Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Larry Sanders è uscito dal gruppo

Il cestista milionario che perse l'amore per il basket. E gli altri, sportivi e non, che hanno deciso di fare a meno del loro talento.

larry

C’è un margine entro il quale il talento non è un dono, come spesso diventa nella retorica, ma un peso opprimente, un regalo in un primo tempo magari apprezzato ma poi divenuto insopportabilmente sgradito. Larry Sanders ha 26 anni, è alto 211 centimetri, fino alla scorsa settimana era il centro dei Milwaukee Bucks, la franchigia NBA in cui giocava dal 2010. È sempre stato un giocatore di basket molto promettente, e nel 2012-2013 è stato votato terzo al NBA Most Improved Player Award, il riconoscimento degli addetti ai lavori al cestista più maturato nel corso della stagione. Quell’anno, peraltro, è anche arrivato molto vicino a essere il più efficace artefice di stoppate della lega americana.

Da allora però qualcosa si è rotto. Non per gli infortuni – che pure ci sono stati: nel marzo scorso ha dovuto saltare ciò che rimaneva della regular season per una frattura dell’orbita; nel dicembre del 2013 uno strappo ai legamenti della mano l’aveva portato a fare da spettatore ai suoi compagni per 25 partite – e neanche per scelte tecniche: a parlare della fiducia risposta dai Bucks in Sanders è il rinnovo di contratto quadriennale da 44 milioni di dollari firmato lo scorso agosto. A metà del mese scorso Sanders è stato trovato positivo all’uso di marijuana durante un controllo medico. Era la seconda volta che succedeva, e per regolamento il centro avrebbe dovuto saltare un minimo di dieci partite. Qualche giorno fa, il 21 febbraio, tuttavia i Milwaukee Bucks hanno annunciato di aver rescisso il contratto di Sanders, che percepirà 15 milioni di dollari ripartiti nell’arco di sette anni. Lasciare la sua squadra e il basket è stata una sua richiesta.

Larry Sanders, il talento, è quindi apparso sorridente in una videointervista pubblicata in esclusiva su The Players Tribune, con un cappello di lana in testa e una t-shirt blu indosso. Nel documento esordisce svelando il mistero sulla sua scomparsa dai riflettori: una recente visita in un ospedale del Wisconsin, il Rogers Memorial Hospital, gli aveva dato una diagnosi che parlava di «ansia, depressione e disturbi dell’umore». Eloquentemente, all’inizio dell’intervista Sanders dice di sé: «Sono una persona. Sono un padre. Sono un artista. Sono uno scrittore. Sono un pittore. Sono un musicista. E a volte gioco a basket … Non dimenticate il ”e”, mi raccomando». Perché fare di lui “soltanto” un giocatore di basket?

Nel suo commiato Sanders parla di una felicità che non può avverarsi «dietro le sbarre di una gabbia dorata».

Nel suo commiato dai tifosi e dal sistema cestistico, Sanders parla di una felicità che non può avverarsi «dietro le sbarre di una gabbia dorata», della sua dipendenza dalla cannabis, con cui pensava (sperava) di far fronte ai sintomi della sua condizione, di come abbia dovuto «prendere la complessa decisione di seguire il mio intuito e concedermi il tempo e lo spazio per esplorare il mio vero scopo di vita». «Scopo di vita»? È così che parla un campione sportivo plurimilionario da rivista patinata? Possibile che un atleta a cui è stato dato quel talento possa rinnegarlo così, come un alpinista che, terminata la salita in condizioni estreme che preparava da tutta una vita, si accorga che la vista dalla cima non è grandiosa come si aspettava? Sanders ha rivelato candidamente di aver chiarito a se stesso che «non ne vale la pena»: 82 match, infinite sessioni di allenamento e conferenze stampa ogni anno per lui è troppo, se ne è reso conto. E ha deciso di smettere, magari per dedicarsi alla pittura (una selezione delle sue opere è già stata esposta in una galleria di Milwaukee) o al design (in passato ha parlato della sua passione per la costruzione di skateboard).

