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Just Boris

Ritratto di Boris Johnson, il sindaco di Londra alle cui ambizioni politiche nessuno si sente di mettere limiti. Lui per primo (ufficialità a parte).

Lo scorso primo giugno sul magazine del New York Times, Andrew Goldman iniziava un caustico botta e risposta con Boris Johnson – in occasione dell’uscita americana della sua ultima fatica letteraria tutta dedicata agli uomini e le donne che hanno fatto grande la città da lui governata – asserendo che forse fare il sindaco di Londra non doveva poi essere una così gran fatica se ti lasciava il tempo di scrivere un libro denso come Johnson’s Life of London.

«Fare il Sindaco di Londra è estremamente impegnativo, soprattutto adesso coi Giochi Olimpici alle porte. Succede che il destino abbia voluto che io fossi molto veloce a scrivere, da sempre. Qualcuno suona il piano, qualcuno fa il sudoku, altri guardano la televisione e altri ancora escono e vanno alle cene. Io scrivo libri». C’è di fatto tutto Johnson in questa sua replica: l’ambizione, la sicurezza in se stesso, il talento, la passione per le lettere e la scrittura, la formazione classica, il piglio del reporter, l’accusa puntualmente respinta di pigrizia latente, il rapporto spruzzato di sarcasmo e sempre a cavallo fra conflitto e complicità con la “sua” carta stampata (che sfocia a volte nel risentimento; l’uomo è suscettibile, come sanno bene i suoi ex colleghi che hanno deciso di raccontarlo nei libri e sui giornali. Ad Andrew Gimson, che ne ha scritto una lunga e fortunata biografia, ha tolto la parola per mesi. A Michael Wolff, che l’ha intervistato per Gq, ha strappato di mano il foglietto con le domande; a un giornalista della Bbc ha detto in diretta di smetterla di sparare cazzate, e così via). Esce, da quella sua risposta a Goldman, soprattutto la profonda e mai troppo celata convinzione di essere una persona ben al di sopra della media. Tutti tratti che hanno finito per trasformare il biondo primo cittadino nel politico più noto di tutto il Regno Unito. Simpatico, carismatico, insopportabile, inaffidabile, geniale, irresistibile, pericoloso, pagliaccio. L’arsenale di aggettivi con cui analisti, fan e detrattori l’hanno definito e continuano a definirlo è incredibilmente vasto e non particolarmente originale ma, lo si odi o lo si ami, non comprende mai, neanche per sbaglio, le parole indifferente e noioso.

Scriveva di lui Piers Morgan – che per inciso di colore è il noto giornalista inglese arrivato alla Cnn via News of the World, murdochiano della prima ora e per questo recentemente risalito all’onore delle cronache a proposito degli scandali di News International – raccontandolo per l’edizione inglese di Gq: «Mi piace Johnson. È incredibilmente lucido, istintivamente divertente, e un gran festaiolo. Sarebbe nella top five delle mie scelte per passarci un weekend. Ma voglio davvero che sia lui a guidare il Paese? É un progetto decisamente meno affascinante, onestamente. Non riesco a immaginare il momento in cui dovessimo iniziare una guerra nucleare con qualcuno, e il tg della Bbc staccasse a un certo punto su un Johnson diabolicamente sorridente pronto a schiacciare il famoso bottone rosso. Non ispirerebbe esattamente la stessa fiducia di un Churchill, no?».

 

Le origini di Boris

Alexander Boris De Pfeffel Johnson nasce a New York il 19 giugno del 1964 da genitori inglesi, Stanley Johnson e Charlotte Fawcett, allora rispettivamente ventitré e ventidue anni di età, oltreoceano per una borsa di studio vinta da Stanley, poeta e scrittore in erba e all’epoca fresco di laurea ad Oxford. Quel Boris, secondo nome con cui poi è diventato celebre (non in famiglia, dove per genitori e fratelli è sempre stato ed è tutt’ora semplicemente Al) è un omaggio di mamma e papà a Boris Litwin, un facoltoso russo di stanza in Messico, padre di una compagna di scuola di Stanley, il quale regalò a lui e alla giovane moglie un biglietto aereo di prima classe per tornare a New York, avendo i due deciso di avventurarsi in un viaggio a Città del Messico in autobus mentre Charlotte era all’ottavo mese inoltrato di gravidanza. «Non puoi tornare in autobus nelle tue condizioni» disse Litwin. «Grazie – rispose Charlotte – qualsiasi cosa succederà, il mio bambino lo chiamerò Boris».

