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L’Argentina non vince mai

L'ultimo Mondiale nel 1986, l'ultima vittoria internazionale nel 1993: da più di vent'anni l'Albiceleste non vince niente, eppure continua a essere considerata una favorita. Un racconto di sconfitte e fallimenti.

Il 1994 per l’Argentina del calcio e l’Argentina intera, che in occasione dei Mondiali è coincidente con l’Argentina del calcio, era un anno di grandi speranze. Diego Armando Maradona si era allenato da solo nei primi mesi dell’anno, dopo la squalifica per cocaina scontata a Napoli e dopo la fine dell’esperienza non davvero brillante di Siviglia (e quella brevissima di Rosario nei Newell’s Old Boys), era dimagrito dodici chili in trenta giorni, aveva lavorato duramente, si era preso la convocazione e la fascia di capitano in una nazionale con ventisette anni di età media quando lui ne aveva trentatré e quasi trentaquattro, con un compagno di attacco che si chiamava Batistuta e altri ragazzini dell’età che aveva lui quando segnò il Goal del secolo all’Inghilterra: Redondo, Simeone, Fernando Cáceres, José Chamot, anche il ventenne Ariel Ortega.

L’Argentina gioca la prima partita del Mondiale il 21 giugno, a mezzogiorno e trenta, al Foxboro Stadium di Boston. Maradona sei giorni prima aveva attaccato João Havelange e Sepp Blatter per le condizioni pericolose in cui si sarebbe dovuto giocare, per il caldo, per l’egoismo, per lo sfruttamento della salute dei calciatori. Ci sono 56.000 persone allo stadio, vuol dire che è tutto esaurito. L’Argentina entra in campo con una formazione molto offensiva: davanti alla difesa Redondo e Simeone, davanti a loro Balbo, Caniggia, Maradona e Batistuta. Batistuta, venticinque anni, segna tre goal. Maradona uno solo, ma è il suo il goal che si ricordano tutti, per la bellezza del tiro ma ancora di più per la bellezza dell’azione di squadra, per la topografia dei passaggi ravvicinati e veloci, una topografia recitata in diretta dal commentatore uruguayano Victor Hugo Morales, come un incantesimo: «Balbo para Redondo, Redondo para Maradona, Maradona para Redondo, Redondo para Caniggia, Caniggia para Redondo, Redondo para Maradona», e poi il tiro di Maradona, dalla riga dell’area di rigore, sotto l’incrocio, Victor Hugo che dice prima soltanto «gol», anche lui sorpreso, ma un secondo dopo esplode nel suo solito e lunghissimo «GOOOOOOOOOOOOOOOL» mentre Diego corre con la faccia impazzita verso una telecamera a bordo campo, che lo inquadra con la bocca aperta e fa sì che la voce di Morales sembri uscire dal corpo di Diego. Dopo la partita con la Grecia l’Argentina batte anche la nigeria, e Maradona viene trovato positivo all’efedrina, una sostanza considerata dopante, e squalificato. La difesa è che l’efedrina fosse in alcune bibite, oppure in alcuni farmaci dietetici. Intervistato in video poco dopo dal giornalista Adrian Paenza per Canal 13, Diego si confessa in sette minuti commoventi di monologo, un monologo teatrale, intenso. Dice: «Me duele mucho por… por… porqué me cortaron las piernas», mi hanno tagliato le gambe. E poi, ormai in lacrime: «Lo único que quiero que le quede claro a los argentinos es que no me drogué, que no corrí por la droga, que corrí por el corazón y por la camiseta», una confessione agli “argentini”, un po’ poetica, di certo d’impatto se abbinata alla voce rotta dal pianto e alla faccia giovane e bella di Diego Armando Maradona quando era ancora un atleta. Dopo la sua squalifica, l’Argentina perde con la Bulgaria e poi, agli ottavi di finale, con la Romania ed è fuori dal Mondiale.

Da quel Mondiale anomalo, perso con un’ottima squadra ma su cui lo stato di shock successivo alla squalifica di Maradona (e poi certo contro la Romania più forte di sempre: il goal del 2-1 di Dumitrescu è il manuale dell’uno-due, realizzato con Georghe Hagi poi autore del definitivo 3-2), l’Argentina non ha mai superato, in un Campionato del Mondo, i quarti di finale. Nemmeno ha mai vinto una Copa America – l’ultima è del 1993. Una delle più famose storie iniziate bene, cariche di speranze, e finite sgonfie vecchie e malandate sulla strada bagnata degli anni e degli insuccessi, è quella della golden generation inglese: una delle classi calcistiche migliori che l’Inghilterra abbia mai avuto, fatta di Beckham, Neville, Scholes, Butt, e poi Owen, Lampard, Joe Cole, Terry, Campbell, non è mai riuscita a sollevare un solo trofeo nella sua storia. La storia per immagini, aneddoti e racconti di partite viste in Tv e riviste su Youtube dell’Argentina è la storia dell’insanabile divergenza tra quell’espressione culinaria che si usa così tanto nel discorso calcistico, sulla carta, e la messa in pratica delle singole e straordinarie esperienze individuali in un unicum che sappia vincere.

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Nel 1998 il Mondiale si gioca in Francia, l’Argentina si qualifica con una squadra con undici giocatori che giocano nel campionato di Serie A italiano, quattro nella Liga spagnola, uno nel campionato svizzero e solo sei in quello argentino – e nessuno del Boca Juniors. Ci sono Roberto Ayala e José Chamot, Matias Almeyda e Claudio Lopez, Diego Simeone, Gabriel Batistuta, Ariel Ortega, Juan Sebastian Veron, Abel Balbo, Hernan Crespo, Marcelo Gallardo. L’allenatore è Daniel Passarella, campione del mondo nel 1978, che porta la seleccion in Francia vincendo il girone sudamericano di qualificazione (il Brasile era campione del mondo e ammesso di diritto) e anche le prime tre partite del girone della fase finale: Uno a zero al Giappone, cinque a zero alla Giamaica, uno a zero alla Croazia. Il Giappone è all’esordio, l’Argentina è ancora una delle favorite. In attacco Lopez, Ortega e Batistuta sono troppo forti per gli avversari ed è Batistuta che segna l’uno a zero poi definitivo su assist di Ortega. Al fischio finale sia Ortega che Batistuta entrano negli spogliatoi senza salutare nessuno, né avversari né compagni né tifosi, ma questo può voler dire tutto o niente. L’Argentina nonostante il risultato gioca molto bene, in verticale e in orizzontale: in verticale quando c’è Lopez, in orizzontale quando Lopez è in panchina, gioca Gallardo a centrocampo e Ortega fa la seconda punta di Batistuta. Agli ottavi di finale c’è l’Inghilterra, e i momenti più storici che calcistici di quella partita sono due, e sono tutti inglesi: il goal di Michael Owen, quella corsa sfacciata su Chamot e Ayala con la maglietta troppo larga e la faccia da diciottenne; e l’espulsione di Beckham, per un fallo di reazione su Simeone, un peccato che Beckham espierà soltanto anni dopo, forse con la punizione decisiva, in una partita di qualificazione contro la Grecia, che permetterà all’Inghilterra di vincere. La partita finisce due a due e ai rigori, dopo gli errori di Crespo (entrato per Batistuta) e Ince, sbaglia Batty (ma Owen, prima, aveva segnato con un tiro precisissimo sotto l’incrocio dei pali, e ancora incosciente e sfacciato, voltandosi verso il centrocampo con i compagni di squadra, aveva mimato con le mani un angolo, come per vantarsi). All’errore di Batty con la parata di Roa, l’ultimo rigore, è sorprendente l’esultanza della panchina e dello staff tecnico argentino: come se lo stesso Passarella fosse un giocatore, anzi un giocatore decisivo, si lancia sull’erba, cade supino, guarda tutti i suoi collaboratori che gli si lanciano addosso formando una montagna umana, dalle immagini sembrano in cinque o in sei, tutti con un abito grigio, quasi marrone, sembra una surreale e grottesca montagna di burocrati. Tra di loro c’è il fisioterapista Angel Castro, che da trent’anni lavora con la Nazionale argentina. Castro ha un santino della Vergine in mano, ma lo perde, piange e dice morirò, è stato con me in tutti i Mondiali, che fine ha fatto? Quando la montagna umana si sgretola e frana si scopre Daniel Passarella con il santino della Vergine in mano, chiama Castro e gli dice Angel, è qui, conservalo per la prossima partita, ci servirà.

«Se quello espresso venerdì dalla squadra di Cesare Maldini è il calcio, l’umanità è perduta. E Passarella ha fatto una brutta copia degli italiani».

Contro l’Olanda, allo stadio Velodrome di Marsiglia, nel sole delle quattro di pomeriggio, il santino della Vergine non serve. Il giorno dopo un articolo del quotidiano Pagina12 inizia con la frase: «Le grandi storie sono scritte da grandi squadre. Le squadre piccolo scrivono aneddoti». Un aneddoto che gli argentini si ripeteranno molto è quello dell’espulsione di Ariel Ortega, al minuto 87, dopo più di un’ora ferma sull’uno a uno (goal di Kluivert e di Lopez, sempre in verticale, sempre sulla linea del fuorigioco). Il giocatore chiamato El Burrito è in area sul lato sinistro, prova un dribbling a destra, su Stam, poi di nuovo a sinistra, Stam affonda la gamba e Ortega si lascia cadere. L’arbitro corre verso di lui e sta per ammonirlo per simulazione, sopra di lui c’è anche il portiere Van Der Sar, gli sta urlando qualcosa probabilmente riguardo il suo tentativo di simulazione. Ortega guarda Van Der Sar, si rialza e lo colpisce con una testata sul mento. L’arbitro ripone il cartellino giallo e gli mostra quello rosso. Un minuto dopo, Dennis Bergkamp segna il goal del 2 a 1, un goal bellissimo che rende l’espulsione di Ortega ancora più aneddotica. Il commentatore argentino Mariano Closs dice, in diretta dopo il vantaggio olandese: «La irresponsabilità di Ortega! Non si può portare in Nazionale un giocatore così. Per favore, per favore!». I giornali attaccano il gioco di Passarella, troppo difensivista, e ne danno la colpa in parte ai troppi “italiani” in rosa. Pagina12 scrive: «Se quello espresso venerdì dalla squadra di Cesare Maldini è il calcio, l’umanità è perduta. E Passarella ha fatto una brutta copia degli italiani».

Con Marcelo Bielsa in panchina l’Argentina si qualifica come prima nel gruppo sudamericano al Mondiale del 2002. Ha tredici punti di vantaggio sulla seconda, l’Ecuador, il miglior attacco, la miglior difesa, ha perso soltanto una partita su diciotto giocate. La squadra è ancora molto italiana: ci sono Almeyda, Samuel, Lopez, Zanetti, Batistuta, Simeone, Crespo, Chamot. Un articolo di Bbc Mundo del maggio 2002 analizza il “problema” dell’abbondanza di talento in Argentina e si chiede chi dovrà rimanere fuori dal Mondiale tra Aimar, Kily González, Simeone, Riquelme, Gallardo, Ortega, Verón, Almeyda. L’Argentina è, ancora una volta sulla carta, una delle favorite. Al sorteggio dei gironi mondiali i suoi giornalisti parlano di “grupo de la muerte” considerando le avversarie: Nigeria, ancora Inghilterra, Svezia. Se con la Nigeria l’Argentina vince, e soltanto uno a zero a fronte di una partita dominata con il gioco e le occasioni create, con l’Inghilterra arriva la sconfitta, la vendetta di Beckham dopo l’espulsione di quattro anni prima, un goal su rigore fondamentale e decisivo: un commentatore inglese dice: «Never mind the hand of God, divine retribution for England», con riferimento alla più famosa delle sfide tra Argentina e Inghilterra, quella del 1986. Gli argentini non digeriscono la sconfitta, e digeriscono ancora meno il pareggio con la Svezia per uno a uno che elimina l’albiceleste definita come la più forte degli ultimi anni dal Mondiale ancora prima degli ottavi di finale. Una partita maledetta in cui l’Argentina tira 20 volte verso la porta svedese ma segna soltanto all’88° minuto un pareggio inutile. Il capro espiatorio è Juan Sebastian Veron, che diventa “el vendido” o “el vendipatria”. Juan Sebastian Veron gioca nel Manchester United dal 2001, e proprio contro l’Inghilterra gioca malissimo, sbagliando molti passaggi e cross dal suo ruolo di playmaker. L’accusa è irrazionale e, curiosamente per un giocatore soprannominato la brujita (la streghetta), ricorda una caccia alle streghe senza l’ombra di logica. Veron gioca pessimamente anche contro la Svezia, impiegando diversi secondi e ostentando flemma in occasione di due calci piazzati offensivi negli ultimi minuti di gioco, con l’Argentina che deve segnare un goal a tutti i costi. Bielsa difende i giocatori e si prende tutte le colpe. Gli chiedono se la sua Argentina era la miglior squadra del mondo. «Non c’è dubbio» risponde. I giocatori piangono in campo, mentre escono dal campo e mentre tornano a casa. I giornali parlano di fallimento totale: a gennaio lo stato argentino aveva dovuto ammettere il default, l’impossibilità di rispettare gli impegni economici presi. Il calcio era un’ancora di felice riscatto e distrazione, persa sul fondale appena lanciata in acqua.