Se da una parte, com’è lo stesso Sanders a rimarcare, è facile pensare a certe professioni come a un empireo fatato fatto di privilegi e divertimento, dall’altra di certo questa lettura da osservatori esterni en passant è troppo semplificante: «Non sono diverso da una persona il cui 9-to-5 [il posto di lavoro standard, Nda]  non è quello dei sogni», dice il centro guardando in camera. E non è l’unico a essersi trovato in questa situazione, anche rimanendo sui parquet della NBA. Un altro “lungo” di indubbie capacità, Andrew Bynum, ha lasciato naufragare la sua carriera cestistica tra infortuni e recuperi sempre meno volenterosi. Quand’era a Philadelphia in forza ai 76ers, un anonimo ex compagno dichiarò alla rete Cbs che non aveva mai incontrato un giocatore a cui il basket piacesse meno che a lui. Per converso, l’ex centro dei Lakers adora costruire e rimontare qualsiasi oggetto, dalle auto ai computer, come un appassionato ingegnere meccanico trovatosi suo malgrado nella selezione All-Star del campionato di basket più famoso del globo.

Casi come questi non sono, ovviamente, limitati a una disciplina particolare: basta avere un grande talento e trovarsi a vederlo male impiegato, con una prospettiva che noi fan ignari possiamo solo tentare di afferrare. Dopo aver giocato da capitano della sua nazionale i Mondiali tedeschi del 2006, Hidetoshi Nakata decise di smettere col calcio. Aveva appena 29 anni, e ancora uno di contratto con la Fiorentina. In patria era una leggenda vivente, essendo stato uno dei primissimi orientali a giocare in un campionato europeo. «A essere onesti, diventare un campione non era il mio sogno», ha detto lo scorso maggio l’ex centrocampista della Roma alla Cnn. E così, dopo l’eliminazione del suo Giappone di quell’estate, “Hide” parte per una vita da viaggiatore erratico durata 8 anni, un periodo in cui passa dallo status di superstar globale a quello di viandante senza fissa dimora. Nakata ha sostenuto di aver visitato quasi cento paesi. Poi è tornato in Giappone, si è dedicato alla vendita di sake, è diventato editor-at-large della prestigiosa rivista Monocle, nonché «la risposta asiatica a David Beckham».


Dopo un’esperienza da giramondo, Hidetoshi Nakata ha saputo reinventarsi icona di stile.

Va ricordato che persino il talento più cristallino di cui lo sport abbia mai goduto, Michael Jeffrey Jordan, nell’ottobre del 1993 comunicò in un’assurda conferenza stampa di aver perso – temporaneamente, si scoprì poi, per fortuna – il suo amore per il basket. Tornando in Italia, e passando giocoforza a talenti di calibro inferiore: Gianni Comandini, attaccante classe ’77 ricordato soprattutto per una doppietta segnata con la maglia del Milan in uno storico derby meneghino finito 6-0 per i rossoneri, ha parlato di un «percorso interiore» per spiegare il suo ritiro prematuro dal calcio giocato – avvenuto , ancora, a soli 29 anni. «Ero logoro di un ambiente che dà molto ma allo stesso tempo chiede molto». Esiste anche un’eventualità in cui al talento non fa eco un corrispettivo amore per la disciplina d’appartenenza, una simbiosi che invece sembrerebbe naturale dare per scontata: come scrive Giovanni Fontana su l’Ultimo Uomo, Gabriel Omar Batistuta non spese mai parole testimonianti un invaghimento per lo sport che l’aveva reso un campione assoluto.

Persino Michael Jeffrey Jordan nell’ottobre del 1993 comunicò di aver perso il suo amore per il basket.

A dirla tutta, questo atteggiamento disincantato e crepuscolare nei confronti del proprio ambito di eccellenza non è un’esclusiva degli sportivi. Salinger si ritirò famosamente a una vita di reclusione nel New Hampshire, non pubblicando più nulla nei sessant’anni intercorsi tra Il giovane Holden e la sua morte. La psiche di un uomo è insondabile, ma davanti a casi di potenzialità messe a freno nell’opinione comune prevale sempre un senso di smarrimento. Come una variante dell’Es di Groddeck, è il loro spleen latente a guidare questi Faust appassiti troppo presto, a renderli scostanti e perennemente a disagio. Non viceversa.

Nel finale di uno dei film più iconici con cui è cresciuta la mia generazione, Blow, George Jung/Johnny Depp declama un celeberrimo monologo che a un certo punto si concede una nota ottimista: «Ma mi sforzo di sorridere, sapendo che la mia ambizione ha superato di gran lunga il mio talento». Raison d’être apprezzabile, perché in una situazione opposta, ove un talento significativo viene eroso da una passione scivolata via, talvolta ci si può trovare sulla sommità di una montagna senza poter provare gioia.

 

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg