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Kanye Gone Wild

Un'analisi degli ultimi exploit mediatici di Kanye West, dove si scopre che sotto la megalomania si nasconde del fondamento in quel che dice.

Circa tre settimane fa Kanye West è stato ospite degli studi di BBC Radio 1 per un’intervista di un’ora con Zane Lowe, un quarantenne dee-jay neo-zelandese che ha per hobby di compiacere gli ego già ben pasciuti delle star che incontra. Il video dell’intervista è interamente reperibile su Youtube, caricato in quattro parti sul canale di BBC, ma se ne avete sentito parlare è più probabilmente perché, qualche giorno più tardi durante la sua trasmissione su ABC, il comico Jimmy Kimmel ha trasmesso un altro video in cui due bambini scimmiottavano porzioni del “botta-e-risposta” tra West e Lowe, suggerendo che il tutto era riducibile a un vaniloquio infantile tra una postar e un suo fan. Il genere di parodia all’ordine del giorno in tutti i late show Usa, con gli interessati che solitamente stanno al gioco. Non Kanye West. Già poche ore dopo lo show West ha iniziato a inviare una serie di tweet (con il CAP LOCK, com’è nel suo stile) per informare Kimmel che non l’aveva presa bene. Un’escalation che si è conclusa in questo modo.

Il secondo atto della “faida” è andato in scena la settimana scorsa con un’ospitata di Kanye al Kimmel Show, al termine della quale l’ascia di guerra tra i due è stata nuovamente sotterrata. L’intervento di West da Kimmel ha avuto i suoi momenti ma non è di quello che vorrei parlare. In realtà vorrei tornare all’intervista originale, quella con la BBC.

Da una parte si può legittimamente desumere che Kanye West sia un non più così giovane adulto con evidenti problemi nella gestione del proprio ego e nell’assegnare una misura alle cose.

Faccio una premessa. Come la maggioranza di quanti l’hanno vista, ho recuperato l’intervista soltanto un paio di sere fa, dopo aver letto del litigio con Kimmel. Sono passate quasi quarantotto ore e anche adesso che effettivamente ho iniziato a scriverne…beh, tanto vale che lo confessi: non sono del tutto sicuro di quello che sto facendo. Di dove andrò esattamente a parare. Come quasi tutto quello che circonda Kanye West, l’intervista con BBC è estremamente controversa e lascia il campo aperto a tantissime possibili interpretazioni del personaggio, sovrapponibili una all’altra e completamente in contraddizione tra loro. Da una parte, guardandola, si può legittimamente desumere che Kanye West sia un non più così giovane adulto con evidenti problemi nella gestione del proprio ego e nell’assegnare una misura alle cose: un trentaseienne con una pressoché inesistente autoironia e un altrettanto risibile senso del ridicolo. Da un lato c’è il Kanye West che parla del fatto di avere riportato per primo in auge i pantaloni di pelle aderente come se si trattasse della scoperta di un vaccino per l’AIDS, l’individuo che fa queste facce assurde, questi sorrisi che durano meno di un secondo e si trasformano con una volubilità impressionante, in espressioni serissime, imbronciate, a volte quasi ferite (al punto che la cosa è diventata una popolare gif).

Dall’altra oltre a essere il più dotato, ambizioso e versatile musicista pop della sua generazione è anche uno dei pochi personaggi mediatici contemporanei all’apparenza ancora in grado di regalare momenti di visceralità non artefatta.

