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La democrazia fa paura?

Viaggio nella Birmania (quasi) democratica. Tra crescita rampante, investitori stranieri, nostalgici del regime e i gadget di Aung San Suu Kyi.

YANGON – BIRMANIA

«La democrazia, vedrete cosa succede con la democrazia» grida l’uomo, un occidentale che ha fatto fortuna in Birmania. Adesso ha paura. «Tra poco dovremo andarcene da questo paese. Perderemo tutto». Si aggira per la sua abitazione, tra statue dorate del Buddha, antiche scatole di lacca e hsun-ok, vasi per le offerte al tempio, finemente intagliati, come cercasse qualche spia tra le ombre dei mobili di tek. Viene in mente La follia di Almayer, il primo romanzo di Joseph Conrad, scritto nel 1894: ricchezze e miserie, depressione e autocompassione di un occidentale che ha cercato fortuna nell’altrove e si è perduto nella sua atmosfera densa di misteri e complotti.

La Birmania, si sta popolando di “prospector”: agenti di società americane, asiatiche ed europee inviati a indagare sulle opportunità d’investimento: «È un mercato enorme».

I fantasmi di questo Almayer della Golden Valley, la Beverly Hills di Yangon, sono reali e potenti. Sono le corporation che sino a qualche tempo fa si astenevano dal fare business in Birmania. E se li facevano, era tramite personaggi come lui. Oggi, con le prime aperture democratiche del governo birmano e lo sblocco delle sanzioni, non hanno più bisogno di lui. Al suo posto la Birmania, si sta popolando di “prospector”: agenti di società americane, asiatiche ed europee inviati a indagare sulle opportunità d’investimento. «È un mercato enorme» dice un malaysiano che osserva con compatimento la popolare strada di fronte all’albergo in cui è alloggiato. Probabilmente pensa a come potrebbe essere trasformata, sul modello di Kuala Lumpur. «No, non abbiamo alcuna difficoltà a trattare col governo. Anzi». Anzi, sono loro a dettare le regole del gioco: la legge sugli investimenti esteri è stata emendata per rendere le condizioni ancor più favorevoli. Prima che fosse ratificata, copia della legge era venduta dagli ambulanti che passano tra le auto con ogni genere di prodotti: bibite, giornali, kleenex, collane di fiori per i templi.

«Tutti vogliono investire. Non sappiamo come spendere i soldi» commenta un uomo d’affari birmano legato al regime e pronto a lanciarsi sul mercato globale. È a pranzo con la famiglia. Parla mentre fa girare il vassoio al centro del tavolo con decine di portate. Tra un piatto e l’altro ha sistemato telefono, BlackBerry, iPhone e iPad, che alterna compulsivamente. «La Birmania diventerà la nuova frontiera dell’Ict» dice: sta concentrandosi nell’Information and Communication Technology. «La Birmania potrebbe essere una nuova tessera del Bric» proclama, citando il gruppo delle economie a maggior espansione. «E tutto questo è opera del governo. I giornali occidentali parlano della Birmania di Aung San Suu Kyi. La Birmania è di altri».

Si ritengono depositari di una cultura superiore e di un futuro segnato dall’avvento del Secolo Asiatico, considerano l’Occidente come un fornitore di prodotti e non di idee.

C’è un’arroganza negli uomini come lui (non solo birmani, asiatici in generale) che ti fa quasi sperare in un cortocircuito nelle economie di queste Nazioni-Tigri che ricambiano il nostro Orientalismo con altrettanto superficiale Occidentalismo. Ma loro non hanno affatto paura della “globalizzazione”. Si ritengono depositari di una cultura superiore e di un futuro segnato dall’avvento del Secolo Asiatico, considerano l’Occidente come un fornitore di prodotti e non di idee. Ecco perché in Birmania è stato annunciato trionfalmente l’arrivo di Coca Cola, Pepsi, McDonald’s, Kentucky Fried Chicken, Visa, MasterCard. I bancomat sono diventati i nuovi totem. Ne è stato installato uno anche all’ingresso della Pagoda Shwedagon di Yangon, il magnete spirituale del paese, che secondo la leggenda fu costruita 2500 anni fa per custodire otto capelli del Buddha.

