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Justin allo specchio

Come Timberlake, con un singolo e un matrimonio, è riuscito a tagliarsi per sempre i riccioli di Walt Disney. E a piacere ai fratelli Coen.

L’ultimo lavoro, Mirrors, è una canzone molto bella perché dura otto minuti filati. Ne basterebbero solo cinque per essere un pezzo pop azzeccato, una ballad  con strilletti degni del cantante e un video patinato al punto giusto. Ma è negli ultimi tre minuti che il pezzo passa dall’essere canzone da classifica al diventare il testamento di un figlio di Memphis. Per il pubblico che si ossessiona con l’essere musicalmente borioso, Justin Timberlake ha già avuto la sua dose di redenzione quando ha vestito i panni di sig. Napster nell’osannato ritratto che Fincher fece dell’altro sig., Facebook, nel 2010 in The Social Network. In ambito musicale però la redenzione per Timberlake aveva i connotati più complessi di una semplice, ottima, pellicola cinematografica, particolarmente contemporanea, dove Justin Timberlake era perfettamente coerente nei panni dell’americanino furbo, sciupa femmine e molto incline agli investimenti duraturi. Nella musica, dicevamo, no, Justin aveva parzialmente convinto quando era sorretto dalla possente mano di Timbaland,il deus ex machina che lo ha reso un uomo da milioni di dollari, rispettato, amato, per nulla deriso per quel passato di riccioli e Micky Mouse Club. Ma era comunque riconosciuto come star rispettabile solo in quanto ultimo gioiello di una macchina di produzione e distribuzione ben oliata e non perché ci si fidasse degli incassi stellari dei suoi tour con Christina Aguilera.

Interviste misurate, comparsate in frac Giorgio Armani, scuse pubbliche per aver scoperto il seno di Janet Jackson al Super Bowl  e candid camera subite a opera di Ashton Kutcher, Justin rimaneva un ottimo americano con un ricco portafogli e riccioli biondi da putto rinascimentale. Finita la relazione con Cameron Diaz - dopo che i due avevano anticipato l’ossessione per i rapporti tra annate ampiamente differenti – Justin era passato per quello buono, mentre la Diaz vestiva anticipatamente i panni della cougar che aveva osato troppo. Tutti giustificavano Justin perché era cresciuto al fianco di una star hollywodiana tutto tondo, scelta per surfarci insieme dopo anni di ululanti teenager condivise con l’altra ex, Britney Spears. Il Ken biondo alias Timberlake ha lavorato parecchio su quella rottura con la ex collega del Micky Mouse Club: e anni dopo ci ha scritto What goes around…comes around, una canzone bellissima quanto l’attuale singolone di otto minuti – Mirrors, dove sopporta una capricciosa Scarlett Johannson. Solo che ora Timberlake è in una fase in cui la redenzione musicale è alle porte e il peso delle sue relazioni andate male influisce pressoché nulla sulle charts.

A contribuire al successo di Mirrors sarà sicuramente quel video, uno spaccato sentimentale ampio, dove si descrive la vita à rebours di una coppia (gli stessi nonni di Timberlake, si dice) per le cui scene la costumista si è data da fare: gonnellone e giubbini di jeans anni Cinquanta, biliardo e reggiseni bustier e brillantina, poi mensole di marmo e rughe intorno alle labbra, un’elegante signora con i capelli d’argento e un uomo che balla con le ginocchia scricchiolanti. Ieri e oggi che si susseguono in cinque minuti di puro timberlakismo, dove la voce dell’ex N’Sync tocca i decibel necessari per un singolo pop e i bassi di Timbaland riempiono le cuffie di qualunque iPod ascoltato in condivisione. Apparentemente un video del genere lo poteva fare (e in parte l’ha già fatto un bel po’ di anni fa) Robbie Williams che a differenza di Timberlake questo gioco dei video a trascinare il singolo l’ha capito molto prima, tanto da costruirci un’intera carriera prima dell’ultimo flop. Justin ci ha provato prima di Mirrors, ma inutilmente: anche quando sibilava in un pezzo assolutamente 007, oppure mentre flirtava con le orecchie di Madonna in 4 Minuts. Di Justin, colpetto di mento o no, rimaneva l’immagine di ragazzo riccioli ossigenati e tendenza al moonwalking di Jackson capitato per caso in Alpha Dog di Nick Cassavetes. Finita poi la relazione con Cameron Diaz dicevamo, sguaiata e innamorata, le occasioni per Timberlake di giocare a fare il Williams della situazione, eccessivo e un po’ burino, si sono subito sedate quando ha conosciuto Jessica Biel che allora giocava a basket in Settimo Cielo e non aveva intenzione di mettere delle Louboutin sui red carpet. Timblerlake girava in Suv, vestiva i panni oversize di un rapper, tentava di essere “burlone” come Ashton Kutcher, producendo anche colleghi come Black Eyes Peas, tanto per sfruttare meglio quel faccino da bravo ragazzo americano tutto sneakers e hamburger.

