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La Gemella H

Dalla Baviera all'Adriatico passando per Merano e Milano. Un romanzo italiano racconta le origini, i lasciti del nazismo e il '900 attraverso le vite di due gemelle tedesche.

Giorgio Falco è l’autore di una raccolta di racconti, L’ubicazione del bene, che mi aveva colpito molto anni fa per il modo secco – qualcuno l’aveva definito minimalista – con cui raccontava il suburbio padano in età post-benessere e ispezionava le esistenze atrofizzate di un gruppo di abitanti di Cortesforza, una cittadina immaginaria dell’hinterland milanese «a un quarto d’ora dalla Tangenziale Ovest, un centro in piena espansione commerciale e residenziale». Sposini che “falsificano” a posteriori le foto all’aperto del matrimonio funestato dal diluvio, piccoli imprenditori che faticano a far fiorire un’attività di derattizzazione, cani pulciosi comprati per sopperire all’impossibilità di un figlio, case da sogno che rivelano solo dopo il rogito la presenza di piccoli sgradevoli ospiti: in nove racconti (curiosamente lo stesso numero dei racconti di Carver scelti da Altman per America Oggi o, se preferite, dei gironi infernali) Falco posava uno sguardo impassibile su un’umanità disintegrata dai tragitti pendolari, dalle code in rotatoria, dall’uniformità delle villette a schiera, dalle luci fredde dei centri commerciali, dalla bulimia di desideri destinati a rimanere tali, dall’ideologia tutta, eretta negli anni ’80 sopra un fragile benessere economico, che soggiace a qualunque Cortesforza del mondo occidentale.

Per padronanza stilistica e forza espressiva ritengo L’ubicazione del bene il libro italiano più potente che ho letto negli ultimi anni. Per queste ragioni, non appena ho saputo dell’uscita di un romanzo di Falco per Einaudi ho fatto il possibile per recuperarlo, ulteriormente incuriosito dalle anticipazioni della trama. La Gemella H, questo è il titolo, tratta infatti di una materia non troppo comune nella nostra letteratura. Tratta del nazismo – nel senso “proprio” di nazionalsocialismo tedesco – delle sue origini e dei suoi lasciti “spirituali”.

Falco si conferma dotatissimo nel fare emergere i lineamenti essenziali e le cadenze di una comunità. Come Cortesforza, fin dalle prime pagine Bockburg si rivela la protagonista inesplicitata della prima parte del racconto.

Come ne L’ubicazione del bene, Falco fa cominciare il suo racconto in un’altra piccola cittadina immaginaria poco distante da una grande metropoli. L’epoca però non è la nostra ma quella immediatamente successiva alla fine della Prima guerra mondiale e il luogo non si chiama Cortesforza ma Bockburg, un paese dell’hinterland di Monaco di Baviera prima che hinterland tracimasse dall’urbanistica al linguaggio di tutti. Nel 1918 a Bockburg ritorna Michael Zemmgrund: in trincea ha perso una gamba, è mutilato nel corpo e nell’orgoglio. È marito di Christa Wissens e padre di Maria Zemmgrund, la quale da adolescente si innamora di Hans Hinner, aspirante giornalista figlio di una solida dinastia di fabbri. I due si sposano e hanno due gemelle Helga e Hilde, le cui voci si mescolano a quella dell’autore per tutto il percorso del romanzo. Voci che diventano una sola: la gemella H appunto.

Falco si conferma dotatissimo nel fare emergere i lineamenti essenziali e le cadenze di una comunità. Come Cortesforza, fin dalle prime pagine Bockburg si rivela la protagonista inesplicitata dell’incipit del racconto. La si respira in ogni pagina l’aria di questa cittadina in principio riempita soltanto da invalidi di guerra in cerca di riscatto o oblio, dall’industriosità a capo chino delle giornate bavaresi, dalla severità delle invidie di paese, dalla solennità degli oggetti del primo ‘900, dal sentimentalismo tedesco tardo ottocentesco. A Bockburg l’elettricità arriva nel 1921 ma è solo con l’arrivo del Nazismo che arriva davvero il futuro. E Hans Hinner è lì pronto ad accoglierlo. In breve tempo il giovane giornalista diventa direttore del giornale locale “Mutter”, stringe legami con il nuovo mondo politico monegasco, si fa strumento di propaganda, scrive corsivi e discorsi per politici locali. E così inizia a guadagnare sempre meglio. Il simbolo della sua ascesa sociale è una Mercedes-Benz 500K Autobahnkurier acquistata per un niente da un vicino, un ebreo costretto a cambiare aria. Con essa Hinner è finalmente libero di sfrecciare ai centosessanta sulla nuova autostrada, l’autobahn costruita dal Reich. Due case, due gemelli, due macchine, una moglie, un cane, un frigorifero, le merci, il potere d’acquisto: sono questi gli autentici nutrienti dell’adesione di Hinner, della sua famiglia, di quasi tutti gli abitanti di Bockburg, al nazismo. L’ideologia non è politica, è economica. L’ideologia è il nuovo improvviso benessere. L’ideologia politica, il mito ariano, la gloria del Reich, i proclami di Hitler, il Lebensraum sono cosmesi sul volto di tanti piccoli frantumati egoismi che connivono per calcolo, proiettati in un interminabile, inconsapevole desiderio di futuro.

