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Le mille ombre di McInerney

Esce in Italia La luce dei giorni, l'ultimo libro di un ex enfant prodige che non ha mantenuto le promesse: dall'amicizia-rivalità con Ellis alla passione per i vini.

Nei suoi romanzi, Jay McInerney si è comportato come un direttore della fotografia: ha sempre dato risalto alle luci. Dal primo titolo, Bright Lights, Big City (Le mille luci di New York) fino all’ultimo romanzo che esce in Italia il 1° settembre per Bompiani e si chiama La luce dei giorni (Bright, Precious Days). Questo desiderio di luminosità, l’attrazione per la brillantezza e la necessità di catturarla è forse dovuta alle tante ombre che lo hanno sempre circondato.

Nel 1984 esce Le mille luci di New York e diventa un best seller. McInerney viene associato a un gruppo di giovani scrittori americani che in quegli anni pubblicano libri algidi, in cui restituiscono la vita effimera di una generazione che sguazza nel vuoto: a parte droga e sesso sembrano attratti solo dai soldi. Tra questi scrittori cosiddetti minimalisti ci sono Bret Easton Ellis, David Leavitt, Susan Minot, Tama Janowitz, Michael Chabon (i critici fanno risalire quell’asciuttezza al più anziano Raymond Carver). Nel 1986 chiedono a Leavitt se si sente di appartenere a quella generazione letteraria e lui risponde: «Per niente. Anzi la cosa mi disturba, perché insieme al mio si fanno nomi di scrittori che non mi piacciono. Raymond Carver ha ridotto quasi al silenzio la narrativa. Bright Lights, Big City di Jay McInerney non è un buon libro». Anche Susan Minot, dopo l’uscita di Scimmie (Mondadori) non è tenera con i suoi compagni di viaggio: «Sono i media che hanno deciso di puntare i riflettori sui nostri nomi a scapito di gente molto più brava e interessante».

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Ma il colosso che fa ombra a McInerney è Bret Easton Ellis, un gigante che deforma la prospettiva di quel gruppo. Posti al suo fianco gli altri diventano minuscoli e insignificanti. Meno di zero (1985) di Ellis è il libro che tutti loro avrebbero voluto scrivere (il tipo di complesso che ricorda il momento in cui Italo Calvino ammise che Beppe Fenoglio con Una questione privata «riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato»).

Le mille luci di New York diventa un film prodotto da Sydney Pollack e interpretato da Michael J. Fox. È scritto in seconda persona, ecco l’incipit: «Tu non sei esattamente il tipo di persona che ci si aspetterebbe di vedere in un posto come questo a quest’ora del mattino. E invece eccoti qua, e non puoi certo dire che il terreno ti sia del tutto sconosciuto, anche se i particolari sono confusi. Sei in un nightclub e stai parlando con una ragazza rapata a zero». Alberto Arbasino ironizzò sulla “novità” di questa seconda persona: era scritto «come Il Giorno di Giuseppe Parini, che però a un gusto yuppie rischia d’apparire oggi un po’ troppo punk». Il confronto tra Il Giorno di Parini e l’esordio di McInerney reggerebbe bene anche per altri motivi secondo Arbasino: «La trama dei due lavori è comunque la stessa: mattini impastati e pesanti dopo le dissolutezze notturne, mezzogiorni niente affatto di fuoco, faticoso avviarsi di meriggi; e la sera, si ricomincia».

Oggi, l’ultimo romanzo di McInerney, La luce dei giorni, mette in scena gli stessi personaggi che comparivano già in Si spengono le luci (Brightness Falls, 1992) e The Good Life (2006), chiudendo così una trilogia. Nel primo dei tre romanzi si conosce la coppia Russell e Corrine Calloway, coppia che si incontra alla Brown University. Le luci della Manhattan reaganiana del primo romanzo sono diventate soffuse, cadono, quel mondo è al tramonto. Si ritrovano Russel e Corrine anni dopo, tra vari newyorchesi ricchi e arroganti: The Good Life affronta la tragedia dell’11 settembre 2001. McInerney vede dalla finestra il fumo delle Torri crollate. Abbandona il romanzo che sta scrivendo e ne comincia uno nuovo, questo, per essere fedele alla missione dei suoi lavori, cogliere lo spirito dell’epoca: «Se c’è una cosa certa è che i miei libri sono sempre stati definiti come uno specchio dei tempi», disse. Ora, nell’ultimo romanzo intriso di nostalgia, La luce dei giorni (traduzione di Andrea Silvestri, pp. 512, euro 20), Russell e Corrine sono cinquantenni, sposati da tanto: «I matrimoni migliori, come le navi migliori, sono quelli in grado di superare le tempeste. Imbarcano acqua, tremano e si inclinano, quasi si capovolgono, e poi si raddrizzano e veleggiano verso l’orizzonte». Torna Luke, con cui Corrine ha avuto una storia. È stato a lungo in Africa, ora ricomincia a corteggiare Corrine, a dirle che è bellissima, ma lei, nonostante ne subisca ancora il fascino, all’inizio fa resistenza: «Hai notato che i romantici sono come gli obesi? Non capita di incontrarne molti di anziani». Torna l’amore per la città scintillante: «Russel Calloway non si era mai disamorato di New York, né dell’effetto che gli faceva viverci. Lo sfondo di Manhattan gli pareva conferire a ogni gesto una grandiosità supplementare, una dignità metropolitana». The Good Life fu bocciato dal Washington Post, il New York Times ne mostrò luci e ombre. Ombre, quelle che dopo l’esordio da star, McInerney ha sempre cercato di esorcizzare. La stella sembrava essersi appannata subito dopo aver cominciato a fiammeggiare.

US author Jay McInerney  gives a speech

Quando esce The Last of the Savages (1997), in Italia Enzo Siciliano scrive: «Dopo l’esordio di dieci anni fa con Le mille luci di New York, McInerney mi ha via via deluso, pure se ho continuato a leggerlo». Pare che McInerney abbia sempre convissuto con il rischio di crisi e fallimenti. Minacciato dalla perenne impressione di scivolare in una zona buia, lontano dai riflettori, o col terrore di essere inghiottito da altri scrittori più talentuosi e di precipitare nell’oblio. È il rischio che dava per scontato Tommaso Pincio già nel 2002: «Se dimenticheremo presto molti scrittori degli anni Ottanta, come McInerney, non si potrà dimenticare facilmente un genio come Foster Wallace». Proprio Wallace colse quel desiderio di attenzione di McInerney, la sete di luce che lo contraddistingue e di cui parlano tutti i suoi libri. Per Wallace gli scrittori sono osservatori nati ma non amano essere al centro dell’attenzione: «detestano essere osservati. Le eccezioni alla regola – Mailer, McInerney – producono alle volte l’impressione che la maggior parte delle figure di letterati desiderino ardentemente le attenzioni della gente. Ma per la maggior parte non è così, è che i pochi a cui piacciono queste attenzioni quasi naturalmente ottengono più attenzione».

La rivalità con Bret Easton Ellis non finirà mai. Nel 1998 McInerney pubblica Professione modella (Model Behavior). È lo stesso anno di Glamorama di Ellis, il libro definitivo sul mondo delle celebrità, dei party, con modelle, ville, amori, sesso, tanto che i personaggi potrebbero benissimo uscire da un libro e entrare nell’altro, e i due narratori, maschi, sono entrambi belli e venati di disperazione. Passano anni, è l’era dei social network. Ellis sbarca su Twitter e fa lo stesso in breve anche McInerney. Nel primo anno Ellis è seguito da 30 mila follower, McInerney in sei mesi ne mette insieme solo seicento (oggi Ellis ha superato i 600 mila follower, Jay è fermo a 13 mila).