Poi la Biel e Timberlake si fanno fotografare ovunque; lui non presenta più gli Awards ma li stravince e sponsorizza piccoli talenti Made in Usa, ricopre di prediche meravigliose e dolci la sua ex, Cameron Diaz, ci gira un film dove finge di essere sfigato e inappetente (sessualmente). Tutti continuano a dire che il suo viso da Ken è adatto al grande schermo molto più che ai video in cui cerca di essere sexy ma non convince. E nemmeno la scena di amicizia convertita in sesso isterico con Mila Kunis in Friends with benefits aumenta la virilità artistica di Timberlake. E forse perché Brad Pitt e Angelina Jolie sono diventati troppo over (budget-target-età, figli) adesso la nuova coppia americana è formata da Timberlake e Biel, ovvero quelli belli, puliti, pop, accessibili e tranquilli, niente fasti e vezzi, lui in completo Gucci, lei in longuette Miu Miu, tutto qui. Justin Timberlake non è una gallina dalle uova d’oro, però vende bene, si vende ancora meglio sulle cover dei giornali, riesce a essere qualunque cliché cinematografico e immediatamente dopo essere uno a cui lasceresti casa e labrador per un mese. Peccato, si dice, perché ha tutte le carte per essere quello che rivoluziona il pop (ne ha bisogno, il pop?); perché è un perfetto testimonial del profumo Play! di Givenchy, ma non di un’eau de toilette più seriosa e dal bouquet aggrumato. Justin Timberlake “play” sempre, lì sul ciglio dell’essere troppo mammone e romantico a microfoni spenti e troppo forzatamente sexy in tre minuti di clip da erotomane.

Poi arriva il nuovo album, The 20/20 Experience, lui è a fianco di Jay-Z, in completo nero, papillon e capelli tendenti al riccio ora domati da una stiratura acida semi permanente letta dalle ex teenager degli N’sync come uno schiaffo, definitivo, al suo ruolo di teddy-boy. Il matrimonio con la Biel voluto super segreto ma in puro stile losangelino, quindi celebrato in Italia (a Savelletri in Puglia), i fratelli Coen che lo reclamano per l’ultimo Inside Llewyn Davis (in uscita a fine anno),  la promozione dell’album in sordina rispetto ai precedenti e poi quel video, quello per cui molti non riescono a canticchiare il ritornello senza osservare il video. In Mirrors, dicevamo, una coppia si conosce, si ama, litiga, invecchia e ci riprova: niente di strano, tutto nella norma di un bel video confezionato per far capire che Justin è cresciuto, ha messo su famiglia e che l’ha fatto perché aveva origini solide. Un elogio all’amore, si direbbe, come se ne vedono ogni stagione, solo che questa ha anche un’ipnotica struttura sonora a confezionare il tutto. Poi, però, arrivano quei tre minuti a tradire l’operazione commerciale di Mirrors, e ad aprirne un’altra: quella della rivalutazione totale di Justin Timberlake. Assente per tutto il video, infatti, il cantante appare imbellettato a festa (unico neo un’improbabile stringata dalla punta d’argento) mentre canta in un labirinto di specchi certo più patinati rispetto a quelli di un luna park. Justin passeggia, si cimenta nei suoi passetti robotici, omaggia Jackson come suo solito con moonwalk e braccia che si muovono come lastre di vetro mentre il falsetto sfuma il ritornello. Ballerine in puro stile Beecroft iniziano a spalmarsi su di lui, poco vestite, molto artistiche con capelloni cotonati e tutine alla Maison Margiela che fasciano il necessario. Justin può sbottonarsi e rendere la voce rauca, può tornare a flirtare con le ballerine e poi guardarsi allo specchio, oggetto scenico e utile al titolo della canzone quanto a se stesso: «Mi sono sposato, ho fatto un gran pezzo pop, e ballo sempre nello stesso modo. Tirate il fiato che con voi lo tiro anch’io», sembra dire.

 

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