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La califfa e il gioiellino

A Parma, la città di Maria Luigia, dove un guaio tira l'altro

Pubblichiamo un articolo di Michele Masneri apparso sul numero 2 di Studio. Un reportage da Parma, città al centro di recenti scossoni in Giunta.

“Il Gioiellino non conquista i parmigiani” è il titolo di un articolo apparso il 5 marzo sulla Gazzetta di Parma, e il riferimento naturalmente è al film di Andrea Molaioli che per traslazione ricostruisce la vicenda del crack Parmalat (traslazione che non lascia dubbi a proposito della vicenda d’ispirazione, a partire dal latte che copre i titoli di testa, nonostante l’azienda qui si chiami Leda e che le riprese siano state effettuate ad Acqui Terme). Secondo il pezzo della “Gazza”, o della Pravda, com’è chiamata in città, ai parmigiani il film con Toni Servillo, Remo Girone e Sarah Felberbaum non è piaciuto, gli spettatori sono usciti “stizziti”, non tanto per l’accusa a un sistema locale (banche, politici, establishment) ma perché, dice un anonimo spettatore citato nel pezzo, “mi aspettavo di vedere lo sfarzo ma anche quelle grandezze targate Parmalat che nel bene hanno fatto girare il nome della nostra città in tutto il mondo”. E questo è un buono spunto per capire cos’è stato il crack Parmalat e anche cos’è la città di Stendhal e di Maria Luigia.

“Il film è buono, anche se naturalmente si resta concentrati sulla storia e non esce bene il contesto sociale e economico della città che ha creato un personaggio come Tanzi” ci dice un profondo conoscitore di Parma come il sociologo Sergio Manghi. “Ma se ne è discusso poco in città, le architetture e gli sfondi sono chiaramente non cittadini e questo non è piaciuto ai parmigiani, qualcuno c’è rimasto male”. Insomma, a essere stata offesa non è tanto la morale cittadina quanto la vanità. Vanità che risulta essere una componente fondamentale della parmigianità, insieme all’estetica. Manghi, che insegna all’università locale e da anni indaga le tracce della parmigianità, ha scritto in un articolo di qualche anno fa che la città e i suoi abitanti sono “catturati dalla bellezza del gesto: letterario, pittorico, gastronomico, artigianale, epico, ribellistico, mecenatesco, stravagante, sportivo”, quindi c’è da scommettere che le critiche al cavalier Calisto Tanzi (titolo poi revocato dal presidente della Repubblica dopo le condanne recenti) e al balzachiano e diabolico direttore finanziario Fausto Tonna, quello che sbianchettava i bilanci e che dopo l’arresto disse ai giornalisti “auguro a voi e ai vostri famigliari una morte lenta e dolorosa” siano di natura più estetica che etica. E l’estetica, in questa città in testa a tutti gli immaginari mondiali di eleganza e di qualità della vita, ha indubbiamente un ruolo fondamentale, così come la rappresentazione. Una rappresentazione che a Parma è sempre stata più articolata che nelle altre città ducali limitrofe (Modena e Piacenza) perché, sostiene sempre Manghi, qui i sovrani provenivano sempre da fuori: prima i Farnese, poi i Borbone, poi gli Asburgo, con l’amatissima e mitica Maria Luigia. Di qui, da una parte, un’apertura internazionale inusitata nella provincia italiana; dall’altra, un culto della “bella figura” e degli aspetti cortesi e della grandeur che si è protratta nei secoli.

La “grandeur”, cioè intesa proprio come scala di mercato, è stata un’altra caratteristica intrinseca della parmigianità applicata all’industria. A differenza che nelle altre ex corti padane, da Modena e Piacenza, e anche nella borghese Reggio, dove è cresciuta l’economia prodiana dei “distretti” e delle filiere, delle decine e centinaia di microimprese a “fare rete”, Parma ha sempre avuto poche grandi imprese con vocazione internazionale (Bormioli, Barilla, Parmalat). Come se “l’aspirazione a diventare ‘grande’, per un imprenditore, fosse percepita come un’aspirazione che fa parte dell’ordine delle possibilità date” (sempre Manghi). Per chi volesse rimanere “piccolo” o “medio”, c’è sempre la strada del terziario, dei servizi, delle professioni (e Parma conta un numero impressionante di notai e avvocati).

Solo che adesso Parma è senza sovrano e senza grandeur: il passaggio da ducato a semplice provincia italiana è stato traumatico, spiega Manghi, e nei secoli si è tentato un ricambio, necessariamente borghese e quindi finanziario. L’Unico duca borghese degno di questo nome è stato Pietro Barilla, fondatore dell’impero della pasta, bell’uomo, mecenate, collezionista, amante appunto del bel gesto (a Cortina Chantecler e gli altri gioiellieri ricordano ancora con rimpianto i doni improvvisati e spropositati a dame come Marta Marzotto, mentre a Parma il campus universitario è stato interamente finanziato dalla Barilla). Prima di lui a indossare la corona ducale ci avevano provato i Bormioli (vetro) e dopo, naturalmente, i Tanzi. Ma nei due casi qualcosa non ha funzionato. I primi non sono riusciti a superare una dimensione stra-provinciale, attestandosi alla piccola celebrità di provincia, seppur con quarti di nobiltà acquisita (pochi ricordano lo scandalo Bormioli, con la “bella di Parma” Tamara Baroni che negli anni Settanta finì in carcere con l’accusa di aver assoldato due sicari per uccidere la moglie del playboy Bubi Bormioli, la marchesa Maria Stefania Balduino-Serra), i secondi hanno provato a superare perfino lo status ducale per arrivare a quello imperial-multinazionale, ma sono caduti.

Caduti innanzitutto sull’estetica. “Il crack Parmalat non rappresenta affatto l’anima della città – sostenne Alberto Bevilacqua sul Corriere della Sera all’indomani del crollo, nel 2004 – non è neppure uno scandalo, è soltanto una vicenda scandalosa. Dietro non ci sono passione, intelligenza, ardore. Sa che cosa manca qui? Manca la scena, la rappresentazione. Manca il coro del teatro Regio”. Parmalat è stata più grossa e più importante della Barilla, Tanzi aveva una squadra di calcio e sponsorizzava la Formula Uno, vendeva in America e in Brasile, e anche oggi, in Italia l’azienda fattura solo il 30 per cento del suo fatturato, meno che in Canada, e soprattutto aveva il nome della città nel suo brand. Ma non aveva lo standing estetico. I suoi quadri, poi seppelliti in giardino, li teneva in casa, non li mostrava ai concittadini o li metteva a disposizione dei dipendenti, come Pietro Barilla, che era olivettiano come gestione aziendale e agnelliano come stile di vita (anche se con Torino i rapporti furono sempre pessimi, perché la Fiat a un certo punto tentò di soffiargli l’azienda, e alla festa per i suoi ottant’anni, nel 1993 grandi celebrazioni a Parma con Pavarotti e mezzo governo, l’Avvocato fu il grande assente).

“Insomma Tanzi non era uno dei nostri. Aveva villa e azienda oltre i confini, si aveva sentore di quali potevano essere i suoi affari allo stadio: entrava Stoichkov e capivi che c’erano sviluppi nell’est europeo, arrivava Asprilla e si intuiva che si apriva il mercato colombiano. E via dicendo” (sempre Bevilacqua). “Tanzi duca proprio no, non scherziamo” dice un altro grande conoscitore della parmigianità come Camillo Langone, giornalista cattolico, già scrittore erotico, recensore di sante messe, conservatore d’antiche botteghe. “Non aveva nessuna caratteristica ducale”. Non ha aspirazioni ducali nemmeno Enrico Bondi, il manager toscano che ha salvato Parmalat dal baratro nel 2004 e l’ha risanata. Probabilmente quando questo articolo uscirà la “battaglia di Collecchio” sarà terminata, e si saprà se ad averla avuta vinta saranno stati i francesi di Lactalis, che hanno rastrellato in Borsa il 30 per cento dell’azienda, o la cordata italiana voluta dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti sul modello Alitalia. Quello che è certo è che Bondi ha salvato un’azienda in ginocchio “senza licenziare nessuno” sottolinea Langone. Gli antipatizzanti sottolineano come il risanamento sia andato anche troppo avanti, e una liquidità in cassa da 1,4 miliardi di euro è un’esca formidabile per qualunque scalatore corsaro. Certo anche che Bondi (carattere schivo, vita monacale) non ha inteso neanche per un momento indossare l’ermellino ducale. Raccontano che vive a Barbiano, vicino Collecchio, accanto all’autostrada e alla fabbrica, e non mette mai piedi in città e tantomeno nel palcoscenico sociale cittadino, il Regio. Questo i parmigiani non glie l’hanno mai perdonato. “Bondi è un avaro, nella vita come in azienda, dunque la persona giusta per un’azienda affondata proprio per i troppi sperperi” sostiene Langone, azzardando una nemesi. Bondi dunque sembra più simile al ragionier Botta del film (ma senza sbianchettamenti), workaholic senza grilli per la testa, e come Botta coltiva la passione per la terra (ha campagne ad Arezzo dove scappa appena può).

