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La rivoluzione è una partita vinta al 90°

Tentativo di penetrare nell’anima di uno dei club più affascinanti, vincenti e di culto del mondo. Vittorie, sconfitte e le grandi trasformazioni di identità attraversate nel tempo: dalla squadra operaia e noiosa al trampolino della rivoluzione calcistica inglese che ha cambiato definitivamente l’immagine dell’Arsenal, quella di Arsène Wenger.

Cosa significa scrivere, o cercare di scrivere, di una squadra di calcio? In che condizione si mette lo scrittore quando alla domanda «Scriveresti un articolo sull’Arsenal?» risponde con un sì? Eppure non è una cosa nuova, non è nemmeno una cosa originale, questo genere di cose solitamente si risolve con l’elenco, scritto a volte meglio a volte peggio, della storia di quella squadra, cioè le sue tappe più significative in termini di successi e sconfitte, come se qualcuno, dovendo scrivere la storia di un essere umano, di un uomo vicino nel tempo, un uomo che ancora vive e ama e soffre e raggiunge successi e scivola in pozzanghere e cammina su marciapiedi, scrivesse soltanto che quell’essere umano è nato il tal giorno dai tali genitori, si è diplomato al liceo con il tal voto, ha iniziato a fare il commesso nel tal supermercato, fatto lo stagista in tale azienda, poi una promozione, un fidanzamento durato tre anni, fallito, un incidente automobilistico non grave, un nuovo lavoro, eccetera. Una squadra di calcio è più simile a un essere umano che a un palazzo, a una strada, a un’automobile, una squadra di calcio è fatta di uomini come il fuoco è fatto di fuochi, e ad altri uomini regala e provoca gioia, dolore, rabbia, invidia, odio, sentimenti.

In più, le squadre di calcio non sono tutte uguali. È un concetto banale per alcuni ma non per altri, è un concetto banale ma fondamentale per comprendere la storia del calcio in modo onesto e sincero. Ci sono club e club, e per quanto il tifoso del piccolo club dell’Essex o della Ciociaria ostenti con orgoglio le proprie radici e i propri successi minori e la propria eroicità provinciale, i club che hanno fatto la storia e hanno respirato la storia – quella che rimarrà – e acceso passioni in milioni di tifosi in tutto il mondo, quelli sono club ancora più difficili da sezionare, da anatomizzare, da scoprire per uno scrittore, per un osservatore esterno. L’Arsenal è uno dei club più complessi nell’intero panorama calcistico, forse non da sempre ma di sicuro dagli ultimi vent’anni, anni segnati in modo impossibile da ignorare, come non si possono ignorare mai le rivoluzioni e gli ideali che cambiano per sempre le nazioni, da Arsène Wenger.

Quella che chiamiamo Arsenal oggi non è l’Arsenal che è sempre stata, non del tutto. Prima dell’arrivo di Wenger, che nel 1996 non è atterrato a Londra dalla Francia, da Montecarlo o da Nancy, ma da Nagoya, prefettura di Aichi, dove allenava il Grampus e in un solo anno aveva vinto il titolo di allenatore dell’anno, la Coppa dell’Imperatore e la Supercoppa del Giappone, e che fu salutato dall’Evening Standard, tabloid non celebre per la sua sobrietà, con un “Arsène who?”, prima del suo arrivo l’Arsenal era soprannominata “Boring Boring Arsenal”, e i tifosi cantavano cori come “One nil to the Arsenal”, in ricordo della stagione 1992/93, quando dal 12 dicembre al 3 marzo, per dodici partite consecutive, né l’Arsenal né la squadra avversaria segnarono più di un gol. Era questa l’identità dei Gunners, non la squadra cool ed esterofila e dominata da giovani belli, educati e talentuosi, una specie di Eton un po’ bio e un po’ hipster in versione calcistica, ma una squadra profondamente working class, inglese, difensivista, orgogliosa della sua woking class e del suo difensivismo insieme, fondata da operai. All’inizio Arsenal non era nemmeno dove è adesso, una fermata della Piccadilly Line a nord del Tamigi, ma era una squadra del sud, un sud ostico, di incubi per gli avversari, fuoco e fiamme e rabbia e munizioni. Il Newcastle Echo descrisse la trasferta in quel campo come «a annual trip to hell», e un avversario del tempo disse, con una potenza imaginifica che oggi si è dimenticata, che «una discesa verso il nucleo fuso della Terra sarebbe più piacevole e più confortevole».

