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La seconda giovinezza dello screenshot

Fotografare schermi o usare immagini di testo per l'engagement: gli screenshot sono ovunque. Parliamone come di media-nei-media.

Una volta, prima del tasto di accensione premuto in contemporanea con quello centrale dell’iPhone, prima di Snapchat, prima dei commenti di Facebook, c’erano le Polaroid. Negli anni Ottanta quando un programmatore doveva intervenire per risolvere il problema di un utente, di solito un malcapitato che non riusciva a fare ciò che avrebbe voluto fare o a visualizzare ciò che si aspettava di visualizzare, riceveva l’istantanea fotografica della schermata del suddetto. Non esistevano le funzioni di “Cattura” dello schermo precaricate nel sistema operativo, e men che meno il tasto Print screen. Lo screenshot così come lo conosciamo oggi era ben lungi dal venire.

Via Jarrett Stidham, Twitter
Via Jarrett Stidham, Twitter

Trent’anni dopo, dire che qualcosa è cambiato sarebbe riduttivo. La “cattura dello schermo”, per dirla con risibile penchant per l’autarchia, non soltanto è ovunque, con una diffusione capillare e codici d’uso propri che l’hanno resa di diritto un nuovo medium-nei-media, ma ha anche assunto forme inedite, sfociando nel mainstream della nostra vita digitale. Accedendo a Twitter nel 2015 salta subito agli occhi l’uso massivo di immagini composte unicamente da testo – di solito passaggi tratti da articoli o dichiarazioni, messaggi di prima mano di personaggi pubblici o istantanee di conversazioni private. Come spiegava Mat Honan su BuzzFeed lo scorso dicembre, questa usanza nel cangiante gergo dei nuovi media prende il nome di screenshort, una sincrasi di facile interpretazione: «si tratta di un breve passaggio di testo screenshottato e inserito in un tweet». Il fenomeno ha conquistato il social network di Jack Dorsey, dove non solo reporter molto seguiti come Farhad Manjoo (New York Times) o geek come Chris Dixon, ma anche gran parte della fascia più ampia di utenti comuni ricorre quotidianamente a questo metodo di condivisione.

Lo screenshot è un ibrido espressivo, perché unisce all’impatto visivo l’eloquenza del contenuto scritto

I motivi sono diversi e tutti ugualmente influenti, perlomeno per chi utilizza queste piattaforme: l’immagine aggira il talvolta fastidioso limite dei 140 caratteri di Twitter, produce più engagement (quella celebre e spesso abusata espressione che fa riferimento al successo di condivisioni di un contenuto) e, forse soprattutto, riesce a convogliare l’attenzione del lettore su un testo senza costringerlo a cliccare su un link e aprire un’altra pagina del proprio browser. Non si tratta di un atteggiamento remissivo verso la supposta pigrizia dell’utente Internet: un brano di testo scelto con attenzione permette di carpire senso e importanza di un contenuto più del migliore dei titoli (per qualcuno, infatti, lo screenshot ci salverà dalla piaga dei titoli orrendi). E questo anche perché si parla di un’immagine testuale, un ibrido espressivo che conferisce al messaggio una maggiore autenticità, un carattere di disintermediazione, e unisce all’impatto visivo l’eloquenza del contenuto scritto – in un luogo, Internet, fatto essenzialmente per scrivere, com’è bene ricordare. Forse per questo due decani di Twitter, Jason Goldman e Ian Ownbey, hanno deciso di mettersi in proprio e fondare OneShot, un’applicazione gratuita che permette di curare ulteriormente l’estetica del passaggio di un articolo che si vuole condividere. E forse per lo stesso motivo Instapaper ha di recente aggiunto lo screenshorting alle sue funzionalità.

Un test effettuato dalla società che gestisce l’app di sharing Buffer ha scoperto che un tweet con immagine ottiene in media il 150% in più di ricondivisioni rispetto a una sua versione sprovvista di file immagine. E oggi i principali media mondiali – a iniziare da media digitali come BuzzFeed e proseguendo con testate più para-istituzionali come il New York Times – hanno il proprio modello standard di screenshort con cui ricercare l’attenzione dei propri follower.

Se lo screenshort è una delle incarnazioni più diffuse del suo quasi omonimo parente, tuttavia, a godere di una rinnovata fortuna è anche la forma originaria dello strumento: sui principali social network gli screenshot di conversazioni e messaggi potrebbero occupare una sezione apposita dei contenuti postati quotidianamente. Dando per appreso che molto del discorso anche mediatico odierno passa da app, social network e più in generale elementi appartenenti all’insieme “cose che appaiono sui nostri schermi”, lo screenshot diventa un documento di importanza primaria, la prima testimonianza della dichiarazione del politico, della svista del portavoce dell’organizzazione, dell’uscita infelice della celebrità di turno. La conseguenza ovvia e spesso ripetuta, anche se spesso con improprie venature di grillismo: magari il web dimentica, ma di certo un’immagine no (se ne sono accorti, presumibilmente, molti politici anche Millennial che negli anni hanno affidato strali uguali e contrari all’etere).

Lo screenshot, tra le altre cose, si diceva, offre una prospettiva più immediata, e in un certo senso quasi intima, sfumando il confine tra privato e pubblico. È quello strumento che rende socialmente interessante uno scambio di messaggi tra una madre ansiosa e un figlio in vena di icastiche battute, e il modo in cui una conversazione fra amici assume una rilevanza aneddotica, diventa una storia: ecco cosa mi ha risposto, guardate com’è andata. Con ogni probabilità, affidare questi scambi testuali all’ineludibile monodimensionalità di un ulteriore breve testo non sarebbe stato ugualmente efficace, dato che un conto è sapere, un altro vedere coi propri occhi. Anche Facebook, d’altronde, ha incoraggiato questa pratica inserendo, un anno e mezzo fa, la possibilità di commentare i thread del sito con le immagini. E molto spesso, come vi accorgerete osservando rapidamente le sezioni commenti delle pagine più frequentate, i commenti più votati presentano proprio del testo sotto forma di immagine. Senza contare che gli screenshot-storie sono i protagonisti indiscussi di alcuni account social di grande successo: Social Media Epic Fails passa in rassegna (e documenta) le risposte più sui generis dei social media manager dei brand; su Instagram ex_texts condivide con la rete schermate di iPhone con divertenti messaggi riguardanti amori finiti; e non si contano più i cloni di profili che collezionano istantanee più o meno ridicole tratte dall’app di incontri Tinder.

Stiamo davvero parlando di una rivincita semantica del visuale sullo scritto, dunque? Difficile dirlo, ora. Certo è che c’è chi è convinto addirittura che lo screenshot in sé stia rendendo obsoleto un ex caposaldo della vita sul web: il blogging. Owen Williams su The Next Web, ad esempio: «Gli screenshot stanno uccidendo I blog come li conosciamo? Per certi versi credo di sì, perché sono un modo più semplice e autentico di raggiungere direttamente I fan, gli amici e i follower sui social media rispetto a impiegare tempo ad aprire un blog e poi condividerne i link». Williams evidenzia come la pratica sia molto in voga fra le celebrità, che probabilmente hanno fatto da traino nel ricorso a questo strumento per dare notizie di sé e intervenire in dibattiti. Ma, detto questo, uno screenshot è davvero alla portata di tutti: basta avere uno schermo e un testo.

Nell’immagine in evidenza: uno screenshot della pagina Facebook “Raccolta statistica di commenti ridondanti”.
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