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L’ascesa del Carpi

È l'incubo di Lotito, che ne teme la provincialità e la scarsa "vendibilità", ma il Carpi Calcio, in dieci anni dai dilettanti al primo posto in Serie B, ha una storia di oculatezza finanziaria, fusioni societarie arrivate al momento giusto, tetto d'ingaggi e ambizioni molto controllate. Un po' di storia, con interventi del Ds Giuntoli.

Il 13 febbraio 2005 il Carpi pareggiava allo stadio Sandro Cabassi 0-0 con il Fiorenzuola. Fu una partita scialba e senza emozioni fra due squadre che abitavano i bassifondi della classifica del girone D della Serie D. Il Fiorenzuola chiuderà penultimo, il Carpi dodicesimo, evitando i playout per un solo punto. Sono passati dieci anni esatti: se un decennio fa avessero detto ai tifosi carpigiani che proprio il 13 febbraio del 2015 il loro amato Carpi FC 1909 sarebbe stato uno dei protagonisti del calcio a livello nazionale, probabilmente avrebbero reagito male. E come dar loro torto? La squadra in quell’anno galleggiava a ridosso della zona retrocessione fra continui avvicendamenti in panchina (ben cinque allenatori nella stagione 2004-05) e una serie C2 che rimaneva un miraggio lontano nonostante le aspettative iniziali. Eppure è proprio così. Alla vigilia di San Valentino il Carpi è salito improvvisamente agli onori della cronaca. Il motivo? Il presidente della Lazio e consigliere federale Claudio Lotito, parlando al telefono con Pino Iodice, dg dell’Ischia Isolaverde – che, a insaputa dello stesso Lotito, sta registrando la conversazione – racconta tutta la sua preoccupazione in caso di eventuale promozione di squadre “minori” come Frosinone, Latina ma soprattutto Carpi. Come si vendono i diritti televisivi di squadre come il Carpi, che in Italia non conosce nessuno? Ecco dunque che quella stessa squadra che dieci anni fa arrancava in D oggi preoccupa il presidente di una big della Serie A.

Il curriculum degli anni Dieci del Duemila del Carpi parla chiaro. Tre promozioni in cinque stagioni (2010, 2011, 2013), un campionato di Seconda Divisione vinto nel 2011, una finale playoff persa nel 2012 contro la Pro Vercelli e una salvezza senza patemi in B nel 2014. La stagione 2014/15 comincia senza proclami, ma pian piano diventa una cavalcata per lunghi tratti solitaria. Il Carpi parte bene pareggiando a Livorno 1-1, poi inizia a frequentare le zone alte della classifica fino a conquistare la vetta della cadetteria alla dodicesima giornata. È il 1 novembre 2014: il Carpi vince 1-0 sul Vicenza grazie al gol dell’attaccante nigeriano Jerry Mbakogu, stella della squadra, idolo della tifoseria e a quanto sembra oggetto del desiderio di diverse squadre in giro per l’Europa. Da lì in poi il cammino procede regolare e culmina nel titolo di campione d’inverno con record di punti di distacco dalla seconda da quando la vittoria vale 3 punti: al giro di boa nove lunghezze lo separano dal tandem Bologna-Frosinone, due in più del vantaggio che il Genoa aveva sulla seconda nel 2004/05.

Sono sufficienti questi risultati per raccontare che il Carpi è a suo modo un modello di calcio. Non è l’Atalanta o l’Empoli, dotate di settori giovanili all’avanguardia, non è il Sassuolo di Squinzi, non è nemmeno il Novara che nel 2011 fece un fugace ritorno in A grazie anche a infrastrutture di qualità come il centro sportivo Novarello. Il Carpi è lontano da tutte queste realtà, parola del direttore sportivo Cristiano Giuntoli: «Il Carpi è il Carpi. È un modello a parte. Non ha la piazza e lo storia del Novara. La società ha le idee chiare, è forte e determinata, ma non ha la potenza economica che ha il Sassuolo di Squinzi». Il settore giovanile è in crescita e l’attenzione della società è costante, ma chiaramente i risultati non possono arrivare subito. «L’ascesa repentina della squadra ha comportato dei grandi sforzi per il settore giovanile, che ha bisogno più che mai di programmazione a lungo termine, ovvero per un periodo di almeno 5 anni dato che grandi investimenti non sono per ora possibili. Per i risultati servirà dunque tempo, ma stiamo lavorando sin dalle squadre più piccole per competere nei prossimi anni. C’è da tener conto che finché eravamo in D le giovanili partecipavano a campionati provinciali, poi quando siamo saliti in Lega Pro abbiamo trovato campionati professionistici regionali e una volta giunti in B abbiamo dovuto affrontare i campionati nazionali». E nei campionati nazionali militano anche le squadre Primavera delle corazzate di A, contro le quali non si può pensare di competere senza una pianificazione ragionata.