Ci sono le differenze tra ieri e oggi e ci sono le similitudini, i fili rossi che non si spezzano e attraversano la storia come una spina dorsale attraversa un corpo, immutabile da centinaia di anni.  Fuori dal piano del gioco, l’originalità dell’Arsenal è sempre stata un orgoglio per la società e per i tifosi e per l’immagine del club da spendere all’estero. Ad esempio: l’11 maggio 1925 l’Arsenal cercava un team manager, e pubblicò sull’Athletic News questo annuncio: «Gentlemen whose sole ability to build up a good side depends on the payment of heavy and exorbitant transfer fees need not apply». Oggi, a novant’anni di distanza, è facile e automatico capire come soltanto nel nido di questa filosofia un germoglio come quello piantato da Arsène Wenger sia potuto crescere e sbocciare, diventare una pianta rigogliosa e sacra senza essere disturbata, estirpata o rovinata; oggi fa anche impressione la coincidenza quasi troppo letteraria tra il nome di Wenger e quello della squadra di cui è diventato il simbolo, l’allenatore più vincente, e ci si chiede: poteva andare diversamente? C’è un disegno fantastico e fatalistico dietro i nomi di Arsène e del club che guida dal 1996, come un sacerdote più che come un normale allenatore? Che ne direbbe Cortázar?

Quanto era difficile amare l’Arsenal prima, quando non vinceva un campionato (non si chiamava ancora Premier League) da diciotto anni?

In “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” Raymond Carver mette in scena una donna, Terri, che discute con il marito Mel e con due amici (Nick e Laura) di cosa sia l’amore. Terri ama Mel, lo ama di quell’amore normale e a tratti altissimo e illusoriamente unico che abbiamo provato tutti almeno una volta nella vita, ma parla dell’uomo con cui stava prima di incontrare Mel. Quell’uomo, Ed, la picchiava. La picchiava e la trascinava per le caviglie tra le stanze della casa. «Ti amo, ti amo, troia» diceva, e la minacciava con una pistola, e minacciava di uccidersi se lei l’avesse lasciato e alla fine si uccise. «Non essere sciocca, mio Dio. Quello non è amore e tu lo sai», le dice Mel. «Non so come chiamarlo, ma certo non si può chiamare amore». «Dì quello che ti pare, ma io so che era amore», risponde Terri. «Potrà sembrare assurdo a te, ma non cambia le cose. Non siamo tutti uguali, Mel». Ritorno al dilemma iniziale: come fare a raccontare quanto è grande l’Arsenal, quanto è unica? Una squadra che ha ispirato uno dei più venduti romanzi a tema sportivo nel mondo, il Fever Pitch di Nick Hornby uscito in Gran Bretagna nel 1992, e che a sua volta ispirò il film che portò negli occhi di tutti il goal con cui Michael Thomas al novataduesimo minuto dell’ultima partita di campionato del 1989 regalò il titolo ai Gunners proprio contro il Liverpool, in una partita decisiva, testa a testa, una sceneggiatura così incredibile che se l’avesse scritta qualcuno sarebbe stata giudicata folle, banale e folle, troppo classica, troppo epica, troppo magica. È facile innamorarsi dell’Arsenal dopo aver visto Michael Thomas, la capriola subito dopo il goal, una capriola non acrobatica come quelle di Obafemi Martins, ma infantile, testa a terra e rotolare, ma quanto era difficile amare l’Arsenal prima, quando non vinceva un campionato (non si chiamava ancora Premier League) da diciotto anni, una FA Cup da dieci, un Community Shield da trentasei? Quanto era diversa quell’Arsenal da quella che è oggi l’Arsenal, cioè quella modellata dall’uomo che ne porta il nome come un patronimico epico?

