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La rivolta nera che venne da Fort Alamo

Vita di Charles N. Love, oscura e poco raccontata figura di predicatore nero che anticipò Martin Luther King di quasi cinquant'anni.

Il 6 marzo 1836 l’esercito messicano, ai comandi del generale Antonio López de Santa Anna, entrava nel forte Alamo uccidendo quasi tutti i suoi occupanti texiani (con la «i» perché appartenenti alla neonata – da quattro giorni –  Repubblica del Texas, Stato indipendente sorto dopo la secessione dal Messico) e giustiziando, tra gli altri, il leggendario Davy Crockett e il tenente William B. Travis, giovane dell’Alabama con già una vita intera alle spalle. I racconti tramandati narrano che lo stesso Travis, compreso che le sorti dell’assedio delle truppe messicane dopo tredici giorni di resistenza volgevano a favore del nemico, puntò la sua spada sul polveroso suolo texano, tracciò una riga e chiese a chi volesse rimanere a difendere – difendere con la vita – il presidio di varcarla.

A fare un passo verso Travis furono lo stesso Crockett – il quale, interpretazioni di John Wayne a parte, pare essere rimasto in vita solo pochi minuti prima di venire travolto dall’incursione, come tutti gli altri – così come anche Jim Bowie, quello che ha dato il nome al celebre coltello che era solito portare con sé, che, pur malato e febbricitante, fece trasportare la sua barella di fortuna al di là della linea. Tra gli altri, fece un passo verso la propria autodistruzione anche un tale Tapley Holland, giovane originario dell’Ohio, che fu il primo ad affiancare Travis. La storia degli Holland, come raccontano l’insuperabile John Jeremiah Sullivan (scrittore e giornalista americano di cui da queste parti avevamo parlato qui) e Joel Finsel sul magazine Oxford American, è intessuta a doppia trama a quella del Texas. I genitori di Tapley fecero parte della prima migrazione di famiglie americane nell’area, quella promossa da Stephen F. Austin.

La storia degli Holland, raccontano Sullivan e Finsel su Oxford American, è intessuta a doppia trama a quella del Texas.

Qualche anno dopo la rivoluzione texana e il sangue di Alamo, da una schiava della Virginia di proprietà degli Holland nacque Sarah Jane, una bambina che gli sparuti registri dell’epoca – scrivono Sullivan e Finsel – indicano come «mulatta». Dopo qualche anno dall’inizio della Guerra Civile, Sarah Jane diede a sua volta vita a un figlio: Charles, il quale fino agli ultimi spari sudisti della primavera del 1865 rimase uno schiavo. Charles, tuttavia, aveva una particolarità: era nato albino, come quei neri che tanto avevano stimolato l’interesse di Thomas Jefferson anni prima (nelle sue Note sullo Stato della Virginia aveva annotato non soltanto il colore della loro pelle, un «bianco pallido cadaverico», ma anche la loro «capacità d’apprendimento insolitamente rapida e accorta»). Quando la fine della guerra sancì la sconfitta degli Stati Confederati, anche Sarah Jane divenne una persona formalmente libera, e scelse di trasferirsi a Houston e assumere il cognome degli ex padroni, gli Holland.

Charles, però, aveva davanti un futuro tutto da definire: se nel censimento del 1870 venne registrato come Charles Holland, in quello del 1880 è un diciassettenne che di cognome fa «Love» – molte nuove generazioni scelsero consapevolmente di rigettare il nome dei padroni di un tempo. Col passare degli anni Charles Love appare negli archivi ottocenteschi di Houston inizialmente come mulatto, poi come nero, poi nuovamente mulatto, per poi tornare un «negro». La sua vista è un handicap che gli impedisce di trovare un lavoro fisso – passa dal fare l’impiegato a un posto come insegnante, entrambi lasciati dopo poco – e lo costringe a vivere con la madre fino ai quarant’anni, ma nel contempo Love si costruisce una fama da abile retore e rispettabile amante della lettura – pur col libro di turno tenuto inevitabilmente a distanza di una spanna dagli occhi al massimo.

Il lato particolarmente interessante della storia di Charles Norvell Love, nonché presumibilmente il motivo per cui Sullivan e Finsel hanno indagato sul suo conto, è il ruolo di primo piano che quest’uomo era destinato a occupare nella comunità nera del Texas e dell’America intera. Dopo aver lavorato come agente pubblicitario per giornali afroamericani di altre città, come il New York Age, il Freeman dell’Indiana e l’Austin Texas Citizen, nel 1891 Love tornò nella natia Navasota, dove fondò il Navasota Echo, nella sua descrizione «il quotidiano più economico e del miglior colore pubblicato a ovest del Mississipi», e di certo una delle prime voci dei neri texani. L’Echo si erse da subito a guida etica della sua comunità di riferimento. Per quanto non sia giunta fino a noi nessuna copia del giornale, rimangono alcune righe degli editoriali firmati dal fondatore, duri e inflessibili: «Prima di poter essere considerati persone rispettabili dobbiamo annientare i perpetratori di vizi nelle nostre case. Dobbiamo ostracizzare il nostro miglior amico o parente più stretto, se necessario».

