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L’altro Jobs

La biografia del deus ex machina di Apple: ovvero scoprire che non esisteva solo un uomo da amare e venerare, ma anche...

Alla fine la montagna ha partorito un topolino. La biografia autorizzata di Steve Jobs, uno degli eventi letterari dell’anno, non aggiunge molto a quanto già si sapeva e pur rivelandosi un libro solido – d’altra parte l’autore ha alle spalle altre biografie importanti (Benjamin Franklin e Albert Einstein) – non riesce quasi mai ad appassionare rischiando addirittura di scivolare nel disinteresse, soprattutto per chi non abbia una sviscerata passione per l’informatica e tutto quello che gli gira intorno.

D’altra parte, se la morte di Jobs ha “tirato la volata” al libro di Isaacson, facendolo diventare un bestseller internazionale, la mole di parole, ricordi, celebrazioni, speciali, inserti, tributi, seguiti alla morte del fondatore della Apple, ha reso quasi ridondante il libro, che racconta quella storia che ormai conosciamo tutti, in una maniera ossessivamente dettagliata e attraverso una narrazione che è un puzzle ben riuscito  di vari materiali ma di cui, appunto, si continuano a vedere i singoli pezzi e le linee di incastro.

Sicuramente va dato merito a Isaacson – e allo stesso Jobs che ha lasciato completa libertà al giornalista senza porre alcuna condizione, neppure quella di leggere il libro prima dell’uscita – di restituire un ritratto che molto probabilmente si avvicina alla verità molto più degli entusiastici e sperticati elogi a cui abbiamo assistito negli ultimi tempi.

Perché quello che ne viene fuori è il ritratto di una persona capace di affascinare e quasi ammaliare tutti coloro che vengono a contatto con lui, una persona in grado di spingere i propri collaboratori, magari con metodi discutibili, a tirare fuori capacità e risultati inaspettati, eppure allo stesso tempo un uomo capace di mentire con una facilità stupefacente (spesso credendo addirittura nelle bugie che dice), di appropriarsi delle idee altrui senza mostrare alcun debito o quantomeno rispetto, ma soprattutto un uomo che lungo l’intero arco della sua vita, almeno per come viene raccontata nel libro, non riesce mai a mettere in mostra, mai, un singolo atto di generosità.

Il libro contiene inoltre giudizi taglienti e persino ingenerosi su colleghi e concorrenti, da Bill Gates a Google, che nel loro livore suonano quasi – nell’irreplicabilità del post mortem – come un dispetto gratuito e tutto sommato evitabile.

La biografia di Steve Jobs è sicuramente una lettura consigliata per ogni appassionato della Mela, che troverà ricordi significativi e aneddoti divertenti (uno su tutti: il fatto che tra duemila sfumature di beige offerte dalla Pantone, Jobs non riuscisse a trovare quella che intendeva lui per la copertura dell’Apple II), ma difficilmente farà presa sul lettore comune, che potrà  abbondantemente soddisfare la sua eventuale curiosità con uno dei tanti librettini-tributo allegati a vari quotidiani e riviste.

Di sicuro il libro di Isaacson è fondamentale per bilanciare una verità storica e delineare il profilo di un uomo capace di suscitare sentimenti controversi, combattuto tra visioni grandiose e meschinità quotidiane, tra profonde riflessioni ed esplosioni incontrollate. Perché non esisteva solo il Jobs profondo e commovente di Stanford ma anche quello capace di urlarti in faccia per dieci minuti a un centimetro di distanza. Magari avendo torto.

 

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