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Le quasi finali

Diario dall’Australian Open, parte IV – Verso la fine, si scontrano i grandi nomi: Serena, Murray, Federer. Tra patatine e match troppo brevi.

Un uomo seduto tra gli spalti mezzi vuoti della Margaret Court Arena osserva la partita in corso, un terzo turno di doppio femminile, e tra un punto e l’altro scrive qualcosa su un foglio. Mi avvicino per capire cosa stia facendo, sulla cartellina che tiene tra le mani trovo scritto “Foglio di Valutazione Arbitri – Tennis Australia”. Barra caselle ogni volta che l’arbitro apre bocca, facendo crocette su diverse colonne a seconda dei parametri di giudizio. Tra questi leggo: “credibilità”, “voce”, “gestualità”, “codici di comunicazione”. A ciascuno l’uomo assegna un voto, ad esempio 4 sta per buono, 5 molto buono, 6 eccellente. Poi c’è un box per delle annotazioni, nel quale riesco solo a leggere “…non è stata una buona correzione di chiamata”. Provo un immediato dispiacere per la donna giudice di sedia appollaiata dall’altro lato del campo, e mi chiedo se sappia di essere osservata oppure se sia serena, soddisfatta dell’autorità che riesce a trasmettere annunciando il punteggio, ignara dell’arcigna spia che le sta facendo le pulci.

Un simile scrutinio dell’avviamento di carriera di un giudice di sedia è in forte contrasto con l’allegra chiamata alle armi che avevo trovato appiccicata sui muri dei bagni del torneo di Brisbane, due settimane prima dell’inizio dell’Australian Open. Lì un collage artigianale di arbitri che scrutano linee e stringono mani a campioni sorridenti faceva sembrare la professione come un jet-set a buon mercato, dove basta una buona vista e indossare l’uniforme per vivere felici. Ma in realtà si tratta di un mestiere che può presentare situazioni assai complicate, come quando durante la finale dell’US Open del 2011 il giudice di sedia Eva Asderaki ha tolto un punto a Serena Williams per una violazione di regolamento, e in risposta la tennista americana le ha detto che era una “hater” e che era “very unattractive inside”. Hindrance era l’affascinante nome della violazione commessa: causare un deliberato disturbo in fase di gioco, nello specifico aver urlato un c’mon mentre l’avversaria stava cercando di arrivare su una palla. Serena riteneva di aver ormai vinto il punto, l’arbitro no.

E Serena me la ritrovo con la sorella Venus che giocano in doppio. Splendide mentre si scaldano all’unisono a rete prima dell’inizio, una sola entità. Unica nota di assoluto prestigio nella nicchia specialistica che è diventato il doppio, le due sorelle sembrano giocarlo solo per cementare ulteriormente la loro eredità, per abbellire con un fiore in più uno sport che dopo più di dieci anni di trionfi devono sentire come loro. Poi forse c’è la voglia di Serena di accontentare la sorella, chissà, visto che Venus ormai in singolare stenta, e il doppio le piace. Ma la loro aura non basterà, battute in tre set nei quarti dalle numero uno del mondo Sara Errani e Roberta Vinci, che sono in corsa per vincere il titolo. Una sconfitta costellata di errori e incertezze da parte di Venus, a conferma di una condizione fisica e mentale che ad oggi non le permette di esprimere un gioco solido se non a tratti.

Serena mi accompagna in diversi momenti di questa seconda settimana, a cominciare dal mio debutto nella Rod Laver Arena in sessione notturna, ottavi di finale. Il programma vede Serena contro Maria Kirilenko, seguite da Roger Federer contro Milos Raonic. Il primo match è noiosissimo, Kirilenko non ha un gioco da contrapporre all’americana, che si limita ad accendere e spegnere la luce quando le va. Gli sprazzi della Kirilenko servono solo a far felice il pubblico ansioso di applaudire e dare un senso al tagliando acquistato: Maria ha già perso, e lo sa anche lei. Finisce 6-2, 6-0.

Tocca a Federer e Raonic, giovane canadese apparso un paio di anni fa e ora stabile nella top 20, con un servizio devastante e un gioco da fondo molto aggressivo. Federer controlla il match, spazza via disturbi invisibili dal campo (insetti, piume?), tra un punto e l’altro lancia palline con ampie parabole ai raccattapalle lontani, che le prendono al volo senza fare neanche un passo. Ci gioca come si fa con i cuccioli, gli dà le ricompense. Vince in tre set.

Dopo i sonnacchiosi ottavi di finale i risultati diventano più complessi da anticipare, e sempre più giornalisti implorano un ingresso nel tempio. Continuo a vagare per i ground, alcuni ormai chiusi (“Court 2 closed”, “Court 3 closed”, una “X” a ribadire il concetto), altri che non vogliono arrendersi, annunciando un “To Be Determined vs To Be Determined”. Su alcuni dei campi sopravvissuti comincia il torneo su sedia a rotelle, diviso in maschile, femminile, singolare, doppio e quad, che sta a indicare la competizione per chi è affetto da parziale tetraplegia.

Difficile capire cosa renda un giocatore più forte dell’altro nel wheelchair tennis: le traiettorie, la gestione dello scambio, gli stessi concetti di attacco e difesa sono diversi da quelli del tennis comune. Come anticipare il colpo, sorprendere l’avversario, pianificare i propri spostamenti? Ci si butta come i portieri o c’è tempo di vedere dove va la pallina? Forse avrei capito di più se avessi visto giocare Esther Vergeer, atleta olandese dominatrice della specialità. I suoi successi la mettono tra gli atleti più vincenti di sempre: 7 medaglie d’oro olimpiche, 42 titoli del Grande Slam tra singolare e doppio, una striscia di 470 vittorie consecutive in singolare (in corso), imbattuta dal gennaio 2003. Per fare un paragone, la più lunga striscia di vittorie consecutive nel tennis professionistico (dal 1968) è la serie di 74 vittorie di Martina Navratilova nel 1984. Ma Esther quest’anno non è a Melbourne, ho chiesto in giro ragione della sua assenza, l’ufficio stampa mi invia un messaggio con scritto “Esther ha deciso di prendere una pausa dal tennis agonistico e dai viaggi”.

All’improvviso la lotteria dei biglietti mi mette a disposizione quarti di finale e semifinali femminili, più una semifinale maschile. A pochi metri dal campo, prendo posto accanto ai settori riservati alle bieche multinazionali per assistere a una serie di incontri, con i seguenti esiti:

– Serena Williams perde nei quarti da Sloane Stephens, teenager americana che vince perché ai cambi campo cammina dritta verso la sua sedia e costringe Serena a cederle il passo, ma soprattutto perché oltre ad avere un gioco promettente e ad apparire come una versione di Serena dodici anni più giovane, si trova di fronte una campionessa ferita, una caviglia dolorante dal primo turno, la schiena aggravata dal dover compensare il precario equilibrio provocato dal primo infortunio.

– Maria Sharapova viene sconfitta in semifinale da Na Li, cinese passata alla storia per aver vinto il Roland Garros nel 2011. Maria è una macchina da guerra sportiva e finanziaria, un marchio globale fatto di genetica (è brava, è bella) e management, tennis moderno alla massima potenza e ottimizzazione dei profitti in ogni direzione. Ma Na Li le presenta un gioco più vario e profondo rispetto alle avversarie che la siberiana ha demolito nei turni precedenti, e dopo aver lasciato solo nove giochi nelle prime cinque partite, la Sharapova abbandona il torneo sconfitta 6-2, 6-2. Maria e Na Li hanno lo stesso agente, Max Eisenbud, che ha il merito di averle rese le due atlete donne più pagate del mondo nell’anno passato, per un totale congiunto di più di 35 milioni di dollari in sponsorizzazioni.

– Anche Sloane Stephens e la sua avversaria in semifinale, la numero 1 Victoria Azarenka, hanno lo stesso agente, che forse è la ragione per la quale la diciannovenne Stephens è così brava a respingere ogni polemica dopo aver perso 6-1, 6-4. È successo che sul 5-3 Vika in un crescendo di isteria ha buttato cinque match point sul suo servizio: al cambio campo arrivano i medici, lei sembra spaventata, sparisce per dieci minuti dal campo, torna e vince. I giornalisti americani la mettono al rogo per mancanza di sportività, simulazione di infortunio, violazione delle regole. Ritwittano sconosciuti con dieci follower che la insultano brutalmente, la incalzano con domande rabbiose, patriotticamente risvegliati dal letargo di centinaia di interviste di routine. Ma Sloane non ha bisogno della diatriba: il brand è avviato, ha fatto le semifinali, ha perso con la numero 1, deve solo continuare a smentire di esser stata svantaggiata dalla situazione, dare credito all’avversaria e pianificare il futuro.

– E poi è giovedì sera, entro nel campo centrale per assistere alla prima semifinale maschile, gli spalti pieni, il tramonto, le luci. Ma so già come andrà a finire: Novak Djokovic contro David Ferrer, testa di serie n. 1 contro n. 4. Ferrer è così in alto solo perché Rafael Nadal è infortunato e perché il suo gioco ultraregolare riesce magicamente a dare fastidio a quasi tutti dal numero 5 in giù. Ma con i primi tre non serve a nulla, e già so che Djokovic lo spazzerà via in un match tristemente inadeguato a una semifinale di uno Slam. Finisce 6-2, 6-2, 6-1 in 89 minuti, inesorabile come l’esito di una corrida. A metà del terzo set un papà ritorna dopo una lunga assenza con un piatto di patatine fritte per la figlia adolescente: i due non applaudono mai, si guardano intorno, armeggiano con il ketchup. La partita finirà prima delle loro patatine, e come leggo su un tweet di uno spettatore sarà costata a ciascuno di loro 225$, ovvero 9,78$ per game, 2,52$ al minuto, 1,79$ per punto.

L’altra semifinale la giocheranno Federer e Andy Murray, ma io praticamente già so che non entrerò, scavalcato da chissà quanti aventi diritto o potere più di me.

Tutti vogliono vedere Roger.

 

Le puntate precedenti:
1- La strada per l’Open
2- Le velleità
3- Arrivano i grandi

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