Tornati comodi e diretti a spese di Mr Litwin nel loro appartamento newyorchese di fronte al Chelsea Hotel e sopra lo Star Bar – dove si dice che Stanley abbia visto per la prima volta i Beatles dal vivo – pochi giorni dopo, Boris fu.

Segue un’infanzia in Inghilterra, vissuta fra Oxford – dove i suoi tornano prima che Boris compia un anno per permettere a Charlotte di laurearsi – e Londra, presso la casa dei nonni materni, ramo della famiglia noto per le spiccate doti d’intelletto e l’impegno politico marcatamente liberal. Il nonno materno, l’avvocato di fama internazionale e membro della Commissione Europea per i diritti umani Sir James Fawcett, verrà ricordato in un obituary sul Times di Londra come «an intellectual colossus». Status che fa gongolare Boris a posteriori e che non a caso gli rimane incollato nel Dna. Gli rimane invece molto meno appiccicata, anzi per niente, l’influenza radical e liberal, per cui non c’è spazio nel cuore di Boris, occupato dagli ideali del padre Stanley, parlamentare conservatore dal ’79 all’ ’84 («No, I’m a true-blue tory, sono un vero conservatore» rispose ridendo in faccia a un suo professore del Balliol College che l’aveva raccomandato nello staff di un parlamentare dell’allora super cool Communist Party, erano i primo anni ’80).

I suoi divorziano presto, non senza conseguenze sul giovane Alexander Boris, sostengono i suoi biografi, che in questo frangente abbozzerà prematuramente quella scorza di timidezza passivo-aggressiva mista a sarcasmo e sicurezza ostentata che aiuterà non poco a costruire il notevole personaggio che è oggi oltreché a formare in lui una particolare abilità nel saper nascondere sotto il tappeto i cocci familiari (la solidarietà fra i Johnson sconfina quasi in una sorta di omertà, hanno sostenuto in molti) e le polveri sempre accese delle bizze private; vedi alla voce feste, tradimenti, innamoramenti veloci e relative repentine marce indietro. Stanley e Charlotte si lasciano quando Johnson è appena entrato a Eton, il prestigioso e austero collegio maschile che gli inglesi definiscono con la loro proverbiale e adorabile modestia “la scuola più famosa del mondo”. È la scuola dove da sempre – l’ha fondata Enrico VI nel ‘400 – si forma in età adolescenziale buona parte della classe dirigente inglese: la politica, la cultura, le istituzioni, i pezzi grossi di Westminster e della City, la finanza, le banche. Alcuni nomi in ordine sparso di Old Etonians, il titolo che spetta agli ex collegiali celebri: George Orwell, Ian Fleming, John Maynard Smith, i principi Harry e Williams, John Maynard Keynes, e ben diciannove Primi Ministri, fra cui l’attuale, David Cameron.

 

Londra, i giornali, Cameron, la bici

È proprio a Eton che Johnson e Cameron incrociano per la prima volta i loro destini: David, di due anni più giovane, studente modello, diligente, lineare (e pare pure un filino noioso); Boris dapprima defilato (e ricordato dai vecchi colleghi più per la chioma che per la carriera scolastica e le medaglie al merito) poi sempre più in vista a causa della sua poliedricità e delle sue doti performative – adorava recitare i classici, di cui si innamorò proprio a Eton, grazie al suo mentore di allora, il Professor Hammond. È sullo storico giornale studentesco di Eton, The Chronicle, che sia Cameron che Johnson firmano i loro primi articoli. Johnson, com’è noto, del suo scrivere ne farà un mestiere, approdando poi alla politica attraverso il giornalismo; Cameron invece scalerà il Partito con la più classica e brillante delle carriere politiche.