Le infrastrutture, poi, sono uno degli ambiti su cui la società è più chiamata a lavorare. Lo stadio Sandro Cabassi è piccolo, ospita un massimo di 4.164 persone. La media di spettatori casalinghi dei biancorossi è all’incirca di 2.750 persone, con un picco di 3.900 per il derby Carpi-Modena (vinto, per la cronaca, 1-0 con rete del solito Mbakogu). A Carpi si parla molto di stadio in caso di Serie A, ma Giuntoli afferma che il nodo stadio verrà al pettine in ogni caso, anche nell’evenienza di restare in Serie B: «Oggi lo stadio Cabassi è a norma solo per questa stagione della Serie B perché è in deroga, quindi dovremo in ogni caso affrontare la questione a fine stagione». La stampa locale parla della soluzione di uno “stadio modulare”, ovvero formato da varie componenti che vengono montate e smontate in caso di necessità. Giuntoli commenta così: «Lo stadio modulare è una soluzione che viene adottata all’estero, dove le squadre che raggiungono la massima serie, fra fatturati e diritti televisivi, ottengono molti più soldi di quanto non avvenga in Italia. In Inghilterra se vinci la Championship e raggiungi la Premier League prendi 120 milioni di sterline; in Germania 50 milioni se vai in Bundesliga. Nella seconda divisione tedesca prendi 20 milioni annui, qui 2,5. Per noi è impossibile pensare di investire in una soluzione come lo stadio modulare come fanno all’estero, rimane troppo costoso, si parla di 3-4 milioni di euro e inoltre non risolverebbe la questione in modo definitivo». In ogni caso per stessa ammissione di Giuntoli il rapporto tra istituzioni locali e società è ottimo, quindi ci sarà modo di trovare una soluzione adeguata.

In Inghilterra se vinci la Championship e raggiungi la Premier League prendi 120 milioni di sterline; in Germania 50 milioni se vai in Bundesliga. Nella seconda divisione tedesca prendi 20 milioni annui, qui 2,5.

Fondamentale, all’interno del progetto del Carpi, è il concetto di sostenibilità. Oggi in B è una delle squadre che spende meno per gli ingaggi eppure è nelle zone alte della classifica. Una caratteristica costante nella storia recente del Carpi guidato da Giuntoli, che con una punta di orgoglio rivela: «L’anno in cui vincemmo il campionato spendevamo quanto una squadra che retrocesse. Fare ogni anno categorie diverse è bellissimo e stimolante, ma richiede grandi sforzi: fra le risalite dalla D alla Prima Divisione cambiavamo 13-16 giocatori all’anno. Ho sempre puntato sui giovani e sui prestiti, vendere e non comprare, eppure abbiamo sempre trovato giocatori di grande prospettiva: Laurini è arrivato dal Fossombrone e ora è a Empoli in Serie A, quindi Poli e Di Gaudio, che sono con noi da diversi anni. Squadre come la nostra non possono prescindere dai giovani».

Altra caratteristica del modello Carpi è l’ambizione. «Fin dal mio arrivo qui a Carpi nel 2009 Stefano Bonacini e i suoi soci, appena arrivati anche loro in società, avevano bene in mente l’obiettivo: tornare fra i professionisti. L’orizzonte che ci eravamo prefissati all’inizio era la Prima Divisione di Lega Pro. Poi però l’appetito vien mangiando…». Giuntoli è a Carpi dall’estate del 2009. Proprio quell’estate in cui nasce il Carpi come oggi lo conosciamo. Dopo la settima stagione in D, ancora deludente, il Carpi viene raggiunto nella stessa categoria dai cugini cittadini della Dorando Pietri. E chi è il presidente di quella squadra? Stefano Bonacini. L’estate 2009 è l’estate della fusione. L’allora presidente Fausto Salami lascia la carica ma rimane in società e viene affiancato da altri imprenditori locali, fra cui lo stesso Bonacini e Maurizio Setti, oggi presidente dell’Hellas Verona. Dapprima collaboratore tecnico del direttore sportivo e team manager Giandomenico Costi (ora vice dell’allenatore Fabrizio Castori), Giuntoli fu promosso da Bonacini alla conduzione tecnica della squadra già nell’ottobre 2009. Bonacini è un altro uomo chiave dell’universo Carpi: imprenditore nel mondo della moda (suo il marchio Gaudì) azionista di maggioranza e patron, già sponsor in passato di squadre di A come Udinese e Genoa. Si dice che con Giuntoli ci sia una grandissima intesa, come ammette lo stesso ds: «La società è solida, si lavora benissimo. Dialoghiamo e ci confrontiamo costantemente».

Il 2009/10 è l’anno della svolta. Collocato esattamente a metà fra quel 2004/05 di Carpi-Fiorenzuola e il Carpi primo in B e “temuto” da Lotito. Per Giuntoli quella fu anche l’annata più complessa. «Passare dalla D alla Lega Pro fu difficilissimo: fu un campionato lungo, combattemmo contro il Pisa e arrivammo secondi. Poi la cavalcata dei playoff: raggiungemmo la semifinale nazionale dopo aver vinto sia il nostro girone sia il successivo girone eliminatorio. Perdemmo la semifinale nazionale a Pianura, vicino Napoli, ma dal momento che eravamo fra le prime quattro a livello nazionale eravamo praticamente certi del ripescaggio».

Il Carpi è dunque ambizioso, lo dimostra la sua storia recente, ma per sua natura non si pone obiettivi utopistici. «Il nostro obiettivo stagionale per il 2015 era salvarci, anche all’ultima giornata dei playout, se necessario. Le cose stanno andando molto meglio, ma dobbiamo continuare a pensare di doverci salvare, poi tutto quello che viene oltre è un di più, meraviglioso magari, ma comunque un di più». La costanza e il basso profilo del Carpi sono proprio quelle che a sentir la telefonata spaventano Lotito. La società ha preso posizione con un durissimo comunicato stampa pubblicato sul sito ufficiale, ma Giuntoli non vuole alimentare oltre le polemiche: «Non sta al Carpi esprimere ulteriori giudizi sulle parole di Lotito, lo farà chi di dovere. Noi non dobbiamo più affrontare questa questione. Certo sono parole che non hanno fatto bene al calcio in generale, non tanto al Carpi. Noi pensiamo solo a lavorare».

 

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