopo aver allietato la moglie e i figli del suo CTO in una cena che doveva essere distensiva, esce per strada, con l’intento di rassicurare i piccoli, e assume pose di sfida e di lotta insistite contro il vento e la pioggia che si abbattono su di lui fino a metterlo in ginocchio. Una sfida lanciata contro gli dèi durante la quale rimaniamo, noi come i bambini, attoniti. Un tot di scene inutili come questa, fondate su un misto di protervia e innocenza, fanno della serie uno dei colpi da maestro di AMC. Nel corso delle due stagioni i ragazzi inventano il computer portatile, i social e l’hosting network. Tutto sostenuto da una colonna sonora anni Ottanta per nulla scontata.

(Fabio Guarnaccia)

 

The Leftovers

The_Leftovers,_season_2,_official_artDamon Lindelof ci ha sempre illusi. Magari per colpa di aspettative eccessive, ma ci ha sempre dato qualcosa in meno di quanto sperassimo. Forse non sappiamo più neanche dire perché ci aspettiamo tanto da lui. E se dipende solo dal fatto che gli riconosciamo un talento che non vediamo realizzato appieno. Continuiamo a guardare i suoi show e ad aspettare da un momento all’altro quel cambio di passo che non arriva mai. Sentiamo sempre che potrebbero piacerci di più e che potrebbero essere più belli e perciò li guardiamo con fiducia immotivata. Che poi la fiducia è proprio la chiave di Leftovers. Anzi, si potrebbe dire che guardo Leftovers con la stessa fiducia con cui i seguaci di uno dei mille culti di Leftovers seguono il proprio culto. Loro abbracciano sconosciuti, smettono di parlare ad alta voce, fumano sigarette a ripetizione e trangugiano veleni mortali senza alcuna apparente ragione, con fiducia. E io guardo Leftovers con fiducia. Aspettando il momento in cui parta quella bellissima colonna sonora di Max Richter e Lindelof provi a farmi piangere. Riuscendoci però, anche lì, sempre un po’ meno bene di quanto vorrei.

(Arnaldo Greco)

 

Show Me a Hero

show-me-a-hero.37432È praticamente certo che finirete per innamorarvi di Show me a Hero se coltivate una o più fra le seguenti passioni: la politica, gli Stati Uniti, le storie vere. Ma ci sono buone possibilità che vi possa piacere molto anche se nella vita preferite tutt’altro. Le storie d’amore per esempio, o le vicende familiari. Oppure gli eroi tragici, la quotidianità, l’estetica fine anni ’80 – primi ’90. In Show me a Hero c’è tutto questo, in puro stile David Simon (The Wire), che qui conferma uno dei suoi talenti: la capacità di raccontare una storia corale partendo dai particolari, mettendo al centro l’intreccio delle vicende di tutti i protagonisti, i sentimenti di ciascuno, e la ricostruzione meticolosa del contesto.

Show Me a Hero è la storia realmente accaduta di Nick Wasicsko (interpretato da un ottimo Oscas Isaac), il giovane sindaco democratico e idealista di Yonkers che si trova ad affrontare il grande problema del public housing. In Show Me a Hero troviamo tutta una gamma di questioni che ancora oggi riempiono siti e giornali: la guerra fra poveri, la giustizia, il populismo spinto, una dose quasi letale di “nimby” (la sindrome per la quale le cose vanno fatte “ma non qui vicino, per carità”). Tutti temi che portano i più a indignarsi e a gridare alla fine della politica sporca e cattiva. Politica che però, in Show Me a Hero come nella realtà, anche quando appare impotente, stanca e imperfetta, in fin dei conti resta l’unica mediazione possibile. La più umana. Con buona pace del grillino che è in voi.

(Federico Sarica)

 

Aquarius

Aquarius-Key-ArtLa mia curiosità per Charles Manson e il suo feroce gruppo di adepti è cominciata in un ristorante messicano di Los Angeles (si chiama El Coyote: non me lo ricordavo, per fortuna c’è Google): ci dissero che era famoso per aver ospitato l’ultima cena di Sharon Tate e dei suoi amici prima che alcuni esponenti della Manson Family li ammazzassero brutalmente nella villa che l’attrice e il marito Roman Polanski avevano preso in affitto a Bel Air. Sapevo dell’omicidio, ci mancherebbe. Eppure passata quella cena ci sono state le incursioni a Cielo Drive per vedere la casa da fuori e il saltabeccare di link in link per ricostruire la storia.

