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L’aperitivo culturale

Due capitoli da L'ultimo party, il libro di Giovanni Robertini che cataloga con ironia attenta il bestiario della cultura italiana degli anni Dieci.

Il lavoro culturale, da quando lo descriveva Luciano Bianciardi per la prima volta nel 1957, è cambiato come cambiano le cose, normalmente, in quasi sessant’anni. Il cineclub è diventato la passerella per modelle, il dibattito è l’aperitivo al bar dove convergono giornalisti, autori televisivi, dj, studenti fuoricorso, intellettuali organici e inorganici, di sinistra e destra bevendo Pimms e Moscow Mule. E certo la Grosseto bianciardiana è anni luce di distanza dalla metropoli italiana attuale, pur così provinciale nei modi e nelle ostentazioni. L’ultimo party di Giovanni Robertini, in libreria da oggi per i tipi di Isbn Edizioni è, come da sottotitolo, un bestiario contemporaneo di tutti i caratteri che ruotano intorno al mondo della cultura, spesso come avvoltoi, altre volte come amanti ancora illusi. I capitoli brevi sono le descrizioni delle figure che partecipano a un’ultima festa data da un editore per il requiem della sua casa editrice: c’è l’intellettuale di sinistra, c’è il ricercatore universitario che odia divertirsi, c’è l’artista emigrato a Berlino o New York, c’è il tamarro consapevole e pieno di soldi e privo di peli, c’è la cameriera sexy, c’è il dj, anche lui appena arrivato da Berlino dove sta inserendosi in una nuova sotto-corrente di techno massimale impaziente, o qualcosa di simile. C’è tanta ironia come ce n’era in Bianciardi, anche se nel libro di Robertini è più tangibile il senso di una fine, o la mancanza di un senso totale, in questo gran galà culturale che di cultura, in fondo, non ha più nulla. La location dell’ultimo party non è Grosseto, forse non è nemmeno Firenze o Palermo o Venezia, probabilmente è un po’ Roma, certamente è molto Milano, non a caso sfondo, nel 1962, de La vita agra. Antropologicamente L’ultimo party è vademecum e vangelo insieme: per chi oggi volesse orientarsi nella catalogazione (molto scientifica) delle specie umane esistenti in questi guazzetti di letteratura spiccia e presenzialismo spinto, e per chi, tra molti lustri, volesse ricordarsi com’erano quei poveri anni Dieci, com’erano i loro animatori, i loro parvenu, e per i più onesti, com’eravamo noi.

Pubblichiamo, per concessione dell’editore, due capitoli del libro: il ritratto dell’artista e quello dello stagista.

Davide Coppo

 

***

LO STAGISTA

Del futuro non c’è certezza, e questo lo stagista lo aveva capito presto, dopo la discussione della sua tesi dal titolo Fighetti contro tamarri: analisi e gestione del conflitto. Si era preso un anno sabbatico, un viaggio di formazione tra i surfisti della California, la ketamina dei rave di Rotterdam e l’ayurveda dell’India sudoccidentale. Un’esperienza che oggi, mentre sceglie tra gli scaffali del supermercato vodka russa e birra biologica per il party della casa editrice che gli ha offerto lo stage, si rivela utile quanto la laurea.
Già dal colloquio aveva intuito che né gli studi classici né il dottorato in sociologia urbana sarebbero stati la merce di scambio per ottenere l’agognato impiego precario non retribuito. Si era parlato di tutto tranne che di letteratura: le ultime tendenze dei club di New York, i ciclisti radicali di Tokyo, lo street food di Hanoi, la seducente bellezza delle ragazze israeliane. Questo voleva sapere l’editore, interessato ai chili di gioventù fresca del candidato.
La mansione richiesta allo stagista era ardua: cavalcare l’onda anomala del contemporaneo, restando in piedi senza cadere nel buco nero dell’impiegatizio. I genitori dello stagista, soddisfatti di aver trovato al figlio un rifugio più a buon mercato della clinica svizzera per disintossicarsi dalla cocaina, non facevano una piega alle continue richieste di soldi. Del resto, fare lo stagista non è un guadagno ma un costo: un weekend alla Biennale d’arte di Istanbul, quello dopo all’apertura delle discoteche di Ibiza, senza dimenticare l’importante festival del documentario di San Pietroburgo e la settimana della moda di Parigi.
Non ha mai corretto le bozze di un libro, appaltate oramai a una società multinazionale con sede a Dubai, né curato la bibliografia di nessun saggio. A lui è stato da subito assegnato il compito più difficile: organizzare l’ultima festa della casa editrice. In fila alla cassa della boutique del centro che vende i jeans giusti per un evento letterario – dei Raymond Carver vita bassa – il nostro stagista, riconoscibile dai tic che gli aggrediscono i lineamenti e dal look appariscente, scorre sul suo palmare le regole del party perfetto, redatte con pazienza nell’arco di quattro settimane. Secondo accurate ricerche sul campo, il giorno migliore per organizzare una festa è il lunedì ed è assolutamente da evitare il weekend. Segue elenco di bibite con relative marche, contatti di dj low cost di Amburgo e Beirut, numeri di telefono di spacciatori e di qualche opinionista televisivo per un’apparizione a sorpresa a metà serata.
Durante questi mesi di vizi ed eccessi dovuti alla sua attività di giovane stagista, il nostro ragazzo ha sviluppato la tendenza alla cosiddetta «sbronza triste», consistente in una progressiva presa di coscienza della propria condizione di precario sfruttato unita a un fortissimo mal di testa. Alla fine dell’ennesima inaugurazione di una nota galleria, quando è chiaramente in bibita il nostro inizia a biascicare con fare nichilista frasi prive di senso compiuto, in mezzo alle quali si distinguono le parole «crisi», «futuro» e «solitudine».
Mancano poche ore al party, il giorno dopo tornerà a essere un disoccupato, in ogni caso non retribuito. Mentre estrae dal portafoglio la carta di credito della casa editrice, lo stagista nota che la commessa del negozio assomiglia a una ragazza incontrata in viaggio, ma non si ricorda dove.
«Contanti o carta?»
«Carta. Scusa, ma mi sembra di averti già visto. Eri al festival di Pitchfork a Chicago l’anno scorso?»
«No.»
«All’inaugurazione di Documenta a Kassel, due anni fa?»
«No.»
«Ora ricordo. Eri in vacanza a Patmos tre estati fa.»
«No. Scusa eh, sto lavorando.»
«Be’, anch’io.»

