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Judd Apatow: il catechista /1

Nuova rubrica nella rubrica di Francesco Pacifico. Da oggi una serie su Judd Apatow, re della risata moralista

Bispensiero: Judd Apatow e la trappola moralista dell’“outrageously funny”

Prima puntata: 40 anni vergine, punteggio Scala 40: 10/10.

IL MIO PROBLEMA

Sono un amante delle commedie, ma quando le guardo non mi diverto. Spero sempre di trovarci quanto promesso da Boccaccio e da Aristotele: gente peggiore di me che combina errori come li combino io; errori che si accumulano e producono situazioni imbarazzanti e strane. Non riesco a vedere chiaro in questo mio desiderio, quindi lo devo dare per scontato. Questo desiderio mi ha portato verso il rinascimento della commedia americana commerciale degli ultimi dieci anni a opera del gruppo di Judd Apatow. Le commedie dirette e/o prodotte da Judd Apatow, 40 anni vergine, Molto incinta, Forgetting Sarah Marshall, Superbad, il recente Bridesmaids – Le amiche della sposa, sono opere ben scritte, ben recitate, ben prodotte, piene di personaggi, piene di buffi avvenimenti, l’ideale per la mia ambigua fame di commedia.

Ma la verità è che pur guardandole e a volte anche riguardandole, queste commedie per me rappresentano un malvagio tentativo di spacciare per outrageously funny qualcosa che è moralismo puro, direi quasi vittoriano, a metà fra i telefoni bianchi fascisti e la tv educativa cristiana stile Seventh Heaven, stile film con Mandy Moore.

I personaggi di Apatow vengono esposti alla possibilità di soddisfare certi desideri, capiscono che sono desideri sbagliati, sostituiscono quindi i desideri sbagliati con desideri giusti. A permettere questo schema ci pensa una Provvidenza filmica che crea impedimenti che portano a ritardare la soddisfazione di un piano sbagliato (che quasi sempre è il piano di portarsi a letto una persona “immorale” – per lo più ubriaca o ninfomane) e spalancano le porte alla comprensione di cosa è Giusto fare, ossia, di regola, corteggiare la donna “morale”, quella sana di mente e che richiede le tue migliori energie.

Analizzerò alcune opere di Apatow per togliermi questo fastidio e denunciare la mia frustrazione: ogni volta si è entrati per l’orgia o la sbronza, ci si è trovati al catechismo: e ciò non è outrageously funny ma squallido.

40 ANNI VERGINE

Steve Carell è vergine e nerd, collezionista di action figures, lavora in un negozio di stereo, i colleghi scoprono questo suo problema della verginità e decidono di rimediargli una donna. La questione dibattuta è: meglio il sesso puro, per svezzarlo, o meglio che trovi la persona giusta per farci l’amore? I colleghi decidono che bisogna prima svezzarlo.

Per quasi tutto il film, questi colleghi rappresentano la tentazione. Propongono possibilità che il regista, Apatow, ritiene comiche ma in definitiva sbagliate e “quindi” destinate a fallire.

Primo esempio: “Devi puntare a quelle ubriache. Non confonderle con le brille. Ubriache. E intendo vomito tra i capelli, lividi sulle ginocchia. Ancora meglio se hanno un tacco rotto. È questo che devi cercare”.

“This just doesn’t feel right”, risponde Steve Carell, che col procedere del film acquisterà sicurezza e renderà chiaro a tutti che la sua non è repressione ma attesa pura di una donna veramente giusta per lui.

In un locale, i bros trovano un addio al nubilato. Steve Carell cucca una tipa. È ubriaca. Lo bacia. È un’alcolizzata. Non ricorda il nome di Steve. Se lo carica in macchina, promette che se lo farà, ma ecco l’impedimento caduto dal cielo a evitare che si commetta il peccato: prima l’ubriaca al volante rifà la fiancata della macchina guidando malissimo contro le fiancate delle auto parcheggiate. Si capisce che lei, in quanto ubriaca e ridicola, non è giusta per lui. Poi addirittura gli vomita addosso. Al che lui rinuncia a scoparsela.

Poi. I colleghi gli consigliano di piantare molti semi per poter raccogliere di più. Uno gli regala dei dvd porno. Un altro lo fa uscire con un travestito. I tre tipi si rivelano disperati. Sono sempre meno credibili.

Intanto Steve Carell fa il suo primo incontro con il Bene: il Bene è una vispa Milf, anzi una Gilf (è perfino nonna), una Catherine Keener ultraquarantenne fantastica, goffa ma cazzuta, disperata ma bella dentro, che ha tre figli e una nipotina, è single e si invaghisce di lui dopo una sfilza di “tipi sbagliati”. Lui va solo in bici, non ha né moto né macchina.

Steve nemmeno riesce a segarsi guardando un film porno, ma non perché è represso: sotto la repressione troviamo una posizione filosofica: segarsi è far l’amore con se stessi, non ha alcuna trascendenza, e quindi nella sua testa la pornodiva del film che in teoria dovrebbe dire zozzerie comincia a dire: “Non sta funzionando, Andy, non so che dirti, è che io sono te”, cioè è una sua fantasia, sua di Andy-Steve, non ha trascendenza. A fronte di tutto ciò, Steve trova in Catherine Keener una vera donna in cui credere. È sfigata. È vera. Ha figli.

Per tutto il film il rapporto Carell-Keener sale lentamente, realisticamente. Si baciano a metà film. Ma quando stanno per far l’amore, tornano a casa i figli adolescenti di Catherine. Al che lei propone di lasciar stare l’aspetto fisico del rapporto per un po’ (non si sa perché). Lui accetta entusiasta. Decidono che al ventesimo appuntamento lo faranno.

Steve, un nerd asociale senza amici, si rivela fantastico coi figli di lei. E lei è fantastica con lui: per esempio, siccome lui vuole aprire un negozio di stereo tutto suo, lei, che vende cose su eBay, lo aiuta a disfarsi della sua collezione di action figures per mettere da parte un gruzzolo di centomila dollari con cui fondare un bel business e trovare la felicità all’americana: nella libera impresa.

Ma torniamo alle tentazioni: Steve qui non sta scopando con Catherine quindi intorno a lui tutto cospira per trovargli altre pretendenti.

La capa si propone come fuck buddy. “La mia porta è sempre aperta”. Steve rimorchia anche la libraia del centro commerciale, rivelandosi brillantissimo nella conversazione da rimorchio.

E a questo punto arriviamo alla svolta morale:

Dopo che ha litigato con Catherine perché non ha il coraggio di farsela nemmeno dopo 20 appuntamenti (non le ha detto di essere vergine), Steve si imbarca finalmente nell’ubriacatura decisiva: incontra in un bar la bionda della libreria con cui è stato brillante tempo prima, e si avviano a casa di lei per fare sesso: la goffa battuta di Steve “Spero tu abbia una macchina abbastanza grande per metterci la mia bici” diventa un acconcio doppio senso che arrapa molto la libraia Beth.

Poi ecco Beth in reggiseno rosso e minigonna argento, infoiatissima, che comincia ad avere l’aria di una pazza: fin lì Beth è stata una possibilità concreta, ma il regista ha deciso che questa cosa deve diventare la cosa sbagliata, e quindi lei inizia a sembrare pazza. Il regista non vuole che succeda l’inevitabile, che Steve rinunci a Catherine, con cui è bloccato, e si faccia svezzare da Beth. Eppure Beth si sta facendo in quattro per Steve: gli dice che se vuole può anche sodomizzarla. Propone cose perverse tipo depilarsi insieme.

Intanto Catherine cerca Steve al cellulare, disperata. Il Bene cerca Steve al telefono. Che succede allora?

Beth bacia Steve e gli morde il labbro. Si infila nuda nella vasca gigante piena d’acqua e schiuma. Comincia a toccarsi con la cornetta della doccia. Geme. Steve da fuori la guarda. Ci ripensa. Fa la faccia triste. “Non posso farcela”. Esce dal bagno e – sorpresa – trova in casa di Beth i tre colleghi che si stanno sbattendo fin dall’inizio del film per farlo scopare.

E perché i colleghi l’hanno seguito a casa di Beth?

Sentite: i colleghi ora spiegano a Steve che la tipa è una freak.

“Ne abbiamo parlato. E pensiamo che se ami Trish” (Catherine Keener) “non dovresti farti Beth”.

Questi tre coglioni che non hanno fatto che spingergli il porno, i trans, le ninfomani, ora l’hanno seguito per dirgli di fare la cosa giusta. (Ma quando mai! Ma neanche il mio parroco!)

E Steve, Steve Maria Goretti Carell, risponde che non sa nemmeno più chi è lui. “La sola cosa che so è che quella donna mi fa una paura tremenda e voglio solo andare a casa”.

I colleghi, convertiti dal suo amore puro e pronti ad aiutarlo a salvarsi, lo portano a casa. (Seth Rogen rimane, però. Tanto non è il protagonista. Lui può fare cacate. Entra nella vasca con Beth.)

A casa, Steve Carell è atteso da Trish, dalla verissima creatura Catherine Keener.

Ma Catherine, vedendo che Steve non se la fa, scappa pensando che sia in realtà un serial killer. Oh adorabile equivoco!

Steve la insegue in bici. Lei guida una Volvo vintage.

Steve fa un incidente ridicolo in bici.

Da terra, dolorante, confessa a Catherine Keener di essere vergine.

“Andy, is that what this was all about? It’s good”. Lei lo capisce veramente, non le importa se Steve è vergine. Gli dice: “È ok, temevo volessi uccidermi”.

Si dicono che si amano.

Poi: “Sai, per tanto tempo ho pensato di aver qualcosa di sbagliato in me perché non era ancora successo, ma ora capisco che è solo perché stavo aspettando te”.

Outrageously funny!

Non c’è ironia. La scena successiva è il matrimonio dei due. Poi finalmente vanno in camera da letto, in albergo.

Sketch finale: la prima scopata dura un minuto.

Ma ecco il riscatto: la seconda volta dura due ore e lei è sconvolta dall’intensità. Per fingere un po’ di ironia in questo finale in cui il Bene prevale senza alcuna ironia, e il protagonista fa la cosa giusta, Steve comincia a cantare Age of acquarium, dal musical fricchettone Hair.

Ma l’ironia è falsa. Non c’è niente di difficile in questo film: tutto procede verso la cosa giusta.

40 anni vergine è il capolavoro catechistico di Apatow. Ottiene dunque 10/10 nella Scala 40, la scala del moralismo apatowiano. Nelle prossime puntate esamineremo altre Apatow Productions per vedere quanti punti prendono.

 

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