Su quest’onda d’entusiasmo mistico-elettronico, stanno tornando in patria anche quelli che negli ultimi trent’anni si erano rifugiati all’estero. Rientrano assicurati da un nuovo passaporto e capitali da investire. I loro mastodontici Suv Cadillac fanno apparire piccole anche le Landcruiser bianche dei funzionari delle Nazioni Unite e delle Ong che stanno trovando in Birmania l’ennesima miniera.

I prezzi dei terreni sono saliti alle stelle. I Wa (etnia dedita al traffico di metanfetamine) e gli Shan li comprano per riciclare i narcodollari». È uno dei tanti paradossi di questa transizione.

Quasi tutti cercano casa nella Golden Valley di Yangon, dove abita anche Aung San Suu Kyi, in una villa di University Avenue. Sino a poco più di un anno fa non ci si poteva transitare. Oggi è meta turistica. In una traversa vicina c’è la casa di Tay Za, uno dei più famosi tycoon birmani, noto per le sue Lamborghini, i suoi traffici e per essere nella lista nera statunitense. Nella stessa zona si trova la casa-fortezza dove viveva agli “arresti domiciliari” Khun Sa, il signore della guerra degli Shan (etnia del nord-est), noto come il “Re dell’Oppio”. «Gli americani avevano messo una taglia di due milioni di dollari sulla sua testa. Tutti sapevano dov’era. Ma tirarlo fuori da qui era un’altra storia» spiega un altro occidentale che vive a Yangon. Lui, però, non ha paura del cambiamento: si è ritirato dagli affari, limitandosi a offrire consulenze. Quello che lo preoccupa è che gli investitori possano scoraggiarsi. «I prezzi dei terreni sono saliti alle stelle. I Wa (etnia dedita al traffico di metanfetamine) e gli Shan li comprano per riciclare i narcodollari». È uno dei tanti paradossi di questa transizione.

Viaggiando per la Birmania, il paese appare ancora simile alle descrizioni di Kipling, Orwell, Lewis, che hanno alimentato il mito di una terra d’oro, soffusa da quel riflesso illusorio di luce e vapore che si spande tra le cupole delle pagode e che i birmani chiamano than hlat, foschia dorata. Quando poi si entra nel panorama le immagini divengono meno poetiche. Appaiono i mendicanti, uomini e le donne che trasportano sacchi da venti chili l’uno sul capo, che costruiscono le nuove strade spaccando pietre. L’Ayeyarwady, il fiume che attraversa il paese, è un teatro di albe e tramonti, ma quando cammini per le sue rive appare soprattutto come l’unica risorsa per i disperati che ci vivono e usano le sue acque per ogni funzione vitale. Se poi lo osservi scorrere dal Golfo del Bengala all’Himalaya, comprendi perché la Birmania sia una tessera fondamentale nel domino asiatico: la chiamano “l’Occhio del Buddha”. I villaggi che attraversi sembrano lo scenario di un’arcana e remota serenità, all’ombra degli alberi di mango e tra i tempietti dedicati agli spiriti tra le radici aeree di giganteschi ficus, ma sono anche quelli dove si sono scatenati i recenti conflitti tra buddhisti e musulmani.

Aung San Suu Kyi sta aprendo al compromesso storico con i militari, con grande scandalo di coloro che la vorrebbero beatificare da martire, nuova versione di Che Guevara.

«I fantasmi non possono essere uccisi» dice un vecchio giornalista che segue le più oscure vicende birmane. È per questo che Aung San Suu Kyi sta aprendo al compromesso storico con i militari, con grande scandalo di coloro che la vorrebbero beatificare da martire, nuova versione di Che Guevara (e già nei mercatini per turisti le sue magliette sono spesso affiancate a quelle col volto del Comandante). Solo con i militari è possibile che la Birmania prosegua nella road map verso la democrazia. Ricordando che non pensano a una democrazia di stampo occidentale, bensì un regime paragonabile alla maggior parte di quelli della regione, con diverse intensità di controllo: una “democrazia disciplinata”.

«La democrazia non è politica» dice un Ashin, un monaco buddista cui è riservato il rango di Maestro, che ha partecipato alla “Rivoluzione di Zafferano” del 2007 che è stata il detonatore dei cambiamenti. «La democrazia è filosofia. Bisogna comprenderla».

 

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