Sebbene sia sempre nei passaggi chiave politicamente sostenuti a vicenda (pubblicamente si intende, perché in realtà non c’è retroscena o ricostruzione che non sostenga il contrario), la rivalità fra i due – costantemente negata, “sono un grande ammiratore di Boris” ha ancora recentemente ripetuto Cameron al Telegraph – è nota ed è sì una sfida di personalità, ma anche uno scontro di sfumature politiche fra il cosiddetto conservatorismo compassionevole di Cameron, che stringe l’occhio agli alleati Liberal Democratici e non passa con un machete su tutto ciò che è stato sociale, e il liberismo duro e puro di Johnson, paladino del privato, del merito e dell’individuo. Due visioni della società e soprattutto, ed è su questo che Boris gioca l’infinita partita, due modi presentarle: l’uomo dell’establishment, Cameron, contro l’outsider, vicino alla gente e capace di scaldare il cuore anche di chi non condivide propriamente le sue idee.

Dicevamo degli anni di Eton, cui seguono quelli al Balliol College – altra istituzione scolastica da cui sono passati un po’ di inglesi che contano – e da lì l’ingresso nelle redazioni: il Times, il Daily Telegraph e poi il settimanale The Spectator, di cui diventa direttore nel ’99. Nel 2001 il salto in politica con l’elezione alla Camera dei Comuni. Nel 2004 è Ministro ombra per le arti, nel 2005, con Cameron leader dei Tory, Ministro ombra per l’educazione. Nel 2008 la candidatura a Sindaco di Londra contro l’allora considerato pressoché invincibile Ken Livingstone, un’istituzione cittadina oltreché un simbolo del Labour rosso, duro e puro. Johnson viene eletto primo cittadino con oltre un milione e centomila voti; un trionfo, se si pensa a cosa rappresentava all’epoca uno come Livingstone per la città.

Del Johnson sindaco – a maggio rieletto per un secondo mandato – si è detto tutto e pure di più: le sue battaglie per modernizzare autobus e metropolitane, un’iconografia fatta di pedalate, post-ecologismo, editoriali sul Telegraph a getto continuo (non c’è stato verso di fargli abbandonare la penna, scrive libri regolarmente, e men che meno la professione giornalistica; unico risultato ottenuto da chi nel suo entourage glielo consigliava, è stato quello di fargli devolvere parte dello stipendio di columnist alle scuole di giornalismo e all’insegnamento del latino, altro pallino di una vita), accuse di inconsistenza politica, l’ossessione per le troppe tasse e la troppa criminalità, le gaffe, le Olimpiadi, e ovviamente le sue proverbiali polemiche con la sinistra, i colleghi giornalisti, i sindacati, il moderatismo di alcuni amici conservatori. La formidabile incarnazione dell’uomo politico nuovo per alcuni, semplicemente un pagliaccio, a clown, per altri.

 

Prime Minister?

Ma come già detto, l’ambizione è il tratto fondante della parabola Johnson. Più del suo oggi da Sindaco quindi, finisce sempre per interessare di più il suo domani da non si sa cosa. Naturale che allora, sotto questa lente, ogni sua mossa venga letta in chiave futuribile, come piccolo tratto di un disegno più grande e già ben impresso sotto la calotta platino di Boris. La domanda che tutti insomma formulano sempre più insistentemente è: Boris Johnson mira a diventare Primo Ministro? Sebbene tutti sappiano che lui si consideri piu che fit, adatto, a guidare il Partito e di conseguenza l’Inghilterra, lui nega: ho più possibilità di reincarnarmi in un’oliva che di diventare Primo Ministro, ha detto ancora qualche settimana davanti alle telecamere di David Letterman (la puntata è imperdibile per gli amanti del genere: libri, battute, alcol, ambizioni, mezzi pubblici e capelli of course, classici johnsoniani). Sulla stessa linea è il Partito Conservatore, dove per opportunità si glissa in pubblico sull’argomento, ma in realtà tutti sanno, immaginano o hanno una loro teoria che affascina i supporter e terrorizza tutti gli altri. Ovviamente nessuno ci crede più: l’assunto di fondo più comune fra coloro, molti, che gli accreditano questa velleità politica nazionale è che forte di due mandati e della valanga di voti presi in un momento così importante per Londra (che da sola vale il 30 percento del Pil inglese) figuriamoci se lui, che si sente davvero intimamente superiore a tutti, non ha in piano di fare meglio di Cameron, uno che sin dai tempi di Eton ha sostanzialmente considerato un diligente secchione, pure bravo, ma per carità, il genio è un’altra cosa.