Aquarius, almeno nella sua prima serie, andata in onda negli Usa sulla Nbc (e in Italia su Sky), non parla dell’omicidio Tate. Magari lo farà nella seconda, chissà se ci sarà. Ma racconta la storia di Charlie e della sua famiglia di scappati di casa (letteralmente: la vicenda parte proprio dalla fuga di una sedicenne da casa), prima di quel massacro efferato, complice una storia evidentemente romanzata, un gioco di sponda tra temi cult della serie tv americana di successo (sesso-soldi-politica). Non potevo non guardarlo. Non mancano i momenti di noia, premetto, ma anche le sorprese che li bilanciano ampiamente: David Duchovny (è il protagonista: Sam HodiaK) redivivo post X-Files e Californication e ben invecchiato che interpreta un poliziotto che pur avendo problemi di alcool non risulta ridondante come Colin Farrell in True Detective; un set design iper curato, specialmente quando si parla di ville fine anni Sessanta che si affacciano sull’Oceano.

(Marta Casadei)

 

The Americans

the-americans-season-2-posterTutto si spezza, in The Americans, la fiducia di una figlia per la madre, il patto scellerato eppure dolcissimo di una moglie con il marito, la speranza che un segreto possa essere mantenuto per sempre. Se la doppia vita fa imbarazzare e imbestialire, se ogni parrucca ti fa pensare: fino a dove può arrivare una spia russa per difendere il suo paese in terra americana?, se ogni azione è sempre più violenta, corpi dati a fuoco e informatici con la collezione di robot appesi al soffitto, nulla è in grado di spaccare tutto come la verità. Una volta che l’hai detta, pure se da tempo pensavi che fosse giusto confessarla, tutto si spezza: i figli cercano altre figure di riferimento, non si fidano più di nulla, non della madre bella e misteriosa che finalmente piange, lei che non ha pianto nemmeno quando le hanno strappato un molare senza anestesia, non del padre che non sa più nascondere le sue ferite, e toglie maschere in continuazione cercando di salvarsi. Gli amanti scappano, le coppie si rimescolano, attorno Ronald Reagan parla contro l’impero del male, il bene sai dov’è, l’hai sempre saputo, ma tutto si spezza quando il segreto non è per sempre, e la verità non sarà mai capace di proteggerti.

(Paola Peduzzi)

 

The Affair

cj0o6x5wcaa9owtLa seconda è sempre più difficile della prima, e infatti The Affair stagione due è più faticosa, più irritante, pure più zarra con risvolti alla Revenge (sempre di Hamptons si tratta, del resto). E però il lunedì mattina – il giorno dopo la messa in onda in patria – è il momento più bello della settimana, dunque oggi – il giorno dopo l’ultima puntata – il più brutto. Noah, l’uomo più inutile del mondo, e la sua dolente Alison, da ex amante di scrittore fallito a compagna fissa e inadeguata di bestsellerista di grido, sono i migliori/peggiori personaggi della tv di oggi, e pure Helen (ex moglie di lui) che si sfascia di tranquillanti e scappa dal parrucchiere con la stagnola in testa, e Cole (ex marito di lei) sempre più figo, e chi l’avrebbe detto che il Pacey di Dawson’s Creek (l’attore è lo stesso, Joshua Jackson) sarebbe diventato un figo.

C’è un giallo pasticciato, molte buone battute su Franzen e giro cool-newyorkese, new entry migliori (la coppia di mecenati che a inizio serie ospitava Noah e Alison) e peggiori (l’ispanica Luisa di Cole) della ronde dei quattro personaggi principali, che ora si dividono tutta la serie prima tassativamente punto di vista di lui vs. punto di vista di lei. Ma resta la cosa meglio scritta e più addictive in circolazione, la terza stagione è stata confermata e non vediamo l’ora che arrivino i lunedì mattina dell’autunno prossimo.

(Mattia Carzaniga)

 

The Last Man on Earth

the-last-man-on-earth-54fa1369be94bHo deciso che leggerò le puntuali classifiche di fine anno pensando: le facevo quando portavi i pantaloni corti. Classifica prima di te. Ho dunque deciso che al posto di dirvi qual è secondo me la serie tv dell’anno, vi segnalo “il momento più bizzarro tratto da una serie televisiva che ho guardato quest’anno e che mi è piaciuta”. Attenzione, contiene spoiler.

Si tratta dell’entrata (e uscita) in scena di Will Ferrell in The Last Man on Earth. In uno show in cui lo spreco sembra essere la reale chiave di lettura – variegato gruppetto di sopravvissuti a una pandemia su scala mondiale, spreca le proprie giornate andando per esempio in giro per le strade di L.A. con uno Stealth per il semplice motivo che si può –  s’è deciso di sfruttare al minimo il talento comico di Ferrell. Lo si vede da distante, attraverso un binocolo impugnato dalla sublime Kristen Schaal. Anche se non esiste più nulla se non gli avanzi di un mondo che fino all’ultimo secondo ha immagazzinato merce superflua, Will è vestito come un avvocato ricco di New York in vacanza agli Hamptons. Pantalone bianco, gilet di cachemire smanicato, camicina carta da zucchero. Sta chiacchierando con alcuni dei protagonisti. Lo spettatore lo vede da distante, non sente quello che dice ma immediatamente pensa: “Ma c’è pure Ferrell! Vediamo cosa fa!”. La Schaal entra in scena, fa “Bu!” al gruppo di amici, tutti si spaventano, il cuore di Will non regge e muore. Finita la sua partecipazione alla serie.

(Federico Bernocchi)

 

Unbreakable Kimmy Schmidt

rs_634x940-150216112348-634-Unbreakable-Kimmy-Schmidt-JR-21615Ellie Kemper sa far ridere facendo le smorfie. Già. Non è una cosa meravigliosa? Basterebbe questo per consigliare a qualcuno di provare le gag di Unbreakable Kimmy Schmidt su Netflix. Anzi, no, forse sarebbe sufficiente menzionare quel jingle così scemo e coinvolgente da trovarsi a ridere da soli quando ci si pensa. Oppure si potrebbe non andare oltre il fatto che si riesce a sorridere di una storia (fittizia) che sembra modellata su quella (reale e celebre negli States) di Elizabeth Smart, sequestrata da un folle pseudo-predicatore di Salt Lake City quando aveva 14 anni. Anzi no: magari basta dire che Kimmy è una trenta-qualcosenne che è rimasta una bambina e saltella per le strade di New York reggendo sacchetti di caramelle, con indosso zainetto, maglia gialla e scarpe rosa glitterate. In ogni caso, l’espediente non nuovo di mettere un personaggio a fare i conti con un presente che non conosce qui funziona («È un Macintosh?», chiede a un certo punto Kimmy dubbiosa, soppesando l’iPhone del suo facoltoso datore di lavoro). Sospetto che il vero motivo della riuscita del progetto “mettiamo una rape victim ingenua e ipersorridente a fare la matta a NY”, al di là della bravura della Kemper e delle sue altrettanto efficaci spalle comiche, si chiami Tina Fey.

(Davide Piacenza)

 

Transparent

Transparent_Key_Art[1]_highresCominci a guardare Transparent perché da ex nerd degli anni Zero guarderesti qualsiasi cosa dove c’è Jeffrey Tambor (Arrested Development), perché da ex ragazza anni Novanta hai un po’ la fissa di Carrie Brownstein (Sleater-Kinney, passata alla recitazione con Portlandia) e ti ritrovi ad amarlo per tutt’altri motivi. Transparent è la serie che mi ha messo in pace col mio amare le cose “un po’ telefonate”, purché siano telefonate bene. La protagonista è il patriarca di mezza età di una famiglia ebrea disfunzionale e upper-middle class di Los Angeles, che diventa donna: più che la storia di una transizione, è la storia di tanti fallimenti ed egoismi, dove nessuno è stronzo ma tutti sono stronzetti. Succede insomma esattamente quello che ci si aspetta che succeda, come nei film di Woody Allen, ed è bello così.

(Anna Momigliano)

 

Master of None

master-of-none-aziz-ansari-posterAprite a caso un articolo, una recensione, un’intervista qualsiasi su Master of None e con ogni probabilità troverete almeno un paio di temi ricorrenti. Prima di tutto la questione etnico/razziale: il protagonista, Dev (interpretato da Aziz Ansari) è un attore newyorkese di origini indiane e di scarso successo che si ritrova tra le altre cose a dover parlare con l’accento che non ha pur di trovare lavoro. E poi la questione generazionale, tanto che c’è chi ha ribattezzato la serie una Louie per millennials: Dev e gli amici sono trenta/quartantenni più o meno perditempo, disillusi dalla vita, annoiati o assuefatti a relazioni sentimentali di poco peso.

Aziz Ansari ha lo sguardo sornione e l’espressione mansueta, è nel giro della commedia da quasi dieci anni: ha iniziato con la stand up comedy e negli ultimi tempi si è fatto largo grazie a ruoli da comprimario in serie culto come Parks & Recreation e in un paio di film del giro Rogen/Apatow. Netflix ha scommesso su di lui come creatore, scrittore e protagonista di Master of None ed è stata ripagata con una delle serie migliori dell’anno. La prima stagione (che cresce puntata dopo puntata; lo so che è un cliché ma credetemi, è vero) deve molto non solo a Louis CK ma anche al Larry David di Curb Your Enthusiasm: un ibrido di momenti surreali, goffi e toccanti raccontati con un’arguzia che ti appaga anche quando non ti fa per forza scompisciare dal ridere.

(Matteo De Giuli)

 

Nell’immagine in evidenza: una vecchia tv analogica viene rottamata in Florida. (Joe Raedle/Getty Images)
54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg