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La questione borghese

La borghesia al Governo: breve cronistoria, dal dopoguerra a oggi, di un progetto mai veramente realizzato.

Dal numero 13 di Studio. Nota per editor curiosi: sul tema della borghesia italiana, abitudini, cultura, caratteristiche, pregi e difetti l’autore vorrebbe scrivere un libro nella categoria brillante, ma non ha ancora trovato un editore.

Sobrietà al potere, meno slogan per tutti, ragionamenti & responsabilità, riforme severe. Doveva essere la volta buona. La spinta di quello che resta delle élites, tutto quel travaglio che aveva spinto sul crepaccio della politica Mario Monti non è stata sufficiente. Tutto troppo rapido. Un anno di governo e solo un mese di campagna elettorale, ipermediatica, accelerata, toni aspri. L’ipotesi di accordo collettivo tra montezemoliani, riccardiani, aclisti, passeriani, antideclinisti e una spolverata di società civile sotto l’ombrello di Mario Monti è caduta subito, prima di Natale. E così l’idea del partito borghese, del centro riformista e moderato (anche se al professor Monti l’espressione non piace), di un’area del fare, molto informata, scolarizzata, moderna e internazionale, non ha preso la forma prevista e alla fine si è fermata a ridosso del 10 per cento. Troppo poco per dire ce l’abbiamo fatta e per gettare una base costitutiva.

Una sorpresa? Difficile rispondere. L’Italia è un paese di base poco propenso a sviluppare una rappresentanza degli interessi semplice e chiara. Nel dopoguerra, le classi dirigenti economiche (eredi di quelle che avevano sostenuto con successo le ragioni del Risorgimento) si sono ritirate. Mentre i partiti di massa egemonizzavano la società e imponevano un modello di ceto medio che chiedeva allo Stato molti diritti e in cambio osservava pochi doveri, i cosiddetti ricchi, gli industriali, il ceto alto delle professioni liberali, tentavano di organizzarsi minoritariamente nei partiti laici.

Eppure per tutti i quasi cinquant’anni della prima repubblica, la questione borghese ha increspato l’acqua del dibattito pubblico e del consenso. La prima storia – fondativa e mitica, e per questo ineguagliata e celebrata fino al manierismo – è quella di Adriano Olivetti, ideatore del movimento Comunità. Il concetto politico di Olivetti era una forma di federalismo neo-umanistica, in cui coesistevano le suggestioni degli insegnamenti di Altiero Spinelli e soprattutto di Rudolf Steiner, e un modello d’impresa che puntava anche al miglioramento delle condizioni economiche, sociali e spirituali del territorio in cui agiva. Ma l’aspetto più interessante dell’avventura di Olivetti è implicitamente un altro: Adriano propone un ruolo in cui alla guida sociale ed economica della comunità corrisponde anche la rappresentanza politica degli interessi.
Ed è quella la sfida che la borghesia italiana non riuscirà mai a vincere. Negli anni successivi il problema della rappresentanza diretta degli interessi economici del ceto imprenditoriale sarà affrontato con mille declinazioni diverse.

«Io seguivo il sistema di lavoro di Benedetto Croce: l’opposizione culturale. Cioè l’opposizione che consiste nel fare bene le cose per tener viva una certa tradizione».

La vicenda più cospicua in termini di longevità e consenso è quella di Giovanni Malagodi. Il suo partito liberale si schiera contro la nazionalizzazione dell’energia elettrica e dalla parte dell’impresa privata. È una logica conservatrice – vista con gli occhi di allora. In realtà è l’unico tentativo di opporsi alle politiche di centrosinistra da cui arriveranno tra il ’68 e il ‘78 le tre decisioni che devasteranno il nostro bilancio pubblico: la riforma delle pensioni di Giacomo Brodolini, l’istituzione delle Regioni, e la riforma in senso universalista del servizio sanitario nazionale (a oltre 35 anni dal Rapporto Beveridge). L’impegno politico di Malagodi coincide con una rappresentazione totale e – diciamo così – classica dell’identità borghese del capo. Nel febbraio del 1974 Oriana Fallaci va a trovare il leader, ormai declinante, nella sede del partito liberale a via Frattina, a Roma, pentendosi – lei, sarcastica – di non averlo incontrato nell’azienda agricola dell’Aiola, in Toscana, dove teneva una biblioteca di seimila libri  e dove avrebbe colto con più precisione la sua separatezza: “Ha sempre vissuto agiatamente – scrive Fallaci –. E così può sognare la meravigliosa utopia di un mondo dove tutti son cavalieri e si battono solo per libertà astratte”. Malagodi spiega alla sua intervistatrice il senso del suo impegno in politica: “Io seguivo un sistema di lavoro che era il sistema di Benedetto Croce: l’opposizione culturale. Cioè l’opposizione che consiste nel fare bene le cose per tener viva una certa tradizione”. Johann Buddenbrook, capostipite, avrebbe sottoscritto. (L’intervista è disponibile nella raccolta “Interviste con il potere”, Rizzoli, 2010).
Il PLI rimase minoritario. Negli anni cinquanta e sessanta la borghesia imprenditoriale fece scelte molto discutibili, dall’Uomo Qualunque ad Achille Lauro. E restò sotto traccia uno strisciante desiderio proibito: le decisioni politiche spettano a chi fa muovere l’economia. Desiderio che tornerà.

Poi fu la volta dei giovani. Nella seconda metà degli anni ’60, con un’impostazione culturale pluralista, non demagogica, più attenta e interna ai corpi intermedi, spuntano i germi che porteranno agli esperimenti degli anni ‘70 e ‘80. Il primo nasce da un gruppo di ragazzi confindustriali: alcuni vengono dal centro Einaudi di Torino, Enrico Salza, erede di una industria di fiammiferi, Renato Altissimo, la cui famiglia lavora nella componentistica auto, e Lorenzo Vallarino Gancia, imprenditore vinicolo. Elaborano le prime tesi di rinnovamento della Confindustria che poi porteranno alla redazione di un rapporto sulla riforma delle relazioni industriali firmato da Leopoldo Pirelli. A quel gruppo di ragazzi si aggiungeranno Piero Pozzoli ed Eugenio Buontempo, che cercheranno di dare un contributo per trasferire le nuove idee della classe imprenditoriale dentro i partiti laici.

È una stagione di entrismo borghese, che riguarda anche la Dc – pur con le sue riluttanze. Contrastato da Carlo Donat-Cattin, nel 1976 Umberto Agnelli, a sorpresa, si candida da indipendente nelle liste della Democrazia Cristiana. Coltiva un’ambizione di rinnovamento. L’esperimento di Agnelli fallirà. Nella Dc si candida anche Guido Carli. Ex potente governatore della Banca d’Italia, puro establishment borghese. In quegli anni c’è un largo tentativo di penetrare i partiti da parte della società. Il partito comunista aveva già sperimentato dagli anni ’50 una formula di apertura all’esterno, Grandi Firme delle professioni e della cultura prestate alla vita parlamentare. Era la Sinistra Indipendente (in cui successivamente, nella seconda metà degli anni ’80, militerà e sarà eletto Guido Rossi che diventerà l’icona di una tendenza Anseatica della borghesia italiana sospesa tra i libri scritti per Adelphi e il grande collezionismo d’arte).

Alberto Arbasino, Giovanni Ferrara, Eugenio Montale, Alberto Ronchey (quest’ultimo non in parlamento), il Pri diventa il partito dell’èlite sotto la tutela morale di Gianni Agnelli.

In versione più selettiva il fenomeno dell’apertura alla società investe anche il partito repubblicano di Giovanni Spadolini. Alberto Arbasino, Giovanni Ferrara, Eugenio Montale, Alberto Ronchey (quest’ultimo non in parlamento), il Pri diventa il partito dell’èlite sotto la tutela morale di Gianni Agnelli, che asseconda una candidatura di sua sorella Susanna. L’emblema di quella fase è Bruno Visentini, azionista e fondatore del PRI, avvocato, professore universitario, presidente della mitica Fondazione Cini, detto – per stare a noi – il Gran Borghese. Fu una stagione complessa e difficile da interpretare.
Si usciva da un decennio terribile, da una pacificazione sociale ottenuta anche con l’esplosione della spesa pubblica. Ma da un altro punto di vista, mai come in quel momento – l’alba degli anni ’80 – sembrò che la modernizzazione italiana si stesse compiendo e che un ceto consapevole del suo ruolo di guida nella società fosse pronto ad affiancare i professionisti della politica (espressione che si sarebbe usata solo successivamente) nell’amministrazione del paese. Il partito socialista di Bettino Craxi cerca di tenere insieme, nell’ordine, meriti e bisogni. Nel ramo meriti, apre agli affluenti (anglismo) – molta figaggine da benessere e primo boom borsistico – descritti dal sociologo Giampaolo Fabris, e rappresentati dal più grande movimento spontaneo della pubblicità italiana. Case ricche, famiglie unite, prime colazioni ordinate, moltissima Milano da bere, recupero vintagista della Citroen Deesse cabriolet, e “La felicità è un attimo. Dividila con Stock 84”: uno spot in cui al suono di “The Gold Bug” di Alan Parson Project, una ragazza parecchio stupenda torna a casa da un fidanzato altrettanto stupendo, il quale attende l’abbraccio di lei sdraiato su una chaise longue LC4 di Le Corbusier e Charlotte Perriand tappezzata in cavallino.
Tristemente andò in un altro modo. Brutta fine per gli stupendi. Lo sforzo modernizzatore naufragò nella trappola partitocratrica, in una spaventosa crisi fiscale e di classe dirigente. Nessuna riforma, nessuna correzione alle sciagurate esagerazioni welfaristiche di dieci anni prima. L’entrismo borghese viene sopraffatto dalla casta.

