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La mia vita coi vampiri

Ovvero: la mia esperienza, da conduttore televisivo, con la fanbase della saga di Twilight. Tra fanatismo, rabbia e accuse di lesa maestà.

Segnatevi la data: mercoledì 14 novembre 2012. Il giorno di uscita di The Twilight Saga: Breaking Dawn – Parte Seconda. Parliamo del film che andrà a concludere una lunga saga composta da ben cinque pellicole che, inutile dirlo, ha incassato nel mondo cifre assolutamente incredibili, ma che soprattutto verrà ricordata per aver profondamente modificato il mercato cinematografico degli ultimi anni. Non è la prima volta che qui parliamo di Twilight, ma non potrebbe essere altrimenti. Che piaccia o meno, si tratta realmente di uno degli ultimi grandi fenomeni di Hollywood. Twilight ha dato il via a un vero e proprio genere cinematografico: dall’uscita del primo film, ed era solo il 2008 non il 1986 come forse vi sembra di ricordare, Hollywood ha riscoperto il teen movie in tutte le sue diverse accezioni e sfaccettature.

Non solo i produttori, come più volte abbiamo detto, si sono subito gettati alla ricerca di una saga letteraria adolescenziale da trasportare su grande schermo (Io Sono il Numero Quattro, The Hunger Games), ma hanno anche cavalcato l’onda del con una serie di prodotti paralleli o tangenti l’originale, come l’orribile omaggio/parodia Mordimi, firmata dalla coppia di criminali della celluloide Jason Friedberg e Aaron Seltzer. Ma il discorso s’è fatto subito più complesso e sfaccettato. Negli ultimi anni sono usciti dei titoli che solo pochi anni fa, senza questo precedente, non sarebbero mai stati presi nemmeno in considerazione da Hollywood o dai produttori delle serie televisive. Pensate a uno show come The Vampire Diaries o a un film come Cappuccetto Rosso Sangue. Si tratta di casi di pura exploitation, una pratica che da tempo il cinema mainstream sembrava aver accontonato e che invece, proprio grazie a Twilight, è tornata in auge.

Aggiungiamoci poi che il successo della saga ha dato vita a un nuovo e fortissimo fenomeno di divismo: Kristen Stewart e Robert Pattinson sono gli ultimi divi a tutto tondo che Hollywood ci ha offerto. La loro storia d’amore, vera o fittizia che sia, tiene con il fiato sospeso milioni di Smemorande in giro per il pianeta e loro sono diventati protagonisti assoluti della recente storia cinematografica. Vengono inseguiti, presi in giro, amati, odiati. Compaiono ai più grandi festival di Cinema, vedi l’ultimo Cannes, e contemporaneamente sono onnipresenti sulla copertine delle riviste di moda o destinate a un pubblico giovanile di tutto il mondo. La loro unione, come nella migliore tradizione, ha anche un nome, Robsten, che viene ripetuto come un mantra da tutti i fan in giro per il mondo.

La cosa incredibile è che, per chi scrive, i film della saga di Twilight sono tra le cose più noiose che si possano immaginare. Lo dico per esperienza, nel senso che – banalmente – mi sono visto quasi tutti i film (per onestà: mi sono fermato a Eclipse, per vedere poi Breaking Dawn parte 1 e 2 in una volta sola. Tu chiamalo, se vuoi, masochismo) e sono rimasto colpito dal fatto che questa saga, cinematograficamente parlando, è quanto di più distante si possa immaginare da un prodotto fatto per attirare l’attenzione di un adolescente medio. Sono in film in cui non succede quasi nulla: si esce dalla visione frustrati dal fatto che si è sempre concentrati sulla storia d’amore, sul triangolo amoroso Vampiro – Ragazza – Lupo Mannaro, ignorando tutto quello che c’è attorno. C’è pochissima azione (l’attesissima battaglia alla fine del terzo film durerà quattro minuti scarsi a fronte di una preparazione di più di due ore), ma contemporaneamente gli sviluppi tra i personaggi e i loro intrecci procedono a una velocità ridicola. Esempio: la situazione amorosa tra Bella e Edward è la stessa alla fine del secondo film e del terzo. Insomma, non accade niente. E ci si annoia. Ma guai a dirlo: potreste mettere a repentaglio la vostra salute mentale e la vostra carriera.
Twilight, come tutti i fenomeni di una certa importanza, s’è guadagnato un numero spropositato di ammiratori e, consequenzialmente, di detrattori. Facile a dirlo: o lo ami o lo odi, non esiste una via di mezzo. E questa è una realtà con cui, seppure controvoglia, ho imparato a relazionarmi. Da febbraio scorso fino a fine giugno ho condotto, insieme alla brava Michelle Carpente, una trasmissione di informazione cinematografica su Coming Soon Television. Il titolo della trasmissione era Cloud ed era un magazine di notizie legate al mondo dello spettacolo con particolare attenzione al cinema. Cloud era una trasmissione quotidiana e andava in onda in diretta ogni giorno dal lunedì al venerdì dalle ore 16,00 alle 18,00. Dato l’orario, gran parte del pubblico della trasmissione rientrava perfettamente nel target di ammiratori della saga di Stephenie Meyer. Per questo motivo e anche per il fatto che, come abbiamo spiegato poco sopra, Twilight è a tutti gli effetti un fenomeno culturale trasversale, non sono mai mancate notizie riguardanti la saga o gli attori. E tutte le volte che si toccava l’argomento si rischiava grosso. Se si parla di qualsiasi cosa abbia a che fare con Twilight è assolutamente bandita qualsiasi tipo di ironia o critica. Se si parla di Twilight bisogna essere seri e possibilmente parlarne bene, altrimenti si rischia di essere presi di mira dai fan duri e puri della saga che, vi posso assicurare, sono di rara pesantezza.
Come ho tentato di spiegarvi, pur trovano i film di rara noia, personalmente trovo il fenomeno Twilight assolutamente interessante e degno di nota. Ma questo all’utente medio del film, al pubblico designato, non interessa minimamente. Twilight era l’unico argomento taboo della trasmissione. Si poteva parlare in qualsiasi modo di tutto (uno spettro ampio, che va dai film di Jeff Nichols ai One Direction, passando per la carriera di Brad Dourif alla colonna sonora di Men in Black III di Pittbull) con tutta la libertà che una trasmissione del genere in onda su una rete commerciale può garantire (e vi giuro che non è poca), ma non si può sgarrare su Twilight.
Vi riporto un esempio abbastanza chiaro. David Cronenberg sceglie Robert Pattinson come protagonista di Cosmopolis. In trasmissione mi dico contento della scelta, sottolineando come la scelta del giovane divo sia una scelta profondamente cronenberghiana. Il regista canadese, per i suoi precisi fini autoriali, ha spesso preferito attori della gamma espressiva decisamente ridotta come James Woods o Jude Law. Spesso ha chiesto a grandi attori come Jeremy Irons o Viggo Mortensen interpretazioni forzatamente fredde. Lo scopo è ovviamente quello di aumentare la distanza che passa tra ciò che accade sullo schermo e sul viso del protagonista, aumentando di conseguenza lo spaesamento dello spettatore. In questo senso mi sembrava quindi del tutto giustificata la scelta di Cronenberg di chiamare Robert Pattinson come protagonista del suo ultimo film. Ora, si può tranquillamente essere d’accordo o meno con un commento del genere (che tra le altre cose non mi sembra propriamente un insulto, anzi…), ma il risultato è stato una tempesta di insulti e commenti negativi sulla pagina Facebook del programma con conseguite preoccupazioni di autori e editori. L’accusa che mi veniva mossa era quella di aver insultato Pattinson e tutti i fan della saga. Ingenuamente ho anche tentato di parlare con alcuni dei fan più facinorosi, ma mi sono trovato a confrontarmi con posizioni che definire oltranziste è poco. La cosa vi può sembrare stupida o tutto sommato di scarsa importanza, ma vi assicuro che per nessun altra notizia data o per nessun altro commento espresso durante la trasmissione abbiamo avuto una reazione del pubblico del genere. E questo, per chi fa televisione, vuol dire molto. Il rischio è quello di avere contro un vero e proprio esercito di motivatissimi soldati pronti a boicottare il canale, lo show, la testata che ha osato parlare male di Twilight.
Perché vi sto raccontando questa storia estremamente personale? Il motivo è semplice: l’idea è che oltre ad aver cambiato in parte, come detto, il mondo dell’industria cinematografica, Twilight sia riuscito a modificare anche lo spettatore medio. Certo, casi di fanatismo riguardante prodotti di intrattenimento ci sono sempre stati, ma il caso Twilight è in un certo senso unico. Chi ha a cuore la saga non accetta nessun tipo di critica mossa al prodotto. Per i fan di Twilight esiste solo Twilight e nient’altro. Ci si può concedere di seguire le carriere dei propri attori preferiti in altri film (e in un certo perverso senso, era abbastanza divertente vedere ragazzine di 16 anni catapultarsi in sala per vedere Cosmopolis), ma non c’è assolutamente nulla al di là della saga vampiresca. Chi s’è appassionato a Twilight difficilmente l’ha fatto per motivi cinematografici, ma ho trovato un mondo, un universo (poco) espandibile, un paratesto con cui facilmente relazionarsi. La passione per i film e i libri della serie, per chi appartiene in pieno al target anagrafico, è identificativa: ha a che fare con il modo di vestire, con la musica che si ascolta, con gli interessi che si coltivano. Ovviamente c’è una controparte che ha scelto non solo di ignorare o di non apprezzare particolarmente il lavoro della Meyer, ma che si schiera apertamente contro.
Come tutti i prodotti pop di enorme successo che soffrono (o godono) di una sovraesposizione, Twilight ha agguerriti detrattori che rifiutano aprioristicamente tutto quello che gravita attorno alla saga. Per questo motivo a un certo punto, durante questa incredibile querelle con i fan di Pattinson mi sono reso conto di essere stato preso come capro espiatorio per una lunga serie di altri personaggi che hanno approfittato della discussione per scrivere (con tantissime K) che a loro non interessava nulla della love story di Bella e Edward. E quando riuscivo a sedare gli animi da una parte, ecco che subito arrivava qualcun’altro a gettare benzina sul fuoco con commenti di rara violenza verbale creando poi effetti domino devastanti. E più ci penso e più non riesco a capacitarmi se questo sfoggio di passione nei confronti di un film sia da leggere come un buon segnale o meno. Da una parte è vero che si tratta di cinema, ma dall’altra è evidentemente la cosa che interessa meno di tutti a chi si presta a questa spechi di Guerra Santa. Mercoledì uscirà l’ultimo film della saga e da un certo punto di vista tutto questo finirà. Almeno fino al primo reboot.
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