Dall’altra c’è questa stessa persona che, oltre a essere il più dotato, ambizioso e versatile musicista pop della sua generazione, è anche se non soprattutto per le caratteristiche e i limiti caratteriali di cui sopra, uno dei pochi personaggi mediatici contemporanei all’apparenza ancora in grado di regalare momenti di visceralità non artefatta. In un certo senso, facendolo impersonare da un bambino per prenderlo in giro, Jimmy Kimmel ha colto nel segno. Il processo di completa trasformazione di Kanye West in adulto deve essersi incidentato in qualche punto e questo gli ha impedito di sviluppare tutta una serie di strategie mediatiche, di filtri e di atteggiamenti di circostanza a cui altri suoi colleghi dello star-system si affidano come a un pilota automatico. Qualche tempo fa lo stesso dee-jay della BBC ha intervistato Jay-Z nello studio dove i Beatles hanno registrato Revolver. Confrontare le due interviste è illuminante. Sopra un grafico l’intervista di Jay-Z apparirebbe come una linea piatta, quella di Kanye West come una sinusoide con picchi in tutte le direzioni. Jay-Z è costantemente in controllo della situazione, sa esattamente quello che “deve” al suo interlocutore date le circostanze. Non si scompone mai nemmeno quando si concede una risata. Entra nello studio, fa il suo dovere d’intervistato e se ne va, probabilmente a mangiare nel ristorante migliore di Londra lasciandosi la seccatura alle spalle. Kanye West al contrario, oltre a evitare lo sguardo dell’intervistatore e lanciare occhiate allo stesso tempo perse e intense verso punti distanti dello studio, si esalta come un bambino quando qualcosa lo fa esaltare, si arrabbia o si deprime come un bambino se Lowe dice qualcosa che non suona come dovrebbe, alza la voce in continuazione e alla fine ha la faccia di quello a cui è passato l’appetito.

A parlare non è una persona di colore emarginata ma una delle persone di colore maggiormente inserite del pianeta, si realizza che le sue esternazioni paradossalmente non acquistano meno spessore ma semmai ne guadagnano.

L’incapacità infantile di gestire le proprie reazioni è da sempre al cuore di tutte le controversie di cui Kanye West è stato protagonista, in ultima proprio la lite con Kimmel. È ciò che lo ha portato a salire su un palco per contestare un premio dato a Taylor Swift anziché a Beyoncé, a suo giudizio più meritevole (nda: aveva ragione). È ciò che lo ha spinto ad accusare apertamente e scompostamente l’amministrazione Bush di razzismo e lassismo ai tempi di Katrina (più tardi Bush lo avrebbe, a sorpresa, definito “il momento più disgustoso” della sua presidenza). È ciò che in definitiva rende Kanye West, Kanye West. Ovvero un personaggio interessante. Ma è anche la ragione per cui risulta così facile smontare tutto ciò che fa e che dice, risulta così semplice e a buon mercato ironizzarci sopra.

Il fatto è però che non sempre quel che dice o che fa merita l’ironia che il modo in cui lo dice o lo fa gli attira. L’intervista della BBC è piena di momenti in cui quello che dice Kanye West meriterebbe di essere preso e scorporato da qualunque eventuale giudizio sul modo in cui lo dice, sulla persona che lo sta dicendo, o sulle ragioni per cui le sta dicendo.

E con ciò sono giunto al momento più temibile per la credibilità di questo pezzo. Il momento di mettere le carte in tavola e raccontare in breve quello di cui si parla durante l’intervista. Essenzialmente, per la maggior parte del tempo, Kanye West urla al cielo la propria frustrazione, anzi no la propria disperazione, per… beh… per non essere ancora riuscito a trovare nessuna maison di moda disposta a produrre la sua linea di vestiti. Me ne rendo conto: suona male. Una popstar con un patrimonio di milioni di dollari e il suo dramma di non essere ancora riuscito a diventare un designer di successo, nonostante tutti gli sforzi investiti, le risorse economiche a cui ha accesso etc… Una popstar, le sue ossessioni e un’audience di migliaia di persone a cui confessarle. Accade di peggio nel mondo.

Che Kanye West non si renda conto di quanto eccessivo e tutto sommato risibile sia il suo sfogo ha intimimamente a che fare con la sua evidente difficoltà a relativizzare i suoi “problemi” e a uscire dal guscio della propria auto-referenzialità. Questo però non toglie che proprio questa sua incapacità di mettere in scala le proprie frustrazioni lo porti alla fine a esprimere opinioni che, senza perdere nulla della loro controversia, trascendono le circostanze in cui le esprime.