Raccontava in una chiacchierata informale qualche tempo fa il giornalista del Sole 24 Ore Daniele Bellasio che durante una cena a Milano il leggendario speech writer di Margaret Thatcher, John O’ Sullivan, ospite in Italia dell’Istituto Bruno Leoni per un incontro sulla Lady di Ferro, alla sua domanda se secondo lui Johnson avesse mire nazionali, ha risposto: «E perché fermarsi all’Inghilterra? Conoscendo il personaggio, non pongo limiti». Che fa un po’ il paio con l’aneddoto raccontato da Andrew Gimson nella sua esaudiente biografia del Sindaco (dalla cui lettura deriva parte degli episodi riassunti in queste pagine) secondo cui ad alcuni compagni di scuola ad Eton, Johnson avrebbe rivelato di voler fare da grande il Presidente degli Stati Uniti: «Il passaporto americano me lo consente» avrebbe spavaldamente chiosato agli increduli giovani, la famosa futura classe dirigente di una nazione che avrebbe ben presto abbassato il sopracciglio e imparato a conoscerlo.

Fantapolitica a parte, la domanda sul suo ruolo futuro resta aperta, Boris for prime minister? Che è anche il titolo di un articolo con cui Michael Wolff – biografo di Murdoch e colonna, fra gli altri, di Vanity Fair Usa – prova nel Gq inglese del marzo scorso, a pesare le chance nazionali di Johnson. Quello che dice Wolff è sostanzialmente questo: il politico post-moderno è stato a lungo disegnato come colui in grado di separare la personalità dall’ideologia: se riesci a rassicurare invece che preoccupare, non importa quale sia la tua idea, vinci. Vedi Clinton, Bush e lo stesso Cameron, afferma Wolff. Poi è venuto il momento dei politici post-post-moderni, gli outsider ai limiti del fuori controllo, le Sarah Palin per dire, che più erano scapigliati più risultavano reali e vicini alla gente. Il problema è che i primi non scaldano più il cuore, i secondi non vengono considerati credibili abbastanza per ottenere voti sufficienti a comandare. E poi c’è Boris, sostiene Wolff, la cui scapigliatura (e percezione di autenticità) è fuori discussione, ma è anche stato il primo degli outsider ad essersi confrontato con l’atto di governare, riuscendo fra l’altro a trasformare un ruolo burocratico in un’escalation pop e personale che gli ha permesso di costruirsi un ruolo insieme di potere e di bacchettatore di quest’ultimo (le frecciate al governo sono ormai quotidiane; il ritornello è “ah come funziona Londra, ah come stenta l’Inghilterra”). Se aggiungiamo – ragiona sempre Wolff – il fatto che il governo Cameron non sia stato proprio favorito dalle contingenze economiche e politiche nazionali e internazionali, e che se c’è uno che non emoziona e non parla alla celebre pancia dell’elettorato questo è Ed Miliband, il leader del Labour sempre meno New, non si intravede nessuno che possa nemmeno alla lontana incarnare lo spirito di un Churchill declinato in economia, uno che sappia fare la voce grossa in Europa e sia in grado di trasformare la diversità inglese in un virtuoso punto di forza.

Serve insomma un outsider, ma non troppo. Uno che faccia sognare, che riesca a dare l’impressione di saper spiccare il volo senza vivere fra le nuvole. Magari biondo, cominciano a pensare in molti.

 

Da Studio numero 9

(Immagine: Matt Cardy / Getty Images)

 

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