Se il film non è piaciuto perché non troppo, ma troppo poco scandaloso, il giochino del “chi è chi” in città appassiona i salotti. Appurato che Tanzi è Amanzio Rastelli, fondatore e poi affondatore dell’impero, e Fausto Tonna è il ragionier Botta, una dama della Parma ducale ci guida in un who’s who abbastanza inquietante. Il suicida Filippo Magnaghi (direttore marketing onesto, che si getta da un ponte una volta resosi conto delle illegalità di cui è complice) è Alessandro Bassi, sottoposto di Tonna suicidatosi poco prima del crack. L’amica parmigiana suggerisce un altro dettaglio: la località dove si suicida Bassi-Magnaghi è la stessa (tra Fornovo e Solignano, a una decina di chilometri da Collecchio, lungo un terrapieno che costeggia l’A15 della Cisa in località Case Bottini) dove nel 2006 viene ritrovato il corpo di Gianmario Roveraro, il finanziere dell’Opus Dei rapito e poi fatto a pezzi con un macete in uno dei delitti più allucinanti, e meno approfonditi, degli ultimi anni.

La grintosa Laura Aliprandi, nipote di Tanzi-Rastelli, è un cocktail ben riuscito tra due personaggi reali: la figlia Francesca Tanzi (presidente di Parmatour, descritta da chi la conosce bene come molto ambiziosa, ma senza l’intelligenza del padre, cui somiglia in maniera impressionante. Ha patteggiato 3 anni e 5 mesi, oggi ha 43 anni e ha cambiato vita, fa la direttrice di un albergo non di lusso a Monselice) e la nipote Paola Visconti, figlia della sorella Annamaria, studi internazionali come nel film, oggi ha 40 anni, è uscita indenne dalle indagini, e sarebbe stata prima mobbizzata poi molto amata da Tonna/Botta, con cui ha avuto una relazione durata un paio d’anni. Chi proprio non somiglia alla sua rappresentazione è Stefano Tanzi, il figlio del padrone, che nel film risulta essere la figura un po’ più macchiettistica, figlio di papà imbelle e appassionato di calcio e di macchine. Anche lui ha patteggiato (4 anni e 10 mesi) e oggi lavora, ci raccontano, in un’azienda di piastrelle (distretto reggiano per eccellenza, dunque altra nemesi). Diversissima dalla sua rappresentazione cinematografica è anche la moglie di Tanzi. “Donna dura, molto determinata”, ci viene descritta, ma soprattutto Anita Chiesi fa parte di una dinastia di imprenditori molto potenti in città, forse i più potenti, sicuramente più blasonati dei Tanzi. I Chiesi, titolari di un’azienda farmaceutica da quasi 1 miliardo di euro di fatturato annuo, con rapporti consolidati e ramificati. A partire dalla stampa: presidente della società editrice della Gazzetta di Parma, è Alberto Chiesi; la Gazza è l’organo ufficiale dei poteri forti cittadini, oltre che uno dei quotidiani più antichi d’Italia, forse il più antico, fondato nel 1732 e stampato per decenni da Giovanbattista Bodoni, nonché il quotidiano locale con la più alta penetrazione sul territorio in Italia, sicuramente il primo in Italia ad avere avuto una pagina culturale. Talmente consustanziale al potere locale da aver dato la notizia del crack Parmalat un mese dopo rispetto ai quotidiani nazionali. A fronteggiare la voce dell’establishment ci sono invece la Voce di Parma, più aggressivo, più contropotere, poi ancora Polis, e ancora Parma Today. Quattro quotidiani per un comune di 184 mila abitanti: un record. Oppure un contrappasso all’omertà che caratterizza una città amante dell’intrigo silenzioso almeno a partire dallo stendhaliano conte Mosca.