 

***

L’ARTISTA

Di solito arriva a Natale, giusto in tempo per sedersi al desco con i parenti per il taglio del panettone. L’artista vive a Berlino – quando non è in trasferta a New York – e tende spesso a sottolineare la mancanza di motivi che lo spingano a tornare nella terra natia. È invece prodigo di argomenti quando si tratta di giustificare la fuga. L’Italia è, a seconda del momento, razzista, clientelare, immobile, ideologica, castrante, vecchia, ignorante, sterile, camorrista, reazionaria, conservatrice, indietro, populista. Il tutto detto a ragion veduta, perché il nostro artista è sempre ben informato: dal fronte consulta i quotidiani online, approfondisce sui blog, si gusta la polemica dei talk show in streaming e infine dibatte con i carbonari rifugiati italiani suoi sodali, che condividono con lui il disprezzo e la pietà per i tristi fasti della terra madre.
Non parla dell’arte di cui è artefice – quella contemporanea – e nemmeno del suo passato. Cosa facesse prima di dedicarsi all’arte è un mistero con pochi indizi e molte leggende: chi giura di ricordarselo truccatore alla Rai, chi praticante in uno studio legale, chi ancora nobile decaduto. Oggi è un uomo di successo e i più importanti galleristi di Chelsea, dopo il successo di critica delle prime tre installazioni, lo considerano la nuova gallina dalle uova d’oro dell’arte contemporanea. Purtroppo l’unica prova visibile del suo talento è un’opera conservata in una galleria di Kreuzberg: s’intitola «La Droga Non è Più Quella di una Volta» ed è un sacchetto di plastica pieno di nasi finti, come quelli che si mettono a carnevale. Le altre due opere invece rimarranno solo nella memoria di chi le ha viste alla Biennale di Venezia di tre anni fa: il prigioniero di Guantanamo riempito di elio e fatto evadere, protagonista dell’installazione Freedom, risulta disperso, mentre il video della Basilica di San Marco interamente ricoperta di foto di Michael Jackson vestito da papa è stato messo sotto sequestro dalla Guardia di finanza.
È un autodidatta che si è costruito solide basi teoriche ordinando su Amazon il kit, formato pacco regalo, dell’artista contemporaneo. Dentro c’erano, già sottolineati sulle frasi più a effetto, i saggi di Guy Debord, Gilles Deleuze, Jean Baudrillard, Marc Augé, Zygmunt Bauman, l’immancabile Slavoj Žižek, l’abbonamento ad Artforum, una scatola di matite colorate, una macchina fotografica Polaroid, due maglioni di Martin Margiela e una scatola di preservativi disegnata da Tomás Saraceno.
Da bravo artista affermato ha a che fare con gente di tutto il mondo – dai galleristi brasiliani ai compratori coreani – ma non se ne cura, lasciando la gestione dei rapporti alla sua assistente geisha di Osaka. Il nostro passa il tempo oziando con i suoi compatrioti per baretti berlinesi, tra cappuccini, wi-fi e sigarette, in un eterno brainstorming, in italiano anche detto «cazzeggio creativo»: qualche settimana fa insieme ad alcuni colleghi stava pensando di formare una corrente artistica d’avanguardia chiamata per l’appunto «barettismo».
È stato proprio durante uno di questi pomeriggi di lavoro che, camminando per lo zoo di Berlino e prendendo le ripide scale che portano alla sezione Animali Notturni, ha avuto l’ispirazione per la sua prossima opera. Ecco perché è partito di corsa per l’Italia e ha accettato con entusiasmo l’invito al party di stasera. Ha appuntamento con un suo ex compagno del liceo, ora pr di una nota discoteca della Costa Smeralda nonché incarnazione – a insindacabile giudizio dell’artista – dell’idea più pura del tamarro. Deve convincerlo a venire a Berlino e a soggiornare per una settimana – dietro lauto compenso – in una teca dello zoo insieme a un gruppo di lemuri, gli Indri Indri, per la sua nuova opera sull’alienazione dell’uomo nella dimensione collettiva notturna, che si intitolerà Popolo della notte. A dire il vero, come ha confessato a un suo amico davanti a un currywurst fumante prima di partire, sul titolo del lavoro è ancora indeciso.
«Ti piace come titolo Popolo della notte?»
«Sembra il titolo di un pezzo di Vasco, di che si tratta?»
«Cosa?»
«Cioè, cosa vorresti rappresentare con quest’opera? »
«No niente, scusa. Vuoi ketchup o senape?»

 

 

Illustrazioni di Ana Kraš

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