Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

L’arte di vincere

La malinconia dell'ultimo giorno e le premiazioni, lontane dalla gioia smodata del calcio, quasi surreali. Ultime cartoline dall'Australia.

Viste dal vivo le premiazioni di un torneo non sono necessariamente belle. Appaiono lente, maldestre, piene di silenzi fuori posto. Quando l’incontro finisce il vincitore esulta brevemente, per recarsi subito a rete a salutare l’avversario. Non è come nel calcio ad esempio, con i giocatori che corrono per il campo, si abbracciano e solo dopo un certo intervallo di tempo la regia ci mostra scampoli di strette di mano, avversari in lacrime consolati dai vincitori. Lì si tratta di due gruppi di persone che fino a quel momento hanno combattuto mischiati tra di loro, e che subito dopo la fine dell’incontro si separano fisicamente. Nel tennis è l’opposto, si gioisce per qualche secondo e poi si corre a ricongiungersi con l’avversario, a compensare la separazione fisica richiesta dalla competizione. Solo dopo è possibile ringraziare il pubblico o correre a abbracciare il proprio angolo. Nel frattempo si avviano le operazioni di allestimento della premiazione, che consistono in un gruppo di raccattapalle che entrano muniti di bandiere a mo’ di guardia d’onore, seguiti dal trasporto di un podio e un microfono sul campo; a volte viene steso un tappeto, infine appare un tavolino su cui vengono disposti i trofei per il vincitore e lo sconfitto (quest’ultimo spesso è un piatto d’argento, inconfutabile premio da secondi arrivati, perfetto da tenere sotto braccio mentre si applaude il discorso del vincitore).

Tutte queste manovre accadono mentre il pubblico ha finito temporaneamente di applaudire e i contendenti restano bizzarramente in vista senza fare nulla, in attesa che la cerimonia abbia inizio. Stanno seduti come durante i cambi campo, guardano nel vuoto, si mettono al polso l’orologio di cui sono testimonial, in attesa di fare le fotografie con il trofeo in mano. Negli sport a tempo l’incontro si conclude sempre con un suono familiare (il triplice fischio, la sirena), portando con sé un inevitabile senso di riconoscimento, un filo rosso tra quella partita e tutte quelle che l’hanno preceduta e che la seguiranno. Un incontro di tennis finisce in base al risultato, e raramente il punto finale di una partita è straordinario, molto spesso è un banale dritto in rete, una risposta fuori di due metri, o qualsiasi altro colpo effettuato senza più speranza. La reazione del pubblico poi è determinata da diversi fattori: la nazionalità del giocatore, l’entità dell’impresa, la qualità del gioco espresso, quanto uno dei due contendenti sia stato adottato o meno dalla folla. Ad esempio la vittoria in singolare di Victoria Azarenka è stata salutata con un applauso di una fiacchezza imbarazzante, surreale per una finale di un torneo come l’Australian Open. Vika ha pagato la combinazione di diversi fattori: la sua immagine è stata rovinata dall’oscuro medical timeout che ha chiesto durante la semifinale contro Sloane Stephens, poi c’è il fatto di essere la campionessa in carica, cosa che ha spostato i favori del pubblico verso la cinese Na Li a causa di un’innata predisposizione del tifo australiano a sostenere l’underdog. Infine la partita, vinta dalla Azarenka contro una Li che prima si è infortunata a una caviglia, poi è caduta a terra sbattendo la testa, si è dipanata un po’ come uno spegnimento lento della cinese, piuttosto che un crescendo agonistico in cui alla fine ha vinto la migliore. Stessa cosa è accaduta nella finale maschile, dove Novak Djokovic ha vinto in quattro set su Andy Murray in una partita con i primi due set equilibrati e farraginosi al punto da far temere a una maratona peggio della finale dell’anno scorso (che durò 5 ore e 53 minuti), per poi scivolare in un terzo e quarto set in cui Murray si è progressivamente disunito, ha cominciato a sbagliare e a faticare negli spostamenti. Djokovic ha invece continuato a scambiare profondo, a assorbire i colpi di Murray, a servire efficacemente, e in poco tempo si è preso la partita, con un esito che è apparso chiaro da ben prima che andasse a servire per il match.

Così nessuna delle due partite ha infiammato il pubblico, che nel caso della vittoria dell’Azarenka era schierato contro di lei, e nel caso di Djokovic-Murray aveva pure le migliori intenzioni, pronto a lodare l’uno o l’altro, ma l’incontro si è spento, morendo di morte naturale, lasciando spazio a composti applausi di congratulazioni, non di liberazione o esultanza.

E quindi poi tutto il trafficare che sfocia nella premiazione, i discorsi di rito, i ringraziamenti: visti senza l’emozione di aver assistito a una grande impresa sembravano poca cosa, lontani, mentre il pubblico raccolto attorno al campo osservava senza esserne davvero parte. In TV le premiazioni appaiono sempre come momenti corali, intensi, fluidificati dalla regia delle immagini: la staticità di osservarne una dal vivo, dove tutto è piccolo, dove non vedi le espressioni sui volti degli atleti, per emozionare davvero necessita di un grande evento che l’abbia preceduta, o di un grande tifo per chi ha vinto o chi ha perso. Meglio allora le due cerimonie dei vincitori del doppio femminile e maschile: Sara Errani e Roberta Vinci celebrano in uno stadio praticamente vuoto, di venerdì pomeriggio, per di più dopo aver battuto una coppia australiana. Gli applausi dei pochi presenti sono cortesi, subito dopo il match point sento due spettatori italiani parlottare dietro di me, lui dice a lei «Ah, ma era la finale?». L’abbraccio tra le due dopo la vittoria assume allora un altro significato, è una gioia sommessa, quasi privata, quella di giocatrici e giocatori che sanno che la loro specialità è solo un satellite attorno al pianeta dei grandi campioni del singolare.

Come anche i gemelli americani Bob e Mike Bryan, da anni dominatori inscindibili, a differenza di tante coppie volatili che nascono e muoiono nell’arco di un paio di tornei. Qui a Melbourne li vedo vincere il loro tredicesimo titolo del Grande Slam, diventando la coppia più vincente di sempre. Giocano dopo la finale femminile, ad addolcire la pillola di un biglietto carissimo, nello stadio saranno rimaste duemila persone su quindicimila che ne contiene. Vincono veloce contro gli olandesi Haase e Sijsling, due set a zero in cinquantatre minuti, impeccabili. Dopo il match point fanno il loro rituale chest bump saltando uno verso l’altro, si abbracciano e finisce lì, come un secondo turno di un torneo qualsiasi. Hanno appena scritto la storia del loro sport, ma non c’è spazio per le ovazioni, la maggior parte dei presenti magari nemmeno sa che hanno infranto un record. Durante la premiazione i due olandesi sconfitti ritirano il trofeo di consolazione e fanno per andarsene, qualcuno gli indica il microfono e allora tornano indietro a dire due parole. Poi tocca ai Bryan che ringraziano il pubblico, Bob parla della figlia di un anno che sta dormendo nello stadio accanto, dice che ora la sveglieranno e la metteranno a sedere sul trofeo, poi subito prima di andarsene ringrazia Kevin Spacey che sta seduto in prima fila a applaudirli. Non c’è bisogno delle ovazioni per essere felici, mi dico.

Di venerdì era arrivato anche Rod Laver a benedire le fasi finali del torneo, durante le quali lo immagino mentre concede mille interviste in cui parla bene di tutti i candidati al titolo, magari cercando tra le righe di dare a intendere quello che il tennis era una volta e quello che invece è oggi, un po’ come quando in Italia il presidente della Repubblica richiama pacatamente i partiti a una miglior gestione della cosa pubblica. Da tempo si discute dello stato del gioco moderno: le superfici lente, i materiali ultraleggeri, le palline più grandi, la scomparsa del serve & volley e del rovescio a una mano, tutta una semplificazione delle strategie e della tecnica dove la condizione atletica e l’abilità difensiva hanno soppiantato il tocco e il gioco offensivo. O meglio oggi si attacca da fondo campo, e la ragione per cui Djokovic è l’attuale numero uno del mondo è proprio la sua superiore capacità di transizione dalla difesa all’attacco nel corso di uno scambio. Lo vedi che struscia il dorso dei piedi in spaccata su quel cemento assassino e ti chiedi di cosa siano fatti i suoi legamenti, e non riesci a immaginartelo a torturare menischi in quel modo a trent’anni, perché è impossibile, perché non ci puoi arrivare integro. Mentre esco dallo stadio mi imbatto in Vlade Divac, l’ex centro dei Lakers degli anni ’90, che è stato nel box serbo per tutto l’incontro. Accanto a lui un prete ortodosso in tunicona nera: la coppia mi suscita un profondo turbamento, immagino il gigante sovrappeso e quella specie di Rasputin barbuto a colloquio con Djokovic, e il suo dominio attuale comincia a assumere tratti esoterici, sovrumani.

Cosa sia diventato oggi il tennis viene chiesto anche a Andre Agassi, che torna a Melbourne per la prima volta dal suo ritiro sette anni fa. La sua conferenza stampa è piena come lo saranno solo quelle dei finalisti, e lui sta tenendo banco in un silenzio totale, con risposte fiume pronunciate con una voce dolce, un fare da guru spirituale. Gli viene chiesto cosa pensa dei fab four, come vengono chiamati Djokovic, Murray, Federer e Nadal. Lui che ha smesso che giocavano già tutti e quattro, e che del gioco moderno è uno degli artefici, parla di come abbiano continuamente alzato la posta per raggiungersi e superarsi tra loro, prima Nadal che inseguiva Federer, unico ad aver unito una tecnica tradizionale sopraffina con il controllo da fondocampo, poi Djokovic che li ha raggiunti e scavalcati, infine anche Murray ha cominciato a vincere i titoli davvero importanti.

«Quando giochi come giocano loro quattro hai di fronte un altro tennis, nuove regole di ingaggio. Da un punto di vista strategico non lo riconosco, per me si trattava di mettere sotto l’avversario durante il punto, per togliergli il respiro. Ma qui nessuno resta dietro durante uno scambio, non sai mai se hai davvero il controllo. Non avrei avuto possibilità di entrare dentro al campo, per farlo dovevo essere un altro giocatore, avere un altro corpo».
Con la consueta semplicità seducente dell’Agassi pensatore, l’ex Kid di Las Vegas elabora il passare del tempo, la lenta perdita di possesso del gioco che ha fatto la sua vita.

 

Le puntate precedenti:
1- La strada per l’Open
2- Le velleità
3- Arrivano i grandi
4- Le quasi finali

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg