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La guerra di Paolo

Ovvero Giordano, snobbato dal sancta sanctorum della letteratura. Un tentativo di farsi piacere il suo ultimo romanzo, ed essere più snob degli snob.

Immagino che debba essere parecchio fastidioso diventare protagonista delle classifiche di vendita e, allo stesso tempo, trasformarsi in un termine di paragone negativo per gli strenui custodi della letteratura con la elle maiuscola. Lo scrittore di successo si potrà consolare con il pensiero che i lettori normali siano gli unici arbitri e sarà tentato di puntare sull’irrilevanza della critica o sull’invidia di colleghi meglio considerati e meno venduti, ma al suo interno ci sarà sempre una qualche forma di ferita da guarire per non essere stato capace di soddisfare il gusto del sancta sanctorum (azzimati critici, stimati colleghi, etc.).

In Italia succede praticamente sempre. È successo, per esempio, con Baricco (vedi anche mia recensione su Studio n. 6) e, in tempi più recenti con Silvia Avallone e Paolo Giordano, giovani campioni di tirature e di edizioni in almeno quaranta Paesi. Di regola lo scrittore di successo viene additato dal sancta sanctorum come modello esemplare di letteratura d’intrattenimento, senza che il giudizio sia passato attraverso una lettura analitica della sua opera, ma in ragione dell’aura irradiata dai suoi romanzi.

C’è da dire che spesso, se non sempre, questa aura non è poi così ingannevole. Ma è anche intellettualmente onesto verificare di tanto in tanto i propri pregiudizi. E anzi, dirò di più, a causa del trionfo di conformismo in cui galleggia il sancta sanctorum delle lettere nostrane, ho sempre iniziato a leggere questi libri con il desiderio di farmeli piacere, anche perché mi sarei sentito molto più snob se non fossi stato snob come tutti gli altri. L’ho fatto qualche mese fa con Baricco (da cui la recensione a Mr. Gwyn su Studio) e ho avuto voglia di farlo qualche giorno fa con Paolo Giordano, di cui non avevo letto La solitudine dei numeri primi, sapendo solo che Il corpo umano (Mondadori) era un romanzo “corale” ambientato in una base militare italiana in Afghanistan.

Il primo scoglio che ho incontrato, sin dalle prime righe, è stato lo stile. A dispetto del fastidiosissimo inciso da persona che non ha mai letto un libro in vita sua fatto da Fabio Fazio nel corso dell’intervista di domenica scorsa – “è ovviamente un libro scritto benissimo” – Il corpo umano non è ovviamente un libro scritto benissimo, anzi a me è sembrato scritto piuttosto male, e cioè nel modo in cui uno che non ha mai scritto pensa che si debba scrivere un libro, ovvero cercando macchinosamente e con troppo sforzo di ottenere un effetto letterario, con frasi che sembrano grondare profondità e che invece congelano banalità, quando non sono del tutto gratuite. Come in quei tipici film italiani in cui, quando vedi un attore recitare (per esempio Stefano Accorsi o Margherita Buy), non pensi al personaggio che sta interpretando, ma al fatto che è un attore che sta recitando, allo stesso modo lo stile di Paolo Giordano non mi ha fatto mai, o quasi, dimenticare che quello che stavo leggendo era uno scrittore che stava scrivendo (e questo non per attitudine postmoderna, ma per mancanza di controllo). Peggio, mentre leggevo immaginavo proprio Giordano seduto alla scrivania che batteva i tasti sul pc.

Il secondo scoglio su cui sono andato a sbattere è stato quello della credibilità dei personaggi, e in particolare dei dialoghi. Giordano cerca in modo molto evidente un realismo massimo nel delineare i personaggi e nel farli parlare, con il risultato di renderli poco interessanti per il lettore. Senza sfumature, ambiguità o lati affascinanti sembrano persone con cui nella realtà parleresti per non più di tre minuti; dicono frasi fatte, sono beceri in un modo rivoltante. Ora può anche essere, io non lo so, che i militari in missione siano effettivamente così, ma il punto per uno scrittore non è restare fedele alla lettera ai modelli umani a disposizione. La guerra è uno scenario narrativo in cui mettere alla prova caratteristiche e potenzialità di personaggi in grado di riscuotere interesse se non immedesimazione, caratteristiche grazie alle quali il lettore può capire qualcosa di più sul senso della guerra stessa come manifestazione della volontà umana. Si pensi, tra i miliardi possibili, a due modi diametralmente opposti di rappresentare la guerra al cinema: 1) la sfilata di maschere carnevalesche (La Grande guerra, 1959); 2) l’adrenalina pura (The Hurtlocker, 2008). Probabilmente nessuno dei personaggi di questi due film – troppo grotteschi, o troppo invasati – ha una totale adesione alla realtà, e però nella tragica commedia umana o nella sfida metafisica tra paura e coraggio, sono tutti personaggi che possiamo amare, o in cui possiamo rispecchiarci, o addirittura che vorremmo essere.

Detto ciò, il libro, che si legge sonnecchiando e storcendo il naso per oltre duecento pagine, subisce un’impennata improvvisa in coincidenza dell’unica scena d’azione, cioè di guerra. Scritta, questa sì, bene, con immagini potenti, e un grande senso del ritmo, mi ha fatto pensare che Giordano avrebbe potuto essere un bravo scrittore di trame e di scene, diciamo un Ken Follett, più che un romanziere nel senso più altisonante che possiamo dare alla parola. Invece eccolo accodarsi alla fila, già piuttosto lunga, di autore di opere medie, in quella che si potrebbe definire la specialità italiana del drama light. Un genere che da una decina di anni in Italia, o forse più, nei cinema e nelle librerie, ha invaso lo spazio dedicato ai cosiddetti Autori con opere che stanno alla profondità come l’aspartame sta allo zucchero. Il gusto può sembrare simile e non ci sono danni per la salute.

 

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