Ci sono vari momenti di questo tipo nel corso dell’intervista. Momenti in cui se ci si sofferma a riflettere sul fatto che a parlare non è una persona di colore emarginata bensì una delle persone di colore maggiormente inserite del pianeta, si realizza che le sue esternazioni paradossalmente non acquistano meno spessore ma semmai ne guadagnano. Uno di questi momenti è il seguente.

(Nota: La discussione, in questo momento verte sul titolo di una canzone del suo ultimo album intitolata “I am God” dove  con “God”, nella visione westiana delle cose, si intenende una cosa tipo “superuomo” nietzscheano, un individuo che trascende le convenzioni del suo tempo)

Classism it’s racism’s cousin. This is what we do to hold people back. This is what we do. And we got this other thing that’s also been working for a long time when you don’t have to be racist anymore. It’s called self-hate. It works on itself. It’s like real estate of racism. Where just like that, when someone comes up and says something like, ‘I am a god,’ everybody says, ‘Who does he think he is?’ I just told you who I thought I was! A god! I just told you. That’s who I think I am. Would it have been better if I had a song that said, ‘I am a n***a? Or if I had a song that said, ‘I am a gangster’? Or if I had a song that said, ‘I am a pimp’? All those colors and patinas fit better on a person like me, right? But to say you are a god, especially when you got shipped over to the country that you’re in, and your last name is a slave owner’s. How could you say that? How could you have that mentality?

Poco prima di questo passaggio, in barba ai professionisti dell’humblebrag che popolano il mondo della celebrità, Kanye West si era, tra le altre cose, definito un “genio creativo” e successivamente, con una certa e diametralmente opposta umiltà, un “produttore”, uno che vuole semplicemente produrre cose “belle” e “accessibili” per il  prossimo, indipendentemente dal mezzo; che si tratti di musica, architettura o design. L’appetito creativo di West è sconfinato, pari solo alla sua mancanza di pudore nell’esporlo e promuoverlo, eppure qualcosa – a suo dire – gli ha finora impedito di metterlo a frutto in contesti ulteriori alla musica. Nonostante un paio di Nike che ha disegnato sia oggi venduto su eBay a 90.000 $ e nonostante abbia – sempre a suo dire – speso nel fashion design le cosidette 10.000 ore di cui parla Malcolm Gladwell, l’industria della moda gli ha sempre fatto trovare le porte chiuse, a meno che non si trattasse di sfruttarne l’immagine per scopi di marketing. Un altro dei momenti più interessanti dell’intervista ruota proprio intorno a questo, intorno al marketing. Kanye West è un musicista che vorrebbe uscire dal vestito di semplice entertainer che si é/gli è stato cucito addosso e “creare prodotto” anche in altri campi, per il semplice motivo che ritiene di avere abbastanza capacità per farlo, e invece tutto quello che gli viene offerto è mettere la propria firma su cose create da altri per aiutare a venderle meglio. A un certo punto racconta di una conversazione avuta con Ari Emanuel, CEO di William Morris, a proposito di quello che, secondo un uomo come Emanuel che padroneggia i dispostivi dell’industria dello spettacolo, dovrebbe essere il suo posto nel mondo:

I sat with him and I said, “Ari, I’m an inventor” and he goes on to tell me about the way it works and what he said was “You are a celebrity. So basically what’s going to happen is, there’s product here, and this is where you end up, right here. If you can communicate the product you can make money of the product, cause look at Gaga. She’s the Creative Director of Polaroid.” I like some the Gaga songs. What the fuck does she know about cameras? So it becomes all of this thing where all of the musicians- the musicians try to get more money by promoting other products, right? So you’ll say “Hey, you know what? I’ve got this water and we’ve got, you know, we’ve got this red version. We got a red bottle, and we’ve got a David Beckham version here, then we got a blue version.”

Quello che abbiamo qui essenzialmente mi sembra quanto segue: una delle più grandi celebrità del mondo occidentale che “debunka”, di fronte a una platea potenziale di milioni di persone, una delle dinamiche più sciatte su cui si regge l’industria di cui fa parte e su cui si reggono porzioni dei suoi stessi guadagni, proponendo molto semplicemente di sostituirla con un modo di fare le cose più trasparente: farle in prima persona.

 

Nell’immagine, un frame dell’intervista

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