Nonostante l’intento candidamente dichiarato da Love fosse «make money», dopo due anni la testata interruppe le pubblicazioni. Lui tornò a Houston dalla madre, amareggiato ma non sconfitto – anzi, come spesso capita agli uomini di una certa volontà, il sapore amaro della delusione si rivelò un catalizzatore per le sue mosse successive. Dopo essersi fatto un nome e gli agganci giusti, Love dedicò tutte le sue energie a diventare il portavoce dei desideri e le rimostranze di una collettività in divenire come quella nera. Chiese, ad esempio, una riforma agraria, sostenendo che i contadini afroamericani del posto coltivassero troppo cotone e dovessero essere messi in grado di differenziare la produzione. Oltre alla metamorfosi in homo politicus fatto e finito, il ritorno di Charles Love a Houston coincide con la nascita del Texas Freeman, definito da Sullivan «non il primo ma il primo grande quotidiano nero del Texas» e fondato insieme a Emmett Scott e John Tibbitt dallo stesso Love, che per il primo periodo ne ricoprì la carica di business manager.

Difficile definire cosa fu il Texas Freeman per i neri della città e dell’intero Stato: “un punto di riferimento”, “una voce attorno a cui radunarsi”, “una guida” sarebbero tutte espressioni adatte, ma non esaurienti. Charles N. Love divenne presto «Editor Love», «il Direttore Love», l’uomo che dalle colonne della sua rubrica «The Man About Town» – il cui logo, curiosamente, raffigurava un uomo che passeggia curvo e con l’ausilio di un bastone – dispensava consigli pratici, etici, dissertava di questioni politiche, forniva pareri illuminati su controversie. Pur essendo il capostipite della prima vera battaglia per i diritti civili degli afroamericani, per qualche motivo la figura di Love non gode della popolarità che meriterebbe.

Per qualche motivo la figura di Love non gode della popolarità che meriterebbe.

In seno al Partito Repubblicano in quegli anni si consumava una lotta intestina tra Lily-Whites – i delegati che volevano il partito di Lincoln a controllo effettivo dei bianchi – e i Black and Tans, che invece supportavano la causa afroamericana. Love inizialmente fece parte di questi ultimi, ma poi passò, si potrebbe dire inspiegabilmente, ai Lily-Whites. «Il nero bianco divenne il bianco nero». In realtà non fu l’unico uomo di colore a sostenere la preminenza politica bianca all’interno del Grand Old Party, poiché – come spiega un commento apparso sul Pittsburgh Courier – «i negri delle delegazioni Lily-White erano persone rappresentative con punti di vista intelligenti, che insistevano di stare facendo gli interessi della razza, supportando una leadership bianca negli Stati del Sud che avrebbe dimostrato la sua onestà d’intenti aiutando i negri a votare». Motivazione forse controintuitiva ma comprensibile, se si considera che stiamo parlando degli anni delle leggi Jim Crow, la spina dorsale della segregazione razziale in America che perdurò quasi immutata fino al 1965. Il Texas all’epoca era uno Stato fermamente Democratico, tanto che chi vinceva le primarie Dem veniva poi regolarmente eletto a livello nazionale. E dalle suddette primarie i neri erano già del tutto estromessi.

Tra gli altri pregi, il saggio di Sullivan riesce a riportare in superficie alcuni resoconti delle convention Repubblicane di quegli anni, ove Charles Love provò ulteriormente le sue doti da oratore. Se nel 1898 citò le Scritture per sostenere che i leader GOP avessero seguito «falsi dei e vitelli d’oro», due anni dopo andò anche peggio: la proposta avanzata di inviare soltanto delegati neri alla convention lo mandò su tutte le furie, e solo la prontezza dei presenti gli impedì di sparare a un tale Ed Williams.

Nel frattempo, l’opera di sensibilizzazione del Texas Freeman continuava senza sosta, diretta a smontare e rispondere criticamente agli scempi resi legge statale dall’impianto Jim Crow. Love, nemmeno a dirlo, si fece molti nemici per la sua attività di proselitismo: nel 1896 a St. Louis venne colpito da alcuni colpi di pistola mentre passeggiava in solitudine. Anni dopo il Ku Klux Klan tentò di bruciarlo vivo appiccando il fuoco alla sua abitazione. E nel 1925, già avanti con gli anni ed entrato di diritto fra le leggende della sua comunità, venne pestato da un poliziotto di Houston.

La fine delle “primarie bianche” in Texas venne sancita da un caso giudiziario del 1944, Smith vs Allwright. Il primo tentativo analogo, tuttavia, risale a vent’anni prima. Negli archivi è segnato come Love vs Griffith. I neri, che nel frattempo per la prima volta nella storia americana avevano deciso di abbandonare i tentennamenti del loro ex partito e passare con i Democratici, si servirono della gravitas di «Editor Love» per chiedere di essere lasciati partecipare attivamente alla vita politica. L’istanza venne rifiutata ma un giudice, Oliver Wendell Holmes, parlò di una «questione grave riguardante la legge costituzionale», il primo scricchiolio alla segregazione razziale, udito più di quarant’anni prima della marcia su Washington, e quasi trentacinque prima che Rosa Parks si rifiutasse di cedere il suo posto.

Nel 1944 i neri del Texas si trovarono finalmente in grado di votare. Il Plaindealer, un giornale del Kansas, scrisse che «una delle scene più commoventi degli eventi del giorno si è vista quando C. N. Love, macchina da guerra politica d’altri tempi, è stato portato al seggio a esprimere la sua preferenza». Morì appena due anni dopo, nel 1946, con la certezza di aver cambiato il destino di chi aveva sempre guardato a lui come a un’autorità politica e morale. La sua condizione di uomo troppo di colore per essere bianco, ma troppo bianco per essere considerato di colore è un’altra peculiarità eloquente della sua storia, una serie di scatole cinesi che inizia nella polvere di Fort Alamo. La storia di un protagonista dimenticato.

Nelle immagini: un’illustrazione apparsa su Harper’s Weekly durante la Guerra Civile Americana; foto di famiglia di Joshua Houston, un altro delegato Repubblicano dei tempi.

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