Ma quello che più stupisce è che la presenza di Calisto resiste in molti gangli di potere locali. Ne sa qualcosa Simona Pizzetti, stimata storica dell’arte e già a capo di uno dei musei più eleganti d’Italia, la Fondazione Magnani-Rocca, che custodisce opere di Tiziano, Rubens, Van Dyck, Goya, Morandi, Burri. Pizzetti era stata invitata a fare un expertise su alcuni quadri a casa Tanzi, prima della bufera, e ha riferito prima a Report poi alla Procura della Repubblica dei Monet e dei De Nittis visionati. Salvo poi essere sollevata dal suo incarico un mese esatto dopo l’apparizione in tv. Un’altra ombra su trattamenti di favore pro-Tanzi era arrivata nel 2004, quando il procuratore generale della Repubblica che aveva istruito la parte principale dell’inchiesta Parmalat, fu trasferito d’ufficio dal Csm per “incompatibilità ambientale”. C’è chi dice che il processo andasse molto, troppo a rilento. Il potere dei Chiesi rimane forte soprattutto nell’Unione Industriali, altro cuore strategico della città, mentre il cavalier Calisto pare che oggi abbia ricominciato una nuova attività imprenditoriale, una produzione di merendine in un capannone non lontano da casa. Qualcuno ha azzardato nei mesi scorsi anche ipotesi di fantafinanza, cioè un ritorno di Calisto in sella. Tramite il banchiere Carlo Salvatori, numero uno di Lazard Italia, advisor dei tre fondi d’investimento Skagen, Mackenzie Financial Corporation e Zenit Asset Management che hanno iniziato la battaglia contro Bondi. Salvatori, ex amministratore delegato di Banca Intesa, siede nel consiglio di amministrazione del Teatro Regio ed è presidente di Banca Monte Parma. Ma soprattutto siede nel board della Chiesi Farmaceutici. Ipotesi affascinante, che ha tenuto banco nei salotti della città, ma poi i fondi hanno venduto al colosso francese Lactalis, e i parmigiani si devono accontentare di un Tanzi produttore di merendine (altro colpo alla vanità e all’estetica).

Ma chi comanda, oggi, in città? Una personalità in ascesa è quella di Marco Rosi, il patron del Parmacotto, a lungo presidente degli industriali e oggi rustica figura di tycoon in ascesa. Anche se, anche qui, viene a mancare completamente il dato estetico e della rappresentazione. Si segnala invece un ritorno: i Barilla, ci dice un altro osservatore, stanno riguadagnando terreno dopo la sobrietà degli ultimi vent’anni. La caduta dei Tanzi avrebbe spinto Guido e i fratelli a superare la tradizionale riservatezza per imporsi in qualche forma di presa di potere visibile sulla città. Tanto che il rilancio della stessa Parmalat non li vedrebbe per nulla contenti. Ma per adesso rimane la vacatio regis, e il paragone con la Torino ex Agnelli è scontato. A Parma come a Torino, secoli di regalità hanno abituato a uno snobismo oggi difficile da soddisfare, a livello di leadership ma non solo. Anche lì, corte sovrana poi ibridata in dinastia borghese con riverberi internazionali. Anche lì, regime di monocultura industriale poco avvezza al distretto e alla microimpresa. Anche lì, oggi, si celebrano i fasti del passato e si cerca in un presente di archeologia industriale la memoria di quello che non c’è più: a Torino, al Lingotto, si fa arte, commercio e terziario, esattamente come al Barilla Center di Parma, ex fabbriche oggi trasformate in mausolei cultural-commerciali. Anche lì, un manager-salvatore che però non frequenta la città: o perché troppo local (come Bondi) o perché troppo global (Marchionne). Qui e là, si teme l’invasione (i francesi) o l’abbandono (l’America).

