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La Sindrome di Stoccolma della sinistra

Almeno, così la chiama Il Giornale in un articolo di martedì, la tendenza “che spinge ogni volta i riformisti ad offrirsi come gonzi alle sirene rivoluzionarie”. Ora, per quanto la frase debba essere ripulita dall’eccessiva retorica contenuta in quel “rivoluzionarie”, il quotidiano per eccellenza di area Pdl, a volte, è la miglior Bibbia che il centrosinistra possa avere (lo ha confermato anche, ospite a Ballarò, Porro, sottolineando come persista ancora in una certa sinistra il disprezzo cultural-elitario che di certo bene non fa, alla sinistra stessa). Facciamo un passo indietro: sul Corriere della Sera di lunedì 23 maggio un articolo di Maria Teresa Meli svelava come Bettini (il co-fondatore del Pd) e Bertinotti stessero pensando a un ipotetico nuovo partito unico. La voce sta girando e trova appoggio, pare, in Leoluca Orlando, in Nicola Zingaretti, forse anche in Vendola. Si tratterebbe di una creatura che unisce Pd, una parte di Sel e una parte di Idv.

Prendere le percentuali delle amministrative di, poniamo, Milano e sommarle giocando a fare il partitone unico non porterà mai, nel mondo vero, a un risultato che si potrebbe avere sommando le monetine che qualcuno ha nel portamonete. In breve: la proprietà commutativa non funziona con i voti. È così semplice, e anni e anni di disgraziate sconfitte elettorali della sinistra dovrebbero aver reso chiaro il concetto a tutti. E invece no. E, cosa più importante ancora, bisognerebbe smetterla di confondere delle elezioni comunali con delle elezioni politiche. Perché sì, le comunali potrebbero influire sulla politica nazionale, ma confrontare il voto di una città (o provincia) con il voto di un Paese è cosa che non s’ha da fare. E infatti, in caso di partito macedonia, la stessa Meli sostiene che Fioroni sarebbe pronto a lasciare la barca. E con lui molti altri. Un nome? Matteo Renzi. Christian Rocca di lui scriveva il 18 febbraio, descrivendolo come “l’unico leader italiano che voterei a occhi chiusi. Post partisan, anticomunista e antifascista, antipost-comunista e antipost-fascista, come le persone serie”. Ora, voi ve lo vedete uno così stare nello stesso partito di Oliviero Diliberto, che proprio ieri ha dichiarato che, in caso di Grande Sinistra, lui la falce e il martello li vuole sul simbolo? È una domanda retorica.

Il Pd, alle comunali milanesi, ha preso il 28,6, contro il 22 per cento dell’Ulivo nel 2006, o il 14 per cento dei Ds nel 2001. Altri tempi, certo, e nessuno insinua che il Pd abbia dominato. Però si vedono dei netti passi avanti. Per quanto riguarda la sinistra “radicale”, Sel ha preso il 4,7 contro il 4,2 di Rifondazione (anche se non sono esattamente la stessa cosa) delle precedenti comunali. Possiamo postulare che un buon bacino di elettori di Sel venga da Rc, a grandi linee. Non un risultato così eclatante da spingere il Pd nella condizione di essere – passatemelo – tenuto per le palle da un partitino. Ora, poniamo che le alleanze locali abbiano funzionato per il centrosinistra, un po’ ovunque. A Trieste si è passati da un candidato di centrodestra eletto al primo turno a un ballotaggio. A Cagliari stessa cosa. Bologna e Torino sono state confermatissime. Napoli è un caso a parte, lì la scelta di appoggiare l’Idv senza se e senza ma puzza di disperazione (“strisciare ai piedi del Pm che mandò a casa l’Unione di Prodi”, dice sempre Il Giornale). Come disse Cacciari poco fa, non si può pensare di governare l’Italia con Di Pietro e Vendola (per non parlare della Federazione della Sinistra).
È probabile che uno schieramento del genere vincerebbe le elezioni (forte anche del rovinoso sgretolamento dell’impero Berlusconi), ma probabilmente accadrebbe quanto accaduto nel 1998 con il Prodi I e nel 2008 con il Prodi II. E il Pd si ritroverebbe a ricominciare tutto da capo, quasi certamente da qualcosa meno di quel 33% del 2008 quando l’attuale governo salì al potere.

La Sindrome di Stoccolma del Partito Democratico si può evitare e si deve. Napoli è sicuramente un pericolo. Ma è necessario che il Pd non si faccia sequestrare dai giustizialisti e dai post-comunisti. Se l’Italia tre anni fa ha scelto di escludere l’Arcobaleno dal Parlamento, un motivo c’è stato, e dalla consapevolezza di quella scelta bisognerebbe ripartire. Il monito viene anche da Pino Pisicchio, vicepresidente dell’Alleanza per l’Italia: “Una gauche tricipite, con il volto bonario di Bersani, l’effige futurista di Vendola e quella imbronciata di De Magistris? È così che si vuol convincere il ceto medio e la borghesia italiana (…) ?” Ovviamente anche questa è una domanda retorica. E su tutte queste risposte retoriche i dirigenti – e gli elettori – dovrebbero riflettere.

 

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