Così si affaccia sulla scena Silvio Berlusconi: è un misto di forza comunicativa, laurismo in grande stile e rappresentanza degli interessi del ceto produttivo del Nord. Berlusconi vince le elezioni del 1994. L’arrivo a Roma è quasi napoleonico, compresi i generali al seguito. Ma si comporta da outsider. La piccola imprenditoria è con lui, non l’establishment. Per vent’anni non riuscirà mai a convincerlo. Il sistema economico e finanziario, il mitico salotto buono, nel migliore dei casi, considera il Cav. un estraneo.
E proprio nei vent’anni berlusconiani si sviluppa un fenomeno su cui gli osservatori si concentrano. Alla fine della prima repubblica, sulla scena politica si affacciano uomini che arrivano da esperienze imprenditoriali, manageriali e – in generale – economiche. Berlusconi ovviamente, e poi Romano Prodi, i tecnici di provenienza Banca d’Italia (Lamberto Dini, Carlo Azeglio Ciampi, Tommaso Padoa-Schioppa), alcuni uomini che arrivano dall’università o dalle professioni, Beniamino Andreatta, Giulio Tremonti, eccetera. Nella crisi dei partiti tradizionali, e nel vuoto di establishment che la forza popolare del Cav. non riesce a riempire, cresce una èlite tecnocratica che guarda – o aspira – a una tradizione risalente a Cuccia, Mattioli, Merzagora, Carli, Forte. Accanto a questa nuova classe dirigente tecnico-politica, si fa largo una nuova classe dirigente economica.
Sono gli uomini delle cronache economico-finanziarie degli anni ’90 e 2000. Banchieri come Alessandro Profumo e Corrado Passera, uomini d’azienda come Montezemolo, economisti che scelgono la strada dell’altissima burocrazia come Mario Draghi (per dieci anni potente direttore del Tesoro), Mario Monti (per dieci anni potente commissario europeo), Domenico Siniscalco, o che restano nell’accademia come Francesco Giavazzi. Tutti sono accomunati da origini molto simili. Famiglie benestanti, perbene – come avrebbe detto uno dei loro nonni – quasi sempre di origini provinciali (Passera e il lago di Como, Giavazzi e Bergamo, Monti e Varese, Draghi tra il Veneto e Roma), buoni studi alle spalle, un po’ di educazione all’estero, disciplina, moltissima ambizione. Questo incubatore diventa una possibilità. Ma siccome il bipolarismo domina la scena, questa classe dirigente economica si divide. E sceglie una navigazione prudentissima della realtà. Stima e diffidenza per il dalemismo, insofferenza – ma pur sempre cauta, perché non si sa mai – per il berlusconismo, esagerata dipendenza psicologica dai media e dall’immagine pubblica coltivata con grande dispendio di tempo ed energia.

Così, alla fine, a fare il passo decisivo è inaspettatamente l’uomo che per tutta la vita si era tenuto più al coperto: Mario Monti.

Per dieci anni, però, resta evidente l’interesse di ciascuno per la politica. Siniscalco tradisce l’amico di una vita Giulio Tremonti e va a fare il ministro per Berlusconi. Profumo e Passera partecipano alle prime (e molto pro-forma) primarie del Pd. Draghi si iscrive già a quarant’anni alla riserva della Repubblica e non si schiera. Montezemolo fonda un movimento e per quattro anni è quotidianamente indeciso se scendere in campo oppure no e comunque non è chiaro da che parte potrebbe farlo. Così, alla fine, a fare il passo decisivo è inaspettatamente l’uomo che per tutta la vita si era tenuto più al coperto. Mario Monti, economista, liberale e cattolico, per professione interno al sistema d’impresa nazionale, rettore e presidente della Bocconi (suo collegio elettorale, secondo una definizione di molti anni fa), due volte commissario europeo. La storia della chiamata a palazzo Chigi e della decisione di candidarsi è cronaca degli ultimi mesi. Quello che capiremo in futuro è se la scommessa del professor Monti sulla scomposizione del quadro politico – e sulla fine dell’egemonia berlusconiana sui ceti produttivi – sia andata male per errori tattici e per i dettagli di una campagna elettorale (i mancati accordi pre-elettorali, l’alleanza con gli inconciliabili Fini e Casini, un cagnolino e una birra che spuntano incongrui in una intervista televisiva). O perché quel progetto è astratto, senza ancoraggi con l’Italia profonda, e contrasta con un paese che alla sua origine borghese è completamente disinteressato. E con una classe dirigente sempre meno civica, incapace di prospettare un disegno per la società, divorata dai piccoli egoismi, dalle ipocrisie, dai privilegi, dai peccati di casta e da un incontrollabile terrore per la responsabilità.

 

Illustrazione di Filippo Nicolini

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