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Le buone maniere 1.0

Come un manuale di galateo degli anni '70 può insegnare ancora molto sulla buona creanza contemporanea e (anche) nel web.

Dal 3 giugno 2011, ogni settimana e per quasi un anno fino al maggio 2012, i giornalisti Farhad Manjoo e Emily Yoffe hanno diretto una rubrica-podcast su Slate chiamata “Manners for the digital age” in cui ricevevano, leggevano e rispondevano (come in una puntata radio) domande da lettori/ascoltatori su esperienza o curiosità, tutte incentrate su un solo argomento: le buone maniere al tempo di Facebook, Twitter, delle app e degli smartphone. In pratica, un forum di dibattito sulla netiquette, crasi per network etiquette.

I topic trattati sono, ad esempio: dovrei confrontarmi direttamente con un amico di Facebook i cui status sembrano prendere esplicitamente in giro i miei?; un collega gioca con il suo smartphone con il volume molto alto – che fare?; bisogna cancellare da Facebook i cognati/nuore/suoceri/suocere dopo che si è divorziato dal proprio partner?; è accettabile estrarre uno smartphone durante la celebrazione di un matrimonio per immortalare il momento?; un amico posta su Facebook opinioni estremamente discutibili che non rendono onore alla sua intelligenza – come avvertirlo o dirgli di smettere?; il mio vicino di posto in aereo sta guardando un film porno sul suo laptop – può farlo o dovrei dirgli di evitarlo?; durante una conversazione telefonica ho sentito, all’altro capo del telefono, il rumore di uno scarico – è permesso?; e così via, e così via.

Gli argomenti sono particolari e non generici. I due conduttori, spesso, si trovano in disaccordo (in particolare sulle telefonate alla “toilette”: Manjoo sostiene di essere un felice fautore delle chiamate telefoniche in ogni dove e quando, pur con discrezione – ad esempio mettere in modalità muta la conversazione nel momento in cui lo sciacquone è azionato) e la rubrica tende a evidenziare, nella divertente frivolezza di domande e risposte – l’assenza di una regolamentazione (e di una possibilità di regolamentazione) del molto volubile comportamento nel web e intorno al web e agli smartphone e tablet e derivati. La volubilità dell’etichetta (netichetta?) è dimostrata, se vogliamo trovare un altro esempio, nella difficoltà di trovare una soddisfacente (per tutti) e omogenea gestione della moderazione dei commenti online, una questione che, per chi bazzica da dentro o da fuori l’editoria web, non è di secondaria importanza.

Ho seguito “Manners for the digital age” per quasi tutto l’arco della sua breve vita, in verità non per un reale interesse nell’imparare a non guardare film pornografici sulla metropolitana ma per puro intrattenimento, dimenticandomene fino a pochi giorni fa, quando mi sono imbattuto in un manuale di galateo scritto negli anni ’70, quando di smartphone, cellulari, auricolari e computer non se ne parlava proprio, ma piuttosto di cocktail, quadriglie, paletot e forchette da aragosta. Il volume in questione (ci si aspetterebbe un volumetto, e invece: 481 pagine senza illustrazioni né pre o postfazioni) è Galateo Classico di Frichi (Franca) Arborio Mella (Universale Sansoni, 29.000 lire), ed è scritto con molta competenza e ricchezza di particolari che farebbero vergognare (dovrebbero farlo) qualsiasi volgarissimo manuale di maniere alla Cristina Parodi. Rispetto alla netiquette, l’etichetta “vera” o classica che si scopre leggendo il Galateo Classico è ferrea e, soprattutto, appare al borghese scrittore che vi parla, complessa come un linguaggio arcaico e sconosciuto. E in realtà, a scavare in fondo in fondo, certe argomentazioni comuni si ritrovano. Di cellulari, ad esempio, si parla. E certe linee di galateo, oggi, sono le stesse di ieri. Ragion per cui, ecco una sorta di play by play del qui presente manuale di galateo, attingendo dal testo a piene mani.

 

Il cellulare, dicevo, consente autonomia indipendenza e reperibilità ed è provvidenziale per medici, uomini d’affati, politici, agenti immobiliari, allibratori e via dicendo. Però costoro nei propri spostamenti di lavoro e in alcuni luoghi come ad es. il treno, al ristorante, in barca, spiaggia ecc., debbono badare a non infliggere ai vicini l’ascolto obbligato di loro concitate comunicazioni: perciò debbono avere il decoroso accorgimento di parlare sommessamente e brevemente. Può anche darsi che per altri rappresenti uno status symbol, con grande sconcerto di coloro per cui il cellulare per antonomasia è e resta il furgone per il trasporto dei detenuti. Fatto sta che sempre più di frequente si incontrano passanti stralunati che apparentemente parlano da soli. Ma non è una conseguenza della legge 180 (almeno non sempre): a ben guardare infatti hanno un orecchio incollato al telefono volante. (…) Passatempo dopotutto innocente, a patto ovviamente che non venga praticato per declamare sozzure e oscenità, e purché il giocherellone non si pianti in mezzo o sull’angolo del marciapiedi intralciando così il passo altrui, o per meglio farsi notare parli con voce altamente allarmante. Del resto negli anni ’30 gli elegantoni giravano volentieri facendo ballonzolare lo yo-yo. Però come giochino era più carino.

La grande scappellata pomposa e enfatica è un’esagerazione, il toccarsi il cappello con due dita senza sollevarlo è inurbanità e mal garbo.

Può capitare non di rado di portare un cappello, paglierino d’estate o di feltro d’inverno. C’è un capitolo dedicato a come togliersi un cappello, e quando. Inizia: La soddisfazione di salutare col cappello pare che solo pochi uomini ormai se la concedano. È un vero peccato, oltre che per l’industria dei cappelli, anche perché, a detta di alcuni signori degni di fede, non è una soddisfazione qualunque, ma anzi così speciale che solo chi si intende di cappelli e di saluti può apprezzarla nel suo giusto valore. E si scopre allora che il cappello si solleva con la mano destra, non per la tesa ma per la calotta, eccezion fatta per la tuba o il cilindro. Poi che la grande scappellata pomposa e enfatica è un’esagerazione, il toccarsi il cappello con due dita senza sollevarlo è inurbanità e mal garbo, e che i baschi o i berretti tondi, non essendo classificabili come veri cappelli, possono essere tenuti in testa.

E poi la dimenticata arte del baciamano, che si fa di solito nei salotti, nei ricevimenti o riunioni private o a carattere ufficiale. Mai nei luoghi pubblici o per strada. Anche se è ammesso tuttavia alla stazione e all’aeroporto. A chi fare il baciamano? Ovviamente soltanto a signore e mai a signorine, e mai a mani guantate. Per i saluti più pratici e maschili, il capitolo praticissimo “Come non si saluta”: non si saluta con la sigaretta in bocca, con le mani in tasca, con le braccia conserte, con le mani sui fianchi, con le gambe piantate larghe, rimanendo in pose indolenti e sciamannate, sbadigliando. Non si saluta col fischio, battendo pacche sulle spalle, con risatacce, dando manate qua e là per sottolineare il proprio entusiasmo, gridando da un marciapiede all’altro, pettinandosi, masticando. Se si ha la bocca piena di chewing-gum, non si sputa fuori la cicca per meglio salutare, ma la si ingoia (per auto-punizione).

Altra palestra notevole, in una società molto social e meno sociale, è quella delle presentazioni. Le presentazioni sono importanti, dice il manuale, e invita a farle con morigeratezza e ponderazione. Perché a questo atto occorre un minimo di fondamento, nel senso che chi fa le presentazioni dovrebbe conoscere almeno un poco le persone che presenta. Altrimenti può anche diventare una fonte di guai (così almeno si deduce dai giornali: l’avventata presentazione di semisconosciuti, quali ad esempio i conoscenti dei conoscenti dei conoscenti del nostro vicino di tenda al mare, può di continuo coinvolgerci in oscure e drammatiche vicende di drogati e lestofanti). Ricordarsene, all’occorrenza, quando si seguono i consigli di Facebook o Twitter sulle “persone che potresti conoscere” o nel dispensare e accettare facilmente amicizie virtuali.

