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La più forte

Si chiama Melania Gabbiadini ed è la sorella di Manolo. Prima di essere sorella di Manolo però è la calciatrice italiana più forte, più premiata. Di otto anni più grande del fratello, gioca nello stesso ruolo, ed è stata lei a introdurre lui al calcio. Intervista e storia di quella che chiamano "la Messi del calcio femminile".

Melania fa Gabbiadini di cognome. La cosa però non pesa: strappa un sorriso, per quel fratello arrivato otto anni dopo che rischia di avere più riflettori puntati. Suo fratello è Manolo, ventitré anni, giovane, bravo e calcisticamente attraente: gioca nella Sampdoria, forse va al Napoli, ha cominciato anche molto prima a essere oggetto del desiderio di ogni sessione di mercato. Manolo fa l’attaccante, ha segnato sei gol nelle prime dodici partite di campionato, è in Nazionale e se il calcio la smettesse di guardare le carte d’identità sarebbe già nel grande giro da un po’.

Tutta la parte su Manolo Gabbiadini è però nota: l’appassionato segue, il tifoso lo vorrebbe per sé, il calcio ne ha già parlato ed è destinato a parlarne ancora. Però Melania gioca a pallone da più tempo e chi vuol sapere come, intanto, può dare uno sguardo a cosa è accaduto appena lunedì: votata miglior giocatrice italiana al Galà del Calcio. Per la terza volta consecutiva. La più forte di tutte ha trentuno anni, è Nazionale da un pezzo e gioca nel Verona, ha vinto quattro scudetti, due Coppe Italia e tre Supercoppe, nella scorsa stagione ha segnato trentadue gol in trenta partite e adesso ha già messo in rete otto palloni giocando nove gare. Nell’abbondanza di paragoni con Messi per ogni categoria, dicono che lei sia la Messi del pallone femminile. Paragone dribblato, perché dribblare è una delle cose che le riesce meglio, oltre ad accelerare in campo e tirare forte. Succede a chi ha cominciato a nove anni, ignara delle limitazioni che il pallone spesso mette in base al sesso, e che rende difficile per le bambine poter fare una scelta così. Succede a chi ha una famiglia che ama il calcio in modo profondo, che lo vive come una questione genetica. Melania viene prima di Manolo, ma dopo tanti altri: «Padre, zii, cugini: hanno giocato e giocano tutti. Questo sport fa parte della nostra famiglia da sempre».

È stata votata miglior giocatrice italiana al Galà del Calcio. Per la terza volta consecutiva.

I due che dalla passione sono arrivati alla fama sono i fratelli, cresciuti come gemelli nonostante la differenza d’età, perché tra loro c’era sempre un pallone. Pensa quella famiglia di appassionati e praticanti ora come gioisce: una è la migliore calciatrice italiana, l’altro guadagna ogni giorno un gradino verso l’alto. Lei, intanto: «Quello che maggiormente fa piacere di un premio come quello di miglior calciatrice è che arriva dai voti delle altre calciatrici. Quindi riempie di gioia. È un premio individuale in uno sport di squadra, ma è come se fosse un premio a chi gioca con me». Chi gioca con Melania condivide il paradosso di allenarsi sempre e non poter vivere di allenamenti. Il calcio delle donne non è un lavoro. Non dal punto di vista economico, almeno: «Noi non siamo professioniste nemmeno come status. E giocare a calcio non basta, dobbiamo fare altro: io di recente ho fatto un corso da tatuatrice, che potrei fare come hobby, e poi lavoro in un’azienda che produce profumi».

Bionda, capelli corti e spesso spettinati per look. Messa accanto al fratello mostra gli stessi tratti del viso, l’identica espressione. Messa in campo, la differenza si nota solo dai dettagli: «Abbiamo lo stesso ruolo, in qualche movimento ci somigliamo. Abbiamo pure lo stesso carattere mite, l’identica umiltà. Ma lui è mancino, io calcio col destro». Il gioco della “sorella di” è un po’ paradossale, ma digerito. Inevitabile, per lo sbilanciamento degli interessi. Melania ci sta, gioca con l’interlocutore, sorride e non tira indietro la gamba. Nemmeno quando si tratta di giudicare chi è più forte, dei due: «Dico entrambi, ma anche per una questione anagrafica: io cerco sempre di essere al meglio, sono cresciuta molto. Manolo sta esplodendo in questo momento, è fortissimo ed è nella sua fase migliore. Non valgono nemmeno i confronti di quando eravamo piccoli e giocavamo insieme, perché io comunque avevo otto anni più di lui. Abbiamo cominciato entrambi a Bolgare, poi io sono andata nel Bergamo Femminile e lui nelle giovanili dell’Atalanta: abbiamo vissuto insieme, nella stessa casa, sempre attaccati. Non c’è sfida, siamo due cose diverse e due cose uguali: stiamo benissimo».

La sorella maggiore gioca, si diverte: ha meno pressioni e più spazio per i sentimenti, in uno sport che non è un lavoro ma gli somiglia molto. Ha intenzione di giocare ancora a lungo: «Finché mi diverto, sicuro. Non ne faccio una questione di età: quando gioco sto bene e dunque continuo e continuerò ogni volta che sentirò questo. Arriverà poi il momento di farmi da parte e, a quel punto, vorrei tanto allenare i bambini». Un modo per crescere altri piccoli campioni, per spiegare un’esperienza che comunque è partita in salita per questioni insignificanti ma tangibili, nel paese dove trovare spazio per giocare a calcio da ragazza non è facile: «Giocavo e non pensavo a cosa potesse diventare per me il pallone. Giocavo e mi piaceva tanto. Poi è arrivata la prima convocazione in Nazionale e ho capito che la mia vita stava cambiando. Manolo, in questo caso, ha fatto prima, ha avuto più materiale per crederci: giocava nell’Atalanta, uno dei migliori settori giovanili d’Italia, poteva sfruttare le potenzialità al meglio. È stato bravo a superare i momenti difficili, ora raccoglie l’impegno messo». Non c’è conflitto, per via degli spazi rubati dal fratello, stesso cognome, nomi nemmeno così dissonanti tra loro. Ma uno ha le prime pagine, l’altra un po’ meno: «È giusto che lui abbia spazio, sta dando grandi dimostrazioni di bravura. Io ho dato negli anni, credo di poter dare ancora. Non mi infastidisce lo squilibrio di attenzioni. Mi diverte».

«Il punto, se vogliamo parlare del calcio femminile in Italia, è che è l’Italia a essere indietro, soprattutto se si guarda ai paesi che hanno progetti concreti e che investono per lo sviluppo del nostro sport».

In fondo non è colpa di nessuno se la più grande di famiglia, forte come nessuna in questo momento in Italia, con un bottino di titoli sufficientemente ricco e una vita professionale avventurosa, dovendo inventare altre professioni per restare una calciatrice serena, ha meno spazio del più piccolo, che però è maschio: «Il punto, se vogliamo parlare del calcio femminile in Italia e delle attenzioni che riceve, è che è l’Italia a essere indietro, soprattutto se si guarda all’estero, ai paesi che hanno progetti concreti e che investono per lo sviluppo anche del nostro sport. Quando andiamo all’estero con la Nazionale ci sentiamo figlie di un dio minore. Qui forse qualcosa si sta muovendo ora, e sono felice. Poi Tavecchio ha sempre avuto un occhio particolare per noi e adesso, da presidente della Figc, potrebbe darci una mano». Ma Tavecchio è anche quello che ha detto che le donne che giocano a pallone sono handicappate: «Ha dato fastidio sentire quella frase: è normale che tra noi e gli uomini non ci sia paragone dal punto di vista fisico, ma quella è stata davvero un’uscita infelice. Però, per crescere, non è più il caso di riascoltare un’intervista vecchia, ma occorre guardare avanti».

Guardare avanti e cercare di realizzare i sogni, rivivere cose belle: «Io non dimenticherò mai una partita di Champions contro il Francoforte: la giocammo al Bentegodi e c’erano quindicimila persone. Era bellissimo essere lì, vivere la partita con tanti occhi addosso, noi che giochiamo di solito davanti a seicento-settecento spettatori». Poi, quando arriverà l’altro Gabbiadini in Champions, Melania avrà sempre l’episodio nella fondina, da tirare fuori come in un antico duello da film: «Io ricorderò sempre la prima volta che è andato a scuola calcio: perché l’ho accompagnato io. Non vuol dire nulla di particolare, ma è bello che tutto sia partito da lì, da quel giorno in cui io portavo mio fratello a conoscere il calcio». Prima che il calcio conoscesse i Gabbiadini, fratelli del gol.

 

Nelle immagini, Melania durante l’Europeo 2013 in Svezia. martin Rose / Getty Images

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