Ma Marcelo Bielsa, a fine luglio, viene confermato sulla panchina, arriva secondo alla Copa América del 2003 e vince le Olimpiadi del 2004, a dimostrazione che il dramma nazionale di Giappone-Corea è stato un caso, un caso sanguinoso e doloroso, un caso chirurgico e letale, ma pur sempre un caso. Nel 2004 tuttavia, senza dare spiegazioni, Bielsa, che viene chiamato el loco, il pazzo, dà le dimissioni da commissario tecnico dell’Argentina. La squadra per qualificarsi al Mondiale del 2006 viene presa in gestione da José Pekerman e lo fa ancora una volta senza problemi, arrivando al secondo posto, con gli stessi punti del Brasile primo.

Clarín, il principale quotidiano, titola «Semplicemente, la perfezione», e per due volte nel testo dell’articolo ripete la frase: «È questa la strada».

È la seconda volta che l’Argentina è nel “grupo de la muerte”, ma questa volta le cose vanno per il verso giusto. Le polemiche arrivano subito e prima che si inizi a giocare, perché Pekerman non convoca Zanetti, Demichelis e soprattutto Veron, el vendipatria, a causa, si dice, di un litigio con il capitano Sorin. In attacco c’è ancora Crespo, c’è Julio Cruz, c’è Carlos Tevez, Javier Saviola e un giovanissimo Lionel Messi. Il problema dell’Argentina nella prima partita è ancora quello che aveva la squadra allenata da Marcelo Bielsa: non sa segnare. Ed è curioso per una squadra con uno dei reparti di attacco più forti del mondo – ancora: sulla carta. Contro la Costa d’Avorio vince 2-1, poi si riscatta e si esalta e contro la Serbia finisce 6-0. Sono tutti goal belli e conditi da un eccellente gioco offensivo: la squadra gioca molto corta, passa la palla rapidamente e rasoterra, Cambiasso e Maxi Rodriguez sono i centrocampisti che puntano sugli inserimenti mentre è Riquelme a spedire i palloni in area. Segna anche Messi, il goal del 6-0, e Maradona è in tribuna a esultare come se avesse segnato un suo ologramma. La vittoria in Argentina esalta, e anche se la partita successiva con l’Olanda termina zero a zero (ma l’Argentina passa agli ottavi di finale come prima) il Clarín, il principale quotidiano, titola «Semplicemente, la perfezione», e per due volte nel testo dell’articolo ripete la frase: «È questa la strada». Agli ottavi di finale, contro il Messico, l’Argentina soffre ma passa ai supplementari (2-1), il goal è di Maxi Rodriguez, un destro al volo da fuori area che verrà poi votato come il miglior goal di tutto il torneo. Ancora il Clarín vede ancora il lato positivo della vittoria, e in un articolo ripete, ancora, «il sogno continua a battere».

Il sogno si spegne ai quarti di finale, contro la Germania e ai rigori. Non ci sono drammi nazionali, ma un orgoglio molto argentino di uscire “a testa alta”, dopo una partita in cui ci sono soltanto dieci tiri in porta totali, e il pareggio della Germania, padrona di casa all’Olympiastadion di Berlino, arriva a dieci minuti dalla fine. Era questa, sicuramente, la miglior Argentina degli ultimi vent’anni.

L’Argentina del 2010 è quella di Messi, e quindi in Messi si riassume e si valuta, e viene ancora sconfitta dalla Germania, questa volta con un’umiliazione difficile da dimenticare: quattro a zero, sempre ai quarti di finale, sempre dopo aver battuto il Messico nel turno precedente. È l’Argentina di Diego Armando Maradona, una squadra che nel turno di qualificazione viene criticata spesso e che si qualifica al Mondiale all’ultima giornata, dopo aver subito, prima, la più pesante sconfitta della sua storia, sei goal a uno dalla Bolivia. Era stata anche eroica, la qualificazione, con un goal di Palermo quando tutto sembrava perso, sotto una pioggia a Rosario che era perfetta per un finale pieno di lacrime nascoste, teste basse, silenzi. Invece segna Martín Palermo, Maradona, grasso e con la tuta Adidas dell’Asociación del Futbol Argentino, corre in campo e di pancia ci si tuffa, scivolando sull’erba bagnata, come se fosse un calciatore, soprattutto esultando da solo. Dopo il quattro a zero con la Germania, dopo le convocazioni più polemiche della storia recente dell’Argentina, Maradona viene comunque accolto a Buenos Aires da migliaia di tifosi che cantano «Diego no se va», ma la verità dei meno sentimentali e devoti al suo mito è un’altra, ed è quella dell’assenza di un gioco e di un’idea di disciplina tattica, di un’idea che chiedeva a Messi di fare il Maradona, di nepotismo e favoritismi tra i giocatori. Sono in molti a essere arrabbiati con Maradona, perché è riuscito a far umiliare una delle migliori squadre del Mondiale. Sulla carta, come da vent’anni a questa parte.

 

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