La risposta è: molto diversa. Come era diverso il Milan proletario prima del Milan di Silvio Berlusconi, di Van Basten, Gullit, Rijkaard, Lentini, Rui Costa, Nesta, Shevchenko, Kaká. La “Boring Arsenal” era diversa dall’Arsenal filosofica di Wenger, che ha sacrificato il risultato all’estetica, che dal suo ufficio di Highbury ha cambiato per sempre il calcio inglese, ne ha cambiato il gioco e ne ha cambiato la mentalità, e non sarebbe eccessivo dire che la Premier League oggi è quello che è – il campionato più bello del mondo – anche grazie al suo messaggio, alla sua rivoluzione, hasta siempre Comandante. Arsène Wenger è un uomo silenzioso, alto, un viso che assomiglia a quello di un avvoltoio, il collo lungo, i capelli ordinati da impiegato. È anche misurato, elegante e composto. Quando allenava il Nancy, la sua prima prima squadra, trovò Aldo Platini, padre di Michel, nel ruolo di direttore sportivo. Aldo gli disse, mentre una sconfitta stava maturando: «Sai cosa non riesco a sopportare? Vedere l’altra panchina che continua a saltare, su e giù». Poi Wenger andò in Giappone, e lì arricchì e formò definitivamente la sua filosofia, come un giovane principe che vaga tra corti e precettori per imparare a diventare re, ed è vero, in un certo senso aveva ragione l’Evening Standard a chiedere “Arsène who?”, perché davvero Wenger non era certo quello che è oggi, o meglio forse lo era ma soltanto in potenza, e la potenza non è altro che un grande “se”, e con i “se” sappiamo tutti che non si fa niente, né la storia né una finale di FA Cup. Entrò in contatto con il sumo e anni più tardi disse: «Alla fine di un incontro è impossibile capire chi ha vinto e chi ha perso, perché nessuno mostra emozioni che potrebbero imbarazzare lo sconfitto. È incredibile. È per questo che cerco di insegnare alla mia squadra l’educazione».

Nel 1996, dopo che l’Arsenal di Bruce Rioch arriva quinta, Wenger arriva a Londra da sconosciuto, è il 30 settembre e fa in tempo a suggerire alla dirigenza due acquisti: Patrick Vieira, un ragazzo francese di vent’anni che aveva giocato soltanto due partite la stagione precedente nel Milan di Fabio Capello; e Rémi Garde, esperto centrocampista trentenne. Entrambi francesi. A febbraio atterra un altro francese, un altro ragazzino, si chiama Nicolas Anelka e prima dell’Arsenal ha giocato soltanto 10 partite nel Paris Saint-Germain. Arsène Wenger deve cancellare l’aggettivo “Boring” davanti al nome Arsenal e per farlo deve cambiare tutto, ha una filosofia precisa e radicale, e c’è bisogno di uomini nuovi per poterla applicare. Lentamente l’Arsenal pre-Wenger taglia i ponti con il passato, nei primi due anni vende  due bandiere come Paul Merson e Ian Wright, ma soprattutto compra. L’ultima stagione pre-Wenger la prima squadra comprende 26 britannici, un irlandese, un danese e due olandesi. Nel 1999/2000, dopo quattro anni di rivoluzione, Arsène Wenger allena quattordici britannici, quattro francesi, due olandesi, un croato, un argentino, uno svedese, un liberiano, un austriaco, due irlandesi, un brasiliano, un portoghese, un tedesco, un ucraino, un nigeriano. Durante la stagione degli Invincibles, quella 2003/04, il punto più alto mai toccato dalla squadra e da Arsène Wenger, sono soltanto dieci i britannici in squadra, con ventiquattro stranieri. Ma un attimo, così si corre troppo. Al primo colpo Wenger arriva terzo, ma non si qualifica alla Champions League per una questione di differenza reti. L’anno dopo, con gli arrivi di Emmanuel Petit, Marc Overmars e Gilles Grimandi, il club vince Premier League e FA Cup, il double che non veniva realizzato da ventisette anni.

Wenger disse: «There is no disgrace in wanting to win, but it has to be done the right way, within the spirit of football».