Molti anni dopo gli esordi del nazismo a Bockburg, Hans Hinner ripensa a ciò che sarebbe dovuto essere e non è stato.

«Era nato a Bockburg, lì si era sposato con una donna nata nello stesso posto, a Bockburg erano nate le gemelle, la vita sembrava un accrescimento continuo, lineare, in nome della comunità, dei riti. I genitori sarebbero morti di vecchiaia nei loro letti. Hans Hinner avrebbe ascoltato la predica del parroco giocherellando con la fede nuziale. A Bockburg avrebbero vissuto per sempre, acquistando la casa più bella della cittadina e due case alle gemelle, che sarebbero diventate grandi, rendendo lui e Maria nonni. Ma le storie della cittadina avevano perso valore durante il Terzo Reich, le persone vivevano come se gli accadimenti e i pettegolezzi di Bockburg – susseguirsi di stagioni, nascita e morti, tradimenti coniugali, liti familiari sulle eredità – non avessero più alcuna importanza davanti all’opportunità di partecipare alla Storia. La quotidianità era fagocitata da qualcosa di totalizzante, che azzerava tutto e svuotava il senso stesso dei luoghi. Non poteva durare troppo a lungo. Hans Hinner – all’altezza di Parma, mentre sorpassa un camion che trasporta suini al macello – ripete a se stesso, sono stato solo questo, una piccola rotella dell’infinita manovalanza, che vive errori e giorni come un compito a cui obbedire, e dopo ogni fine si ricicla, ed è bene, se vogliamo proseguire, se proprio la vita deve continuare.»

“Ma le storie della cittadina avevano perso valore durante il Terzo Reich, le persone vivevano come se gli accadimenti e i pettegolezzi di Bockburg – susseguirsi di stagioni, nascita e morti, tradimenti coniugali, liti familiari sulle eredità – non avessero più alcuna importanza davanti all’opportunità di partecipare alla Storia”

E la vita da scampati di Hinner e delle sue gemelle continua in Italia. Hans guida il suo Maggiolino Volkswagen da Milano a Milano Marittima. Sta andando a comprare un albergo sulla riviera adriatica, le trattative immobiliari lo vivificano, un nuovo tipo di benessere borghese lo attrae come un magnete. Sono gli anni ’50. La guerra si è messa di traverso, ha fratturato la sua ascesa nella provincia bavarese riducendo la sua adesione al nazismo a un distante lumicino. La Mercedes 500 K è rimasta su un ciglio della strada per l’Italia; il resto del percorso lo ha compiuto a piedi. La moglie è morta di malattia. La famiglia Hinner vive a Milano negli anni della ricostruzione. La Rinascente è il simbolo spensierato della rinascita. Altre merci alimentano nuovi desideri. È l’alba del turismo di massa, dell’era degli esodi di agosto. Gli Hinner si mimetizzano con l’ingenua perfidia dei nostri connazionali, ne traggono un profitto senza catarsi mentre, accompagnati dalla voce corale di Falco – mimetica anch’essa con gli stati d’animo della Storia, noi attraversiamo i decenni dell’accidentale sviluppo del nostro paese fino all’oggi, e intanto il sentimento della provincia bavarese anni ’30 si stempera nell’Adriatico, si immerge nel Naviglio Grande. «Ci aiuta l’insorgenza di un anomalo disturbo della memoria.  Il motto collettivo è qualcosa di simile a dimenticate in memoria di me. Le nostre azioni passate svaniscono seppellite dagli stereotipi. Il Grande Male. La Belva Umana. Il Criminale Assoluto. Milioni di morti e siamo ancora qui, pronti a nuovi oggetti, a criteri di comportamento volti alla concupiscenza delle cose. Ridimensiona la visibilità dell’ideologia – ora diluita sotto ogni traccia – resta la volontà di vivere secondo quelle stesse dinamiche totalitarie applicate ai rapporti lavorati e familiari».

Come ha scritto Roberto Saviano nella sua recensione de La Gemella H: «Se mi avessero detto che questo romanzo racconta come il nazismo nel suo cuore sia stato anche una sorta di esperimento di una entità sovrumana che continua a scorrazzare, una “alba dei grandi magazzini”, l’involucro tremendo in cui facevano le loro prime prove mondiali e di larghissimo respiro i riti della merce di massa e del consumo a un tempo di massa e individuale, le tecniche novecentesche del desiderio e dell’accrescimento infinito, avrei forse pensato a un nuovo episodio della serie: il Reich immortale e simili fantasie». Qualcosa del genere l’avevo temuto anche io prima di cominciare la lettura, ma Giorgio Falco è bravo abbastanza da correre un simile rischio e uscirne scrittore indenne. Il che non si può dire di quasi nessuno di quelli che prima di lui hanno provato a raccontare il nazismo, in Italia.

 

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