E se il maglione di Marchionne simboleggia la crisi estetica del post-agnellismo, con una virilizzazione della città (addio al dandismo dell’Avvocato), anche l’estetica muliebre parmigiana, secondo Camillo Langone, è qualcosa in via d’estinzione. “Una volta la donna parmigiana era riconoscibile tra tutte le altre, diversissima da quella di Reggio Emilia e quella di Modena, queste ultime molto più opulente, griffate, mentre la parmigiana ha sempre avuto l’understatement come tratto caratteristico” sostiene. “Sono sparite certe piccole botteghe, certi negozi di borse, certe borse che solo le signore della Parma bene portavano”. Langone ammette di aver riconosciuto la fine dello stile parmigiano “alla fine degli anni Novanta, alla vista di una bella signora della Parma che conta, “completamente burberrizzata dalla testa ai piedi. Una cosa da Reggio Emilia o da Sud, da provincia insicura, da San Severo, da Puglia”. Insomma, la fine di un’epoca, e anche di certi ardori: lo aveva scritto anche Alberto Bevilacqua, nel 2004: “Mi pare che quella grossa matrice femminile parmigiana che univa eleganza e carnalità e che accomunava la Parma ducale e l’Oltretorrente sia un po’ in esaurimento. Quelle stimmate, con cui nasceva la Califfa, non appartengono più tanto alle nuove generazioni, ma a donne più mature, oltre i quaranta”. E forse la crisi della femminilità parmense (metafora di una più ampia crisi identitaria) è rappresentata anche nel Gioiellino, dove la giovane rampante Laura Aliprandi (mentre nella Califfa Vito Alibrandi è un giovane vicino di casa alla cui corte aveva ceduto per il desiderio di “sentire il proprio corpo ardere per passioni sincere”) è una bellezza standard con sorrisi standard e fattezze standard, lingue a posto ma erotismo standard, mentre la vera califfa è una segretaria di Leda-Parmalat pronta a sollazzare i dirigenti alla bisogna (mentre gioca in diretta il Parma calcio) non a caso cinquantenne. Anche gli scandali di una volta non ci sono più: tocca tornare indietro agli anni Sessanta e al caso di Don Giovanni Lapina, anziano sacerdote ucciso dall’amante, l’ostetrica Caterina Forcella, per trovare uno dei clamorosi delitti passionali che Parma ricordi. Poi ci fu il caso di Bubi Bormioli e della Tamara (“donna bellissima”, ricorda Langone), che mise in luce l’ironia sagace dei parmigiani (scritta sulle vetrine della Bormioli: “Bubi non tamareggiare”) e poi quello di Katharina Miroslawa, la ballerina polacca che fu condannata per aver ucciso nel 1986 l’imprenditore Carlo Mazza, con la complicità del suo ex suo ex marito, anch’egli ballerino, Witold Kielbasinski. Dopo 11 anni di carcere, la Miroslawa, che si esibiva nei night di Parma e dintorni, oggi gode del regime di semilibertà: in carcere ha studiato teologia e “tecniche dell’abbigliamento e della moda” e ora andrà a lavorare in un laboratorio di sartoria alla Giudecca, a Venezia. Alla Miroslawa (di cui Alberto Bevilacqua ha sempre sostenuto l’innocenza) si applica perfettamente la frase di Piovene secondo cui “la violenza svapora a Parma in fantasia”.

E moda e religione è un binomio che sta a cuore a Camillo Langone. Da una parte, trova che il “marchio” Parma ormai sia in gran parte tarocco: “il Parmigiano-Reggiano più buono si fa a Reggio o a Modena, l’Acqua di Parma non è di qui, il livello della ristorazione è bassissimo”. Eppure, il brand continua a significare qualità di vita, buon gusto, made in Italy e sobrietà, mentre i problemi della città a livello nazionale sono del tutto ignorati (presenza di militari causa alto tasso di criminalità, e uno dei comuni più indebitati d’Italia con162 milioni di rosso). E la religione? “Leda non produce solo latte, produce valori” dice Tanzi-Rastelli nel Gioiellino. “Parma è una città profondamente atea, pagana” dice invece Langone. “Del vescovo non glie ne frega niente a nessuno, la Chiesa non sposta voti, non sposta equilibri”. Lui frequenta e consiglia la messa alla Steccata, quella delle 16,30 della domenica, naturalmente con motivazioni squisitamente parmigiane: “Bravo organista, cantore sudamericano di gran voce, ottime letture”.

 

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