La French Connection è stabilita, l’Arsenal diventa l’avamposto del cambiamento della Premier League, della sua internazionalizzazione, Wenger la “continentalizza” e la fa diventare com’è oggi: cool, giovane, bella da vedere, vincente. Quando la Francia batte il Brasile a Saint-Denis, il 12 luglio 1998, e diventa campione del mondo per la prima volta, il Mirror esce con in prima pagina una fotografia di Petit abbracciato a Vieira e il titolo “Arsenal win the World Cup”. Il 1 maggio 1998 Rupert Cornwell, un esperto giornalista dell’Independent, ex corrispondente dall’Urss e grande tifoso dell’Arsenal, pubblica una column sportiva intitolata “Suddenly everyone loves Arsenal”. L’Arsenal e Wenger stanno costruendo un brand: «No longer is Arsenal just a dreary winning machine. Forced for decades to find virtue in the long ball up the centre and the hoof into the upper deck, to our amazement we find ourselves at the vanguard of the Beautiful Game», scrive. Arriva, in fondo all’articolo, a paragonare il Wengerismo al Blairismo: «So welcome to the new Arsenal, multi-national, multi-faceted, the blending of the best of British with the best of Europe. Isn’t this what Blairism’s all about?». L’Arsenal, in Inghilterra, diventa la prima squadra in cui gli youth team giocano come la prima squadra, qualcosa che oggi è normale nelle più grandi scuole calcio del mondo, è così per il Barcellona, è stato così per la nazionale belga. Dal Giappone Wenger importa anche la dieta, l’ossessione per la salute e la magrezza, la lotta ai grassi. Nel 1999, nonostante la sua esperienza fosse già vincente – soprattutto subito vincente – Wenger disse: «There is no disgrace in wanting to win, but it has to be done the right way, within the spirit of football». All’Arsenal Museum la frase è stata stampata a fianco di un’immagine di Thierry Henry, forse il giocatore più simbolico dell’Arsenal, della storia dell’Arsenal, dell’Arsenal e del calcio secondo Arsène Wenger.

Daniele Manusia, in un vecchio articolo su Titì uscito su Vice nel settembre 2013, cita un discorso tra Henry e Wenger risalente all’arrivo a Londra di Thierry, acquistato dalla Juventus per sostituire Nicolas Anelka, andato al Real Madrid. Manusia scrive: «Adesso [Wenger] a Londra voleva farlo giocare lone striker: “Gli ho detto: al Monaco giocavo ala, in Nazionale gioco ala e ho vinto il campionato del mondo da ala, e tu vuoi farmi giocare punta?” E Wenger: “Sì, dammi retta”». (Ancora prima viene citata un’altra frase di Henry a proposito dell’allenatore: «Perché ha scelto me? Non lo so. Vede cose che gli altri non vedono».) Henry è a oggi il giocatore che ha segnato di più con la maglia dell’Arsenal, e rimarrà nella storia anche come il giocatore che ha segnato di più a Highbury, lo storico stadio di Arsenal inaugurato nel 1913 e demolito nel 2006. Duecentoventotto gol in biancorosso, compresa l’ultima tripletta in Arsenal-Wigan, gli ultimi tre palloni a superare la riga di una porta di Highbury, quando Henry semplicemente si inginocchiò, baciò l’erba e tornò al centro del campo. La costruzione dell’Emirates Stadium inizia nel 2004, cioè l’anno che consacra gli Invincibles, la squadra che vinse una Premier League (più altre partite, 49 in tutto) senza una sconfitta.

Il 2004 è l’anno fondamentale della storia dell’Arsenal e di Arsène Wenger: qui arriva il punto più alto della rivoluzione, da qui inizia la discesa senza trofei – o con trofei “minori” – che durerà a lungo, che dura ancora. Non c’è probabilmente nulla di meglio che vincere una Premier League senza perdere una partita, e non c’è probabilmente nulla di più strano che dimenticarsi che gusto ha una sconfitta. Per più di un anno, dal 7 maggio 2003 (6-1 al Southampton, Pirès x 3, Pennant x 3) al 16 ottobre 2004 (3-1 al Villa, Pirès x 2, Henry) i tifosi dell’Arsenal non hanno visto una singola sconfitta di Premier League, ma 36 vittorie e 13 pareggi, 38 goal di Thierry Henry, 23 di Robert Pirès, 8 di Freddie Ljungberg e 7 di Dennis Bergkamp, 130 totali, tra cui un 4-2 al Liverpool (Henry x 3, Pirès), un doppio 2-1 al Chelsea, un 4-0 e un 5-3 al Boro, un 4-1 e un 5-0 al Leeds, insomma: può esistere calcisticamente un’esperienza più intensa, più vicina all’orgasmo tantrico, più alienante ed elevante per l’anima di un uomo? Gli Invincibles sono stati la Cappella Sistina del calcio e insieme la squadra più cool della storia: Lehmann, Cole, Campbell, Touré, Lauren, Vieira, Gilberto, Ljungberg, Pirés, Bergkamp, Henry, e poi Parlour, Wiltord, Reyes, Kanu, Clichy, Edu, Cygan. Può il non-tifoso-dell-Arsenal avvicinarsi e sfiorare l’idea di godimento che un vero tifoso ha vissuto in quelle 49 partite? Qui c’è una risposta decisa: no.

L’Emirates viene inaugurato nel 2007, è stato costruito letteralmente a fianco di Highbury, quell’impianto che fu il primo a essere chiamato stadium in un’epoca in cui le squadre giocavano in semplici grounds, ma è un fardello economico da 260 milioni di sterline. L’Arsenal non compra, non può comprare, i migliori giocatori se ne vanno, o invecchiano, si ritirano, e dopo gli Invincibili arrivano un secondo posto, un quarto, un quarto, un terzo, quarto, terzo, quarto, terzo, quarto, quarto fino a oggi, alla stagione in corso, che è una stagione diversa, per molti punti di vista. Wenger è rimasto in silenzio, da anni, mentre centinaia di editoriali, giornalisti, esperti, mosche, calabroni, moscerini dicevano: forse è ora di cambiare, Arsène; sei diventato la parodia di te stesso, Arsène; la rivoluzione è diventata conservatorismo, Arsène; l’Arsenal è diventata un feeder club, una specie di Ajax inglese, Arsène. Ma il debito della squadra sta assottigliandosi, e l’Arsenal, effettivamente, sta comprando: nel 2012 arrivano Giroud, Cazorla, Monreal, Podolski; nel 2013 Özil; nel 2014 Sanchez, Debuchy, Chambers, Welbeck; lo sponsor tecnico è cambiato e da Nike la squadra si è affidata a Puma; l’Academy continua a produrre talenti tra i migliori in circolazione in Europa: Wilshere, Gibbs, Szczesny. Ero all’Emirates a vedere Arsenal-Besiktas, la gara di ritorno per la qualificazione alla Champions League, partita difficile perché con molte assenze, squalifiche, contro una squadra che in Turchia aveva giocato bene e aveva salvato lo 0-0. Novanta minuti tesi, non wengerianamente spettacolari ma pragmatici, un goal di Alexis Sanchez e poi l’espulsione di Debuchy, la reazione dei turchi. L’Arsenal ha ritrovato quel cinismo pre-rivoluzionario, ha chiuso bene Demba Ba, è finita, 1-0 ma non “boring”, forse anzi con troppe occasioni sprecate. Esultanze, abbracci, boati di liberazione, era importante, soprattutto nel 2014, verso il 2015. È il primo passo, l’ennesima qualificazione alla coppa delle coppe, quella che manca. L’Arsenal non è cambiata, è una squadra potenzialmente forte, un gruppo giovane e di esperienza, forse è più convinta.

Non è cambiato Arsène Wenger, alla sua diciassettesima stagione, diciassettesima partecipazione alla Champions League, alla quinta FA Cup vinta l’estate appena trascorsa, vinta, come scriveva Mike L. Goodman su Grantland, in «the most Arsenal way possible», soffrendo andando sotto per 2-0 nei primi dieci minuti, facendo una sola sostituzione nei primi 100, rimontando due goal e segnando il terzo in apnea extra-time, un’azione di prima Wilshere-Sanogo-Giroud, un colpo di tacco in area e la palla che va sulla punta del piede di Aaron Ramsey, tre a due, addio, farewell Boring Boring Arsenal, oggi «the most Arsenal way possible» non è il «one nil to the Arsenal» ma è spettacolo classe pazzia. Non saprò, non sapremo mai di cosa parliamo davvero quando parliamo di Arsenal, di rivoluzioni e di Arsène Wenger, ma in fondo ci basta guardarla, stracciare i giornali e i pensieri che dicevano “è finita, Arsène” e pensare che ha ragione quello storico striscione dell’Emirates: Arsène Knows.

 

Nell’immagine in evidenza: Henry, Pirès e Lauren contro il Man Utd nel 2004 (Clive Mason/Getty); nel testo, tifosi dell’Arsenal supportano Wenger nel 2009 e Henry esulta nel 2012 dopo un gol in FA Cup (Getty)

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