Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

La fine di Gazprom?

Il gigante del gas rischia grosso, a causa di una legge europea sull'anti-trust e dell'ascesa di un altro colosso russo degli idrocarburi: Rosneft.

In Russia alcuni pensano che il colpo finale verrà da Igor Sechin, un tipo con le spalle larghe che è stato per anni ministro dell’Energia e oggi, a Mosca, siede in cima a Rosneft, la società petrolifera più potente del paese. Qualche giorno fa è stato a Londra per raccogliere soldi e fiducia dagli investitori stranieri e ha spegato loro il nuovo piano della compagnia: vogliamo entrare nel mercato del gas, ha detto Sechin, entro il 2020 avremo in pugno il 20 per cento del mercato russo. Con questa impresa, quelli di Rosneft possono affondare un altro gigante russo dell’energia, ovvero Gazprom, che è stata per vent’anni una specie di chiesa, un ministero, un esercito in grado d’impensierire i paesi vicini e le potenze lontane.

Come nel 2004, quando il Cremlino ha bloccato le forniture di gas all’Ucraina proprio durante le elezioni, mentre migliaia di giovani erano nel centro di Kiev, in pieno inverno, a manifestare per i candidati filo occidentali.

A dire il vero i brutti segni sono molti per Gazprom, sui giornali si parla di accordi che saltano e trattative rinviate all’ultimo momento, di poliziotti pronti con i loro taccuini e manager che stanno per lasciare il posto, ma il pericolo più serio, quello che spaventa davvero Vladmir Putin e gli uomini che gli sono accanto, arriva dall’Europa. Gli esperti lo chiamano “Terzo Pachetto”, è l’insieme di norme sulla concorrenza che impedisce a una sola compagnia di produrre, trasportare e vendere gas dentro i confini dell’Ue. Sinora Gazprom ha svolto tutti i compiti in una volta sola, si tratta di un affare enorme perché ci sono paesi come l’Italia e la Germania che importano da Mosca circa il trenta per cento del gas e la quota sale se si procede verso est, se si passa attraverso i Balcani e si arriva al Mar Baltico.

Putin è stato a Bruxelles due mesi fa, ha guardato in faccia le cariche più alte dell’Unione e ha detto che le loro regole sono “incivili”.

L’anno scorso l’Ue ha aperto una procedura contro Gazprom, questo significa che molto presto la compagnia potrebbe essere costretta a scegliere fra l’estrazione, il trasporto e il commercio. Putin è stato a Bruxelles due mesi fa, ha guardato in faccia le cariche più alte dell’Unione e ha detto che le loro regole sono “incivili”. L’ultima volta che era stato al Parlamento europeo per una visita ufficiale s’era offerto di “circoncidere” personalmente i terroristi ceceni, quindi Barroso e Van Rumpuy possono dire di essersela cavata egregiamente questa volta (può essere che Putin si sia fatto intenerire dalle ragazze di Femen che lo hanno aspettato sotto la pioggia per un paio d’ore e si sono spogliate appena lo hanno visto, gridandogli di andare al diavolo: è una scena che colpirebbe persino un tipo duro come lui). La decisione della giustizia europea è attesa proprio in queste settimane e la minaccia riguarda progetti costosi come Nord Stream e South Stream, i due gasdotti con i quali i russi riforniscono i loro clienti europei.

Al Cremlino credono che la storia delle sanzioni sia terribilmente seria e hanno un modo curioso di mostrare quello che pensano. Alla fine di dicembre, per esempio, il ministro Arkady Dvorkovich ha incontrato un collega italiano alla periferia di Mosca, nel nuovo distretto di Skolkovo, che un giorno forse sarà il quartiere più moderno della città ma oggi è una distesa di campi e di cantieri fermi, insomma, non è il posto in cui ti aspetti di assistere a una riunione di alto livello (e anche il rinfresco era terribile). Dvorkovich è molto giovane ma è già vicepremier e occupa l’ufficio che apparteneva a Brezhnev: secondo il Wall Street Journal è l’unico liberale vero nel governo di Mosca, di persona pare sicuro e quieto, si muove con eleganza quand’è il momento di stringere mani, eppure è diventato teso quando il discorso è scivolato sulla questione energia. “Se colpirete Gazprom, tutti in Europa pagheranno un prezzo”, ha detto ai diplomatici italiani. E in quel momento qualcuno al tavolo deve aver pensato che la scelta dell’ufficio non sia un frutto del caso.

Lavorare negli uffici di Gazprom è un sogno per il 60 per cento degli studenti russi, qui è cresciuta una generazione intera di politici e di uomini di stato, basti pensare che il primo ministro, Dmitri Medvedev, ha sostituito Putin alla guida del paese per quattro anni e oggi è il capo del governo.

Che cosa accadrebbe se il Cremlino fosse costretto a cedere, a dividere, a tagliare il tempio in tre grossi tronconi?

Non bisogna pensare che Gazprom si occupi soltanto di tubi, di valvole e di materie prime: se così fosse, nessuno sarebbe troppo teso fra i corridoi del Cremlino, basterebbe cambiare qualche etichetta alle porte e la questione tornerebbe alla normalità. Il problema è il gruppo possiede giornali, banche, stazioni radio e canali televisivi, ha un giro d’affari che supera i 150 miliardi di
dollari all’anno, soldi che passano sui conti di GazpromBank, che coprono buona parte del bilancio pubblico e scorrono nei centri di potere della Russia di Putin. Che cosa accadrebbe se il Cremlino fosse costretto a cedere, a dividere, a tagliare il tempio in tre grossi tronconi? Gazprom è una banca centrale che raccoglie valuta pregiata in Europa e finanzia progetti al confine con la Cina,
è un’ambasciata pronta a trattare in Africa e in Europa, è un fornitore astuto capace di imporre contratti rigidi ai clienti. I giornalisti del canale Ntv, un altro marchio legato alla compagnia, sono famoso per le inchieste contro i politici di opposizione e contro i leader stranieri che hanno cattivi rapporti con il Cremlino: un reportage trasmesso nel 2010 è costato il posto al presidente del Kirgyzystan, una Repubblica montuosa nel cuore dell’Asia, che è stato travolto da una protesta violenta dopo avere rifiutato un’intesa militare con la Russia.

E poi c’è il calcio. In Russia Gazprom possiede lo Zenit di San Pietroburgo, la squadra che ha vinto l’ultimo campionato e che si può permettere di comprare all’estero allenatori e giocatori, in Germania investe 25 milioni all’anno per finire sulle maglie dello Shalke 04, in Serbia ha scelto una squadra prestigiosa come la Stella Rossa di Belgrado. Ma il vero colpo per l’immagine del gruppo è venuto l’anno scorso, quando la compagnia è diventata lo sponsor della Champions League: per tre anni il logo di Gazprom sarà
accanto ai gol di Messi e di Cristiano Ronaldo, esistono pochi modi migliori per mostrare al mondo
la propria influenza.

Secondo Marshall Goldman, l’auture di un best seller sul petrolio russo che si chiama “Petrostate”, il segreto di Gazprom sta in una sola parola: monopolio. All’inizio degli anni Novanta un funzionario del governo di nome Rem Vyakhirev propose a Boris Eltsin di concentrare l’industria del gas in un paio di mani, che poi sarebbero quelle dello stato. Rem è un nome strano, viene dalle iniziali di Revolutsya, Engels e Marx, tre figure che sono state popolari nei quartieri di Mosca per almeno settant’anni, e Boris Eltsin deve aver pensato che quella fosse una garanzia sufficiente per seguire il progetto. E’ da allora che Gazprom controlla il mercato russo dell’energia e il cento per cento delle esportazioni di gas. Vyakhirev è morto all’inizio di febbraio, pochi giorni prima che Gazprom compisse vent’anni, e la sua creatura non se la passa meglio: oggi pare troppo lenta, troppo fiacca, troppo molle persino per la Russia. I segni della crisi, si è detto, sono ormai numerosi, ma le parole più dure sono venute proprio da Putin, che s’è impegnato in una campagna contro la corruzione e gli sprechi pubblici, quel genere di cose che tengono buone le piazze nei momenti difficili.

Non si può rifurre il ruolo di Gazprom da un giorno all’altro e non è detto che succederà presto, ma i rivali ci sono e si stanno già facendo avanti.

“Abbiamo ricevuto molte notizie su Gazprom, su come conduce gli affari e su quanto siano corrotti alcuni dipartimenti – ha detto il capo del Cremmlino durante un incotro con un centinaio di economisti stranieri – La polizia dovrebbe trovare queste persone e arrestarle, e comunque non sarebbe abbsatanza per risolvere il problema. Forse dovremmo cambiare le regole del settore per assicurare che tutti abbiano l’accesso al settore”. Anche il ministro dell’Energia, un uomo con la faccia seria e la cravatta stretta di nome Alexandr Novak, è convinto che il monopolio di Gazprom debba finire al più presto. Qualche tempo fa è stato in riunione nell’ufficio di Putin, ha detto che il paese avrebbe maggiori entrate se le esportazioni dipendessero da società diverse, ha proposto al capo di rivedere gli accordi con Gazprom e quello è stato a sentire senza mostrare neppure un briciolo di sorpresa, ha mosso la testa e gli ha fatto un cenno come per dire ok, vai e risolvi questo problema. La questione è ancora aperta, non si può rifurre il ruolo di Gazprom da un giorno all’altro e non è detto che succederà presto, ma i rivali ci sono e si stanno già facendo avanti.

Una società chiamata Novatek ha mostrato di essere pronta per trasportare all’estero il gas russo, ha firmato alcuni accordi preliminari con una compagnia tedesca e le sue azioni salgono ormai da qualche settimana alla Borsa di Mosca: secondo gli analisti di Merrill Lynch sarà uno dei titoli più interessanti del 2013.

In Russia tutto è carisma, tutto ruota intorno a un centro preciso e questo vale per i libri di Tolstoj, per la politica, per la chiesa e anche per l’energia (il calcio è una delle poche eccezioni, qualche anno fa il campionato era un affare che rigurdava soltanto Mosca e San Pietroburgo, oggi invece ci sono squadre decenti persino in Cecenia e in Dagestan). Così, per un astro che scende, ce n’è
un altro che sorge fra i giacimenti della Siberia, ed è qui che entra in scena Sechin. A quanto pare l’ex ministro se la cava bene con la diplomazia: lo scorso autunno ha firmato un patto con Bp, un accordo miliardario che ha permesso a Rosneft di diventare la compagnia petrolifera più grande del pianeta, ha incontrato gli uomini di Eni e ha ceduto licenze dal Mar Nero al Mar di Barents, s’è visto con Marco Tronchetti Provera e ha chiuso in pochi minuti un contratto con Pirelli.

La settimana scorsa ha comprato una quota consistente di Saras, la società della famiglia Moratti, e Sechin in persino ha fatto sapere che siederà nel board della compagnia. Ora Rosneft cerca di allargare la propria influenza sul paese a scapito di Gazprom: la Russia del petrolio avrà presto una nuova chiesa.

(Una versione precedente di questo articolo è stata pubblicata sul numero 13 di Studio)

Fotografia: per gentile concessione di Gazprom

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg