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Larghe intese

Improbabili annunci di guerre civili e un Pd che non riesce a ricordarsi come nacque questo governo (spellandosi le mani per il discorso del Presidente).

Come avevamo già previsto nel nostro piccolo da queste parti, la sentenza con cui la Corte di Cassazione ha confermato la condanna a quattro anni di reclusione per Silvio Berlusconi nell’ambito del famoso processo Mediaset alla fine dei conti ha paradossalmente creato più problemi al Partito democratico che al partito guidato da Silvio Berlusconi.

Negli ultimi giorni, a dire il vero, tra manifestazioni, videomessaggi, discese in campo ed evocazioni di improbabili guerre civili, il Pdl ha ovviamente mostrato un comprensibile stato di malessere dovendosi confrontare con la condanna del proprio leader: e si può essere d’accordo o in disaccordo quanto si vuole con la scelta fatta di andare contro la sentenza della Cassazione, ma d’altra parte non si può dire che in questi anni siano mancati gli assist offerti al centrodestra per poter accusare uno spicchio della magistratura di essere faziosa e politicizzata. Nonostante però le espressioni di profonda insofferenza arrivate dal Pdl, è un fatto che la condanna di Berlusconi ha creato politicamente imbarazzi più all’alleato del Pdl al governo che al Pdl stesso. Ed è per questo che da giovedì a oggi, una volta realizzato che il Popolo della libertà non ha interesse alcuno a staccare la spina a questo governo, la grande domanda relativa al futuro delle larghe intese è questa: reggerà il Partito democratico alla condanna di Berlusconi, e riuscirà il centrosinistra governativo ad appoggiare questo governo nonostante la sentenza della Cassazione?

Se il Pd fosse un normale partito riformista, dotato di un suo tratto identitario non legato direttamente alla storia e alle peripezie del principale esponente dello schieramene avverso, la domanda sarebbe pleonastica e la risposta sarebbe ovvia: un’alleanza di governo ha il compito di risolvere i problemi del paese e gli interessi del paese vengono prima di quelli di un partito. Punto. Il ragionamento è elementare, è matematico, è lineare, ma per il Partito democratico, o almeno, per una buona parte del Pd (che al momento non sembra però essere maggioritaria), la questione è invece capovolta e suona più o meno così: ora che Berlusconi è condannato, le larghe intese non possono che essere messe in discussione per il semplice fatto che un partito di sinistra non può fare gli interessi del paese se alleato con un partito guidato da un pregiudicato. A parte il fatto che, a voler essere maliziosi, per i nostalgici del “governo di cambiamento” la soluzione migliore sarebbe quella di dare vita a un altro governo (a cinque stelle) guidato anch’esso da un partito guidato da un pregiudicato; a parte questo, si diceva, la questione che viene spesso ignorata dagli sfascisti della grande coalizione è che oggi la sopravvivenza delle larghe intese non può essere intesa come una semplice concessione fatta da questo o da quel partito, ma molto più banalmente la suddetta sopravvivenza è legata a un preciso contratto con gli italiani che il Pd, il Pdl e il Terzo Polo hanno sottoscritto nel momento in cui hanno deciso di chiedere a Giorgio Napolitano di rimanere al Quirinale e nel momento in cui hanno deciso di spellarsi le mani di fronte al famoso discorso che Re Giorgio fece in Parlamento alla fine di aprile.

Un discorso virtualmente controfirmato dai politici che fanno parte della grande coalizione e che in qualche modo costituisce ancora oggi la ragion d’essere delle larghe intese. Ricordate? “Negli ultimi anni, a esigenze fondate e domande pressanti di riforma delle istituzioni e di rinnovamento della politica e dei partiti non si sono date soluzioni soddisfacenti: hanno finito per prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi”. “Le forze rappresentate in Parlamento, senza alcuna eccezione, debbono comunque dare ora – nella fase cruciale che l’Italia e l’Europa attraversano – il loro apporto alle decisioni da prendere per il rinnovamento del paese. Senza temere di convergere su delle soluzioni, dal momento che di recente nelle due Camere non si è temuto di votare all’unanimità. Sentendo voi tutti – onorevoli deputati e senatori – di far parte dell’istituzione parlamentare non come esponenti di una fazione ma come depositari della volontà popolare”.
E ancora: “La condizione è dunque una sola: fare i conti con la realtà delle forze in campo nel Parlamento da poco eletto, sapendo quali prove aspettino il governo e quali siano le esigenze e l’interesse generale del paese”.

Il senso del discorso di Napolitano era evidente, e i termini di quel ragionamento non sono cambiati: Pd e Pdl si sarebbero dovuti mettere insieme per rappresentare non due fazioni ma due volontà popolari emerse dalle elezioni e prive di maggioranze autonome, e avrebbero dovuto compiere questo sforzo per dare la possibilità al proprio paese di andare poi a votare con una geografia istituzionale radicalmente mutata. Lo spirito delle larghe intese è dunque inscritto nel discorso del 22 aprile di Re Giorgio alle Camere. E’ quello il contratto con gli italiani delle larghe intese. E chiunque in modo pretestuoso nei prossimi mesi proverà a stracciare quel contratto non potrà che dimostrare una sola cosa: la voglia di mettere i propri interessi davanti a quelli del paese.

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