Alla festa di laurea di Bret Easton Ellis «c’era anche Jay McInerney, che aveva appena pubblicato Le mille luci di New York, sui giovani e la droga di Manhattan, diventando nel giro di ventiquattr’ore ricco e famoso nonché il mio rivale numero uno sulla costa orientale» – scrive Ellis in Lunar Park – «e dato che venivamo fotografati molto spesso insieme la gente cominciò a confonderci». Lunar Park è il romanzo di Ellis del 2005 in cui il protagonista si chiama proprio Bret Easton Ellis. Racconta il Brat Pack, «un gruppo trendy di scrittori ed editor di successo», di cui faceva parte anche McInerney, qui definito «il Jerry Lewis del gruppo». Il secondo capitolo di Lunar Park si apre con una festa di Halloween nella villa di Ellis. Arrivano gli invitati, ma lui aspetta McInerney. Appena lo vede si nascondono in garage e tirano coca insieme. Jay si congratula per la qualità della cocaina: «Qualsiasi cosa per un amico», risponde Ellis ma poi, quando la moglie si accorge che lui e Jay sono strafatti si giustifica: «Senti, essere il più grande scrittore americano sotto i quaranta non è per niente facile. È dura, credimi». Nel nuovo romanzo di McInerney – appena uscito anche in America – quando il giovane Russell Calloway arriva a Manhattan – «l’isola splendente delle lettere» – incontra Truman Capote a una festa e tirano coca insieme. Il pensiero che Ellis sia lo scrittore più grande di quella generazione deve aver accompagnato la vita di McInerney. Insieme magari all’idea che lui abbia comunque brillato di luce riflessa venendo sempre associato a quel faro potentissimo di Ellis.

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Da anni Jay McInerney vive al Greenwich Village con la quarta moglie, Anne Hearst (nipote di Randolph Hearst, l’imprenditore che ispirò Citizen Kane di Orson Welles). Negli ultimi anni, oltre alla letteratura si è dedicato al vino, è un collezionista di bottiglie pregiate e scrive come critico enologo per il Wall Street Journal. Ha scritto anche tre libri di non fiction sul vino, in Italia è tradotto I piaceri della cantina (Bompiani). «Scrivo di vino con piacere, ma è un’attività semiprofessionale. Ci metto impegno, passione, e credo, una certa competenza, ma sono cosciente del fatto che ci sono persone più esperte di me», ha raccontato in un’intervista, alludendo al fatto che intorno c’è sempre qualcuno più bravo. Nell’ultimo romanzo il protagonista Russel beve Pinot nero, e quando porta una giovane a mangiare fuori ordina il «vino perfetto per accompagnare un hamburger».

Tra tutti i romanzi e le interviste, la frase più commovente di McInerney, e che meglio sintetizza la sua vita, l’ha pronunciata quattro anni fa, pochi giorni prima del Natale 2012. «Che regalo vorrebbe ricevere per Natale?», gli chiese Laura Piccinini di Repubblica. Lui rispose: «Vorrei che il mio amico Bret Easton Ellis ritornasse a vivere a New York. Se lo facesse, darei un party memorabile». Vibra in questa risposta una miscela di rivalità e amicizia, brucia ancora il non estinto desiderio di feste a New York. Si sente ancora la smania di accendere luci e lucine. Bisognerebbe indagare bene il ruolo del Natale nei suoi romanzi. Ancora nell’ultimo libro infatti ritorna il periodo natalizio: «Quell’incessante cocktail tra il Ringraziamento e il Capodanno in cui la città si vestiva nei colori del Natale». Periodo tanto amato da Russel: «Amava questo periodo dell’anno più di qualunque altro». Natale, la festa delle luci. Natale, la festa di McInerney. Nel desiderio che Ellis possa tornare a New York si riconosce la consapevolezza dello scrittore adulto. Stare all’ombra di un gigante, ha capito McInerney, vuol dire aver trovato un posto al sole.

 

Foto Getty Images.
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