Si va più sul faceto (apparentemente, forse: di titoli decaduti ma ostentati l’Italia è piena) quando si illustra la modalità di presentazione nel caso gli ospiti o i soggetti protagonisti siano blu di sangue: se occorre citare entrambi i titoli di una persona, si tenga presente che il titolo nobiliare e il grado militare devono precedere sempre l’altro eventuale titolo: conte avvocato W; generale dottor Y; barone cavaliere X. Il grado militare precede a sua volta il titolo nobiliare: ammiraglio duca X.

Di argomenti di conversazione (trasferibili a chat/whatsapp/messaggistica istantanea à la Skype) il Galateo moderno è ricchissimo. Ad esempio: l’argomento figli, scuola e casa può essere ben più vasto delle imprese di Gigetto, dei voti di Lia e dell’efficacia del nostro aspira-polvere, per esempio (…) : «Sì, giochiamo molto di più con i nostri figli da quando per farci capire dal collaboratore extracomunitario gli spieghiamo le faccende domestiche con sciarade e mimi. I bimbi ne vanno pazzi».

Chi non sia un artista o un giovanissimo ribelle non faccia «l’incroyable»: tanto nessuno gli crederebbe, e in più rischia di apparire un moscardino mal riuscito.

Attualissimo il capitolo su “la moda e il vestiario”, pura esaltazione del formale (leggi oggi: nuovo formale) e per larghe parti trasferibile e applicabile al generone hipster, contro l’eccentricità basata sul dispregio degli abiti normali in quanto ritenuti «borghesi e pretenziosi». Ad esempio: la kermesse degli eskimo e degli zoccoli tipo sabots della Comune sembra ormai lontana, ma si direbbe che qualcuno ne abbia derivato se non altro la pretesa di sovvertire almeno il vestiario maschile, senza pensare chela moda dell’eccentrico è un po’ vecchiotta. Per esempio, pare che negli anni successivi al 1794 in Francia gli «incroyables» inventarono già tutto il possibile, quanto a eccentricità. Essi con i loro eccessi andarono ben oltre i modesti tentativi odierni. Perciò chi non sia un artista o un giovanissimo ribelle non faccia «l’incroyable»: tanto nessuno gli crederebbe, e in più rischia di apparire un moscardino mal riuscito.

Infine, nell’elencare le differenze tra un vermouth poco numeroso e un gran thè, un cocktail, un pranzo in piedi, c’è l’etichetta per la passione culinaria (oggi si dice food) e per come presentare le pietanze e diramare gli inviti di conseguenza (vedi alla voce: creare eventi). L’esempio di una particolare cena di selvaggina: quando il pranzo abbia finalità spiccatamente gastronomiche (l’invito è a mangiare la lepre, o il camoscio, o il fagiano, o il cinghiale) gli animali in questione possono venire vezzeggiati e onorati con discorsi e ragguagli ampi e profondi: infatti tale cinghiale o lepre ecc., è in quel momento più che un cibo quasi un ospite d’onore, tant’è vero che lo si preannuncia con lo stesso tono con cui si preannunciava l’augusta presenza alla propria tavola del Viceré delle Indie o del gran Sultano Abdaullaham Pascià: «Il giorno quindici avremo per pranzo un cinghiale glacé, perciò raduno alcuni amici per quella sera, spero voi possiate».

In ultimo luogo, una particolare e molto saggia osservazione sul fumo, che espulso dal codice della salute che lo scinde in attivo e passivo e lo mette al bando in entrambi i casi, rimane nel codice della cortesia per quanto riguarda alcune particolari situazioni. In particolare, una difesa del fumatore, braccato ovunque, e una severa bacchettata agli ultrà del non-smoking (e della sigaretta elettronica), cioè un memorandum alla buona educazione dei non-fumatori: se non c’è avviso di divieto costoro non possono imporre ad altri il proprio regime a oltranza; in questo senso si assiste talora a episodi di feroce fanatismo o di suprema villania, come ad esempio l’intimazione, l’invettiva e la predizione funesta al parco o per strada al viandante che ha cercato proprio lì il suo legittimo sbocco di fumo.

Non c’è bisogno di una netiquette, quando abbiamo un’etichetta che funziona ancora benissimo.

 

 

Nell’immagine, Evita Perón a Roma con l’ambasciatore argentino, nel 1947.

 

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