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Ritorno a Marjayoun

Leggere la storia del Libano attraverso Anthony Shadid e il suo libro "La casa di pietra", a cavallo tra romanzo e una reale saga familiare.

Ricordo che all’indomani dell’undici settembre un’ondata di libri si prese lo spazio degli scaffali meglio in vista delle librerie. Pubblicazioni che si tuffavano a pesce nella corrente dell’attualità, ma il cui l’opportunismo era mitigato dal nobile proposito di far capire ai lettori cosa stava succedendo. Ci si avvicinava a quelle copertine con un misto di senso di colpa per la propria ignoranza e una forma di ansia per l’urgenza e la necessità con cui sentivamo di dover colmare le nostre lacune. Allora leggemmo i nostri libri e i nostri giornali. E dopo, ancora, a fronte di tutte le situazioni calde che di volta in volta abbiamo, anche se con meno clamore, incrociato sui nostri passi e con le nostre coscienze. E abbiamo guardato e ascoltato ancora di più i talk-show, gli approfondimenti, i pareri degli esperti, i documentari tesi a difendere questa o quella parte. Di tutta la quantità di informazioni che abbiamo cercato e ricevuto, sarebbe interessante se qualcuno un giorno qualcuno ne calcolasse la resilienza e la confrontasse con la persistenza nella nostra memoria della letteratura (i suoi personaggi, le sue storie). Il punto non sarebbe tanto voler sancire una superiorità della letteratura sul giornalismo, quanto stabilire se sia possibile pretendere di entrare nelle cose senza una qualche forma di immedesimazione.

Tutto questo per dire che non ho mai capito così bene la situazione e la storia del Libano come dopo aver letto La casa di pietra di Anthony Shadid (add editore 2012). Pluripremiato reporter di guerra (The Boston Globe, The Washington Post, The New York Times), morto in Siria nel 2012, a 43 anni, per un attacco di asma, sebbene in circostanze controverse, negli ultimi quattro cinque anni della sua vita si era impegnato, ricevendo alla fine una candidatura al Pulitzer per la non-fiction, nella scrittura della Casa di pietra, ricco e avvincente memoir che, in realtà, racconta solo incidentalmente la situazione e la storia del Libano, ma induce attraverso la tecnica letteraria un processo di interiorizzazione e quindi di partecipazione emotiva, che, a fine lettura, lascia il ricordo di un’esperienza.

Tornato a Marjayoun, la città natale dei suoi avi nel sud del Libano, dopo una dolorosa separazione dalla moglie, un conseguente allontanamento dalla figlia, e con un anno di congedo dal Washington Post, Anthony Shadid coltiva e mette in pratica il donchisciottesco progetto di ristrutturare la casa del suo bisnonno materno, abbandonata da anni. Il libro racconta dei mostruosi sforzi necessari per portare a termine il lavoro e, insieme, con un lirismo sempre misurato ma necessario per dare forma al sentimento di perdita, ricostruisce le vicende della famiglia Samara, dall’ascesa sociale parallela allo sgretolarsi dell’Impero ottomano di inizio Novecento alla diaspora nell’America degli anni Venti, dove (negli anni Trenta, Quaranta, Cinquanta) verranno incollati i pezzi dell’identità sradicata.

Questa seconda linea narrativa fa ripensare a un romanzo-romanzo come Middlesex e alla sua epica dell’emigrazione: la storia degli Stati Uniti come storia di stranieri in terra straniera aggrappati al senso di comunità e a brandelli di tradizione, che è in fondo anche una storia di espansione euforica della classe media difficilmente immaginabile oggi. La linea narrativa principale, invece, è un vero e proprio diario dei lavori di Casa Samara. La lotta tragicomica di Shadid contro operai con un senso del tempo troppo dilatato per gli standard di un americano. La ricerca quasi di carattere mistico delle giuste mattonelle decorate per restituire alla casa lo spirito perduto. L’arte, tutta da imparare, di curare il giardino e i suoi frutti. E in definitiva la vita quotidiana in una cittadina depressa da troppi anni di guerra, annegata nel ricordo del suo antico splendore, sullo sfondo di un paesaggio incrinato nella sua immutabilità biblica dai segni dei combattimenti.

Editori più furbetti non avrebbero esitato a commercializzare il libro come un “romanzo” (è stato fatto molto di peggio), visto che l’impostazione della Casa di pietra è decisamente romanzesca, il che testimonia non tanto di una tirannia commerciale di questa forma su testi di altro genere, quanto della semplice evidenza che l’organizzazione della memoria non può prescindere da un’impostazione di tipo narrativo, e che quindi il romanzo (Proust ci guarda) è più uno sbocco naturale di una costruzione artificiale. Al modo in cui è strutturato La casa di pietra, si aggiungono le descrizioni, dettagliate e potenti, delle materie e della natura (i pavimenti, le pietre, gli alberi, le montagne, i cibi), e dei bizzarri e affascinanti tipi umani che ruotano intorno a Casa Samara. E a questo poi si aggiunge anche la capacità dello scrittore di rimanere in equilibrio sulla scivolosa (e potenzialmente retorica) metafora casa/identità. Il risultato è un libro di grande forza, da cui ho ricavato appunto immedesimazione, rapimento e un misterioso senso di nostalgia per un posto dove non sono mai stato.

In una visione più larga, La casa di pietra dimostra bene come gli effetti del punto di vista soggettivo siano rispetto ai presunti “resoconti oggettivi” non solo umanamente più interessanti, ma anche, e in modo paradossale, più universali.

 

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