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Le montagne russe di Monaco

È il quarto club più titolato di Francia, ma la sua storia è fatta di alti e bassi: successi negli anni '60, poi retrocessioni, ancora successi negli '80. Una finale di Champions League, un'altra discesa in L2, poi l'acquisto di Dmitry Rybolovlev, e i problemi che non si fermano: tra tasse di Hollande, compromessi, vendite e Fair Play finanziario.

In Francia non è mai esistito un vero padrone della Ligue 1. Ci sono stati gli anni del Saint Etienne, club più vincente del Paese con dieci campionati in bacheca, quelli dell’Olympique Marsiglia e del Nantes. Dal 2001 è scoccata l’ora dell’Olympique Lione, con la conquista di sette titoli consecutivi, mentre ora sembra arrivato il tempo del Paris Saint-Germain. E, in tutto questo, il Monaco dove si colloca? L’Association Sportive de Monaco Football Club nasce nel 1924 e, a oggi, è la quarta squadra più titolata in Francia, alla pari del Lione, con 7 campionati vinti. Un club dalla storia mai piatta, caratterizzata da sali e scendi continui.

Nel 1953 la prima stagione nella massima serie, mentre il primo trofeo arriva al termine della stagione 1960-61, con la conquista della Division 1 (al tempo non si chiamava ancora Ligue 1). Il panchina c’era Lucien Leduc, leggenda della squadra del Principato., capace di replicare il successo in campionato nel 1962-63, prima di lasciare. Dopo tre retrocessioni in seconda divisione, torna e nel 1977-78 trionfa ancora. Con l’inizio degli anni ’80, il Monaco si conferma uno dei club più importanti di Francia e comincia a farsi apprezzare anche in Europa. Con Gérard Banide, Arsène Wenger e Jean Tigana alla guida, i monegaschi portano a casa altri tre campionati e raggiungono le semifinali di Coppa delle Coppe, Coppa Uefa e Coppa dei Campioni (due volte). L’ultima gioia in Ligue 1 sopraggiunge nel 1999-2000, l’allenatore è Claude Puel. Poi tocca a Didier Deschamps. L’ex juventino porta il Monaco fino alla finale della Champions League, persa 3-0, contro il Porto di Mourinho, il 26 maggio 2004 a Gelsenkirchen. Una sconfitta senza storia che, a poco a poco, fa precipitare la società verso acque sempre più profondo. Una discesa culminata con la retrocessione in Ligue 2, al termine dell’annata 2010-11. Un tonfo che arriva esattamente 37 anni dopo l’ultimo declassamento nella seconda serie francese.

Leduc nel 1978

Il 2011 è l’anno della svolta, nel bene e nel male. Proprio nel dicembre di quell’anno, infatti, Dmitry Rybolovlev acquisisce la quota di maggioranza del club. Eccolo il magnate russo, pronto a ridare entusiasmo a una piazza orfana delle emozioni passate. Non è un’operazione facile, ma in pochi mesi il modo del calcio impara a conoscere il nome di Dmitry. Titolare della società Monaco Sport Invest (Msi) e della Uralkali (produttrice di potassio). Per Forbes, nel 2010 è il settantanovesimo miliardario più facoltoso del Mondo. Nel 2012 perde qualche posizione (112esimo in classifica), ma il patrimonio netto in suo possesso rimane più che interessante (9,1 miliardi di dollari). Nonostante le ottime premesse, il Monaco fallisce la promozione in Ligue 1 con Marco Simone in panchina, riuscendoci soltanto la stagione successiva (2012-13). L’allenatore è sempre un italiano: Claudio Ranieri. Un obiettivo raggiunto grazie anche ai gol e agli assist di Lucas Ocampos, talento argentino classe ’94, prelevato dal River Plate in cambio di 13 milioni. Una cifra piuttosto alta per una squadra di seconda divisione, ma la storia recente ci insegna che il bello deve ancora venire.

Rovesciata di Ocampos contro il Tolosa, gennaio 2014

Nell’estate 2013 il Monaco è la squadra che spende di più in Europa. Rybolovlev investe più di 150 milioni di euro in una sola sessione e nel Principato arrivano campioni del calibro di Radamel Falcao, James Rodríguez, João Moutinho e Ricardo Carvalho. Dopo Roman Abramovich e gli sceicchi di Manchester City e Psg, un altro presidente in grado di fare il bello e il cattivo tempo nel panorama calcistico europeo. E il Fair Play finanziario? Non c’è fretta. Nel frattempo i monegaschi si piazzano al secondo posto in Ligue 1, dietro al Paris Saint-Germain campione, e si qualificano alla Champions League 2014-15, dopo i fasti del 2004. Messieurs e mesdames, il Monaco è tornato. Macché. Proprio sul più bello, il nuovo corso del club subisce una brusca frenata. I tifosi sognano altri grandi colpi in estate e invece arrivano le partenze che non ti aspetti. Per cominciare, via Claudio Ranieri. «È stata una decisione difficile ma in questa fase del nostro progetto abbiamo bisogno di dinamiche nuove. Non è una questione né sportiva, né umana», così il vicepresidente Vadim Vasilyev motiva l’ingaggio del portoghese Leonardo Jardim. Giovane, reduce da un secondo posto in patria, ma con ancora molto da dimostrare. Un scommessa della proprietà, insomma. Fino a qui niente di strano, poi però tocca alla rosa. James Rodríguez, capocannoniere del Mondiale in Brasile, saluta e passa al Real Madrid per 80 milioni. Poi arriva il turno di Falcao: il Manchester United lo prende in prestito a circa 7 milioni e fissa il riscatto a 60. D’accordo, le offerte erano di quelle davvero invitanti. Difficile resistere. E poi c’è Mr Rybolovlev, qualcosa si inventerà. Dimitar Berbatov. Avete letto bene, Berbatov. È lui la risposta alle cessioni di James e del Tigre. Trentatré anni, a parametro zero. Basta così? A parte i 13 milioni per riscattare Aymen Abdennour dal Tolosa, sì. La patata bollente passa ancora a Vasilyev. Il braccio destro del presidente si aggrappa alla scusa del Fair Play Finanziario, eccolo che entra in scena: «Manchester City e Psg sono state punite con multe e tetti salariali, il nostro presidente non vuole investire il proprio patrimonio per rischiare di giocare in terza divisione». Una strategia dolorosa, ma indispensabile per rientrare dalle spese dell’estate precedente. Il castello del nuovo Monaco comincia a crollare e gli amanti della storia calcistica pensano subito al caso Malaga.

In effetti le vicende hanno diversi elementi in comune. Un miliardario che acquisisce la società (nel caso degli spagnoli, lo sceicco Al Thani), una campagna acquisti faraonica e un drastico ridimensionamento, l’anno successivo, che spezza i sogni dei tifosi. In realtà, la situazione in casa Rouge et Blanc è più complessa. Per comprenderla meglio, bisogna fare un salto di quasi due anni. Per la precisione al 15 maggio 2012, giorno dell’inizio del mandato presidenziale di Francois Hollande. Tra gli obiettivi del neo Capo di Stato, c’è la volontà di introdurre una tassa del 75% sui compensi oltre il milione di euro. Al primo tentativo di introdurre la norma, però, il Consiglio Costituzionale francese risponde picche. L’aliquota, indirizzata verso le persone fisiche, va contro i principî di uguaglianza della Costituzione francese. Hollande non si arrende e nel dicembre 2013 riesce nel suo intento. Una svolta arrivata grazie al cambio di destinatario delle legge. La tassa del 75% infatti non sarà sostenuta dal singolo, ma dal datore di lavoro. Con l’ok del Consiglio, i club calcistici cominciano a tremare. La norma, infatti, colpisce in particolar modo le società della Ligue 1, che devono sobbarcarsi un’aliquota fiscale di gran lunga più alta sui compensi lordi dei calciatori. «Questa nuova tassa costerà alle squadre di prima divisione 82 milioni di euro», ha dichiarato la France Football League. «Con queste folle costo del lavoro, la Francia perderà i suoi migliori giocatori, i nostri club vedranno la loro competitività in declino in Europa e il governo perderà i suoi migliori contribuenti». Un provvedimento che non intaccava in alcun modo la situazione finanziaria del Monaco. Questo perché la sede legale del club si trova a Montecarlo e, nonostante i biancorossi giochino nel massimo campionato francese, la società rimane soggetta alla legge del Principato. Pericolo scampato, ma non finisce qui.

Il primo gol di Moutinho in Champions league, nel settembre 2014 contro il Leverkusen

Ad alzare la voce sono soprattutto le squadre medio-alte d’Oltralpe. Non tanto il Paris Saint-Germain. La squadra di Parigi è senza dubbio la più penalizzata dalla maxi tassa, dato che in rosa conta 21 dipendenti che guadagnano più di un milione, e oltre agli stipendi netti dei calciatori, Nasser Al-Khelaifi deve dunque sborsare altri 20 milioni a stagione. Una spesa ingente, ma non proibitiva per le casse dello sceicco. Tutt’altro discorso per società come Olympique Marsiglia, Bordeaux, Lione e Lille, dove un pagamento di 4-5 milioni, in aggiunta alle normali spese annuali, può fare la differenza. La posizione della LFP è piuttosto scomoda: andare contro le richieste dei club della Ligue 1 o costringere il Monaco a rispettare la legge francese. Bisogna trovare un compromesso. La prima pretesa è troppo alta (200 milioni), per il club addirittura oltraggiosa. Alla fine però vince il buon senso (se così lo si può definire), e i monegaschi accettano di pagare 50 milioni di euro alla Lega, pur di mantenere i loro privilegi fiscali e la sede in casa propria. «Un contributo una tantum, volontario e diluibile in più rate (due tranche da 25 milioni di euro) per partecipare al campionato francese», questa la formula che mette d’accordo tutti, o quasi. Alcuni gridano alla “concorrenza sleale”, ma ormai la decisione è presa. Un compromesso che, solo qualche mese dopo, saprà un po’ di beffa per Rybolovlev. «Dal primo gennaio 2015 l’imposta del 75% non esisterà più»: è il Primo Ministro francese, Manuel Valls, ad annunciarlo lo scorso ottobre a Londra. Si tornerà quindi alla consueta all’aliquota del 45%, che farà respirare i team della Ligue 1. E i 50 milioni che il Monaco si è impegnato a pagare? L’accordo rimane in piedi. Del resto, in questo modo la sede potrà rimanere nel Principato, godendo così della favorevolissima fiscalità legale. Eppure la principale ragione che ha portato a questo esborso è venuta meno: senza maxi tassa, difficilmente ci sarebbe stato un compromesso. Non saranno 50 milioni la causa del cambio di rotta del magnate russo, no di certo, ma si tratta di uno degli spiacevoli inconvenienti che Dmitry ha trovato lungo il suo percorso. Uno di questi ha a che fare con Albert Alexandre Louis Pierre Grimaldi. Proprio lui, il Principe Alberto di Monaco. Secondo quello che trapela al di là delle Alpi, Rybolovlev avrebbe acquisito la quota di maggioranza del club, non solo per la grande passione per il calcio, ma anche per avere la cittadinanza monegasca, in cambio di grandi acquisti che avrebbero risollevato l’immagine del club a livello internazionale.

Un passaporto che eviterebbe al presidente il rischio di venire estradato dalla Russia. Una minaccia sollevata dal vice premier russo Igor Sechin. Alla base dell’estradizione ci sarebbe la riapertura di un’inchiesta sul crollo di un miniera di potassio (2006) di proprietà del numero uno del Monaco. Nonostante ci fosse un accordo in parola tra Alberto e Dmitry, il passaporto non è mai arrivato. È inutile aggiungere che il miliardario non l’abbia presa troppo bene. Oltre allo screzio con il Principe, a complicare drasticamente le cose ci si è messa la moglie. Elena Rybolovleva, sua fedele compagna per 24 anni. Fedele: non l’aggettivo più appropriato per Dmitry, a quanto pare. Stanca dei continui tradimenti del marito, Elena nel 2008 chiede il divorzio. Dopo una serie di battaglie legali durate per anni, nel maggio 2014 è arrivata la prima sentenza della Corte di Ginevra. Rybolovelev dovrà pagare 3,2 miliardi di euro. Nonostante il suo avvocato, Tetiana Bersheda, sia sicura che il processo possa andare avanti per altri dieci anni prima di arrivare ad una decisione definitiva, Dmity da Perm deve stare attento. Anche per il “Fertilizer King” il Monaco ora inizia ad essere un giocattolo piuttosto impegnativo. Prima la polemica delle tasse, con conseguente rivolta dei club francese, poi la mancata concessione del passaporto monegasco ed infine la bella e spietata Elena intenzionata più che mai a prosciugarlo. Questo è troppo anche per lui. Se si aggiunge anche il calo dei ricavi dai diritti Tv in Francia, i motivi per investire ancora cifre importanti in un club delle Ligue 1 sono sempre meno. Dire in che situazione si troverà il Monaco tra qualche anno è difficile. Molto dipenderà dai risultati sportivi della squadra. Un buon piazzamento in campionato e, soprattutto, in Europa potrebbe riaccendere il fuoco di Rybolovlev. Nel breve periodo però non aspettatevi altri colpi alla James Rodríguez. La palla passa a Dmitry, il miliardario senza casa che voleva lanciare il Monaco nel grande calcio. Per adesso non è andata come aveva pianificato, ma occhio a sottovalutarlo. Uno che ha costruito il proprio impero nell’industria dei fertilizzanti può ancora regalare molte sorprese anche nel calcio dei grandi.

 

Nell’immagine in evidenza, Falcao durante il precampionato 2013. Michael Regan / Getty Images

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