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La rivoluzione si fa a Sud

Europa a due velocità o forse Europa schizofrenica anche per quel che riguarda l’arte contemporanea . Da una parte, anzi sopra, passate le Alpi un’Europa artistica un po’ decadente e autoreferente ma sempre molto consistente. Germania, Austria, Svizzera, Inghilterra e da qualche anno anche Polonia e Russia sfornano artisti capaci di creare opere d’arte che parlano sia di arte che di società, mondo interiore e mondo esterno. Artisti come Piotr Uklanski, Pawel Althamer o Arthur Zimiewski, tutti polacchi, sanno molto bene raccontarci storie personali intrecciate alla Storia con la S maiuscola, quella collettiva di tutti noi così come Roman Ondak slovacco. Oppure Sarah Lucas, inglese che mastica la cultura spazzatura dei tabloid britannici e ce la vomita addosso sotto forma di sculture costruire come collage a tre dimensioni. Carsten Holler, Belga naturalizzato tedesco appassionato di ornitologia racconta l’individuo europeo alla ricerca continua di una magia e di un mondo esoterico perduto perché troppo illuminato e razionale.

Insomma tutti parlano di questo continente nord europeo come di un luogo dove appunto l’illuminismo e il progresso hanno finito per divorare l’immaginazione, non tanto quella che gli studenti del ’68 volevano al potere, ma proprio quella impotente ma fertile alla base dei sogni e delle illusioni umane. Ne parla tanto con le sue architetture immaginarie e i suoi mostri monumentali un artista leggermente più anziano di quelli citati prima il tedesco Thomas Schutte di Dusseldorf. Un’Europa leggera se non superficiale invece la descrivono Peter Fischli e David Weiss, un duo di Zurigo che crea sculture come se uno inventa barzellette e scherzi, ma le loro sono barzellette nelle quali si nasconde la poesia . Sempre svizzero Thomas Hirsshorn di Davos invece non scherza mai e con le sue fenomenali installazioni tenute insieme letteralmente con lo scotch da pacchi accusa il mondo dei media, della politica e della finanza.

Ma forse l’artista più iconico, ibrido ma destinato a diventare il Warhol di questo secolo è un personaggio cresciuto nell’ombra ed esploso solo qualche anno fa ovvero l’artista Sud tirolese di Merano Rudolf Stingel che con i suoi autoritratti e i suoi quadri di tappeti consunti e fantasmi di pittura astratta prende in eredità la rinnovata angoscia di una Mittleuropa allargata ma sempre radice del pensiero contemporaneo. Chi siamo? Dove camminiamo? Su cosa rimaniamo in piedi? sembrano essere le domande di questo artista emigrato negli Stati Uniti trent’anni fa ma che ha mantenuto intatte le sue origini altoatesine, montane e autoctone.

Questo sopra o fra le Alpi. Ma sotto? In quel bacino del mediterraneo che oggi s’infiamma e come un domino sembra portare alla luce una rivoluzione tanto rapida quanto inimmaginabile fino a pochi mesi fa? Prima l’Italia che si potrebbe definire avamposto del Medio Oriente e del mondo arabo. Qui di arte antica, moderna e contemporanea ce n’è a bizzeffe, ma manca l’angoscia esistenziale, la scintilla rivoluzionaria o il bacillo di un malessere veramente profondo. Ancora comanda la piccola borghesia del posto fisso e del pre pensionamento che, credeteci o no, ha sempre avuto e continua ad avere effetto devastanti sulla produzione artistica. Infatti questa dimensione domestica da tinello globale, espressa magicamente nelle nature morte di bottiglie di Giorgio Morandi a suo tempo, ha impedito nella maggior parte dei casi il gesto eroico di rottura come invece è avvenuto in altre parti del mondo prima su tutte gli Stati Uniti. Anche il taglio di Fontana o la Merda d’Artista di Manzoni sono gesti più di noia che di reazione. Diventeranno pietre angolari della storia dell’arte più recente, ma quasi contro la loro volontà iniziale.

Anche l’arte iconoclasta di uno come Maurizio Cattelan lotta contro questa fatica del vivere quotidiano e del termosingolo. Migliore, da un punto di vista di produzione artistica, di uno come l’inglese Damien Hirst, Cattelan rispetto a questo fenomeno popolare quanto i Beatles patisce lo spleen insopprimibile di San Remo o quello di Domenica In. Più a sud verso il Maghreb si trova la rabbia che fomenta una creatività violenta come nelle opere dell’artista berbero Adel Abdessamed, ma che non è sufficiente o ancora abbastanza autonoma dai propri impulsi radicali per produrre veri capolavori capaci di essere fulcro di una trasformazione del linguaggio artistico.

Si potrebbe allora riassumere il presente dell’arte in questa Europa allargata in quattro sostanze simboliche. Al nord sull’arte si forma già una patina, segno di un tempo e segno di qualità. Al centro sull’arte si deposita la polvere, segnale di invecchiamento ma non di maturità o dignità. Al Sud sudore e sangue, anche se suona molto melodrammatico, hanno tutti i presupposti per dare all’arte l’energia per inventarsi e regalarci il futuro. Un’Europa creativa dove il pericolo più grande è la sonnolenza della ragione che anziché i mostri di cui aveva paura Goya potrebbe produrre un’inflazione di mediocrità e mostre.

Tratto dal Numero 1 di Studio

 

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