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Jonathan Wilson

Intervista a Jonathan Wilson, giornalista e scrittore sportivo, direttore di The Blizzard. Dall’accademia al pallone, discorso sui grandi sistemi del calcio.

Se c’è un magazine indispensabile per chi si voglia ritenere un appassionato di calcio e voglia, anche, farsi un’opinione culturale su tutto quello che sta dentro e fuori e intorno al campo, quel magazine è The Blizzard. È un trimestrale, è nato soltanto da due anni, ed è essenziale al massimo: la copertina cambia una volta all’anno, le fotografie sono ridotte al minimo, sembra quasi un paper universitario: spazio al testo, alle parole, agli articoli. Che sono, sempre, di qualità notevole. Vi è mai venuto in mente che il modo di “scherzare” gli avversari di Xavi e Iniesta e Busquets derivi dalle gesta del matador che, nell’arena, schiva il toro lanciato in corsa di pochi centimetri? Forse no, ma su The Blizzard ci si può imbattere in pezzi del genere. Difficilmente lo troverete in libreria, è venduto via internet con il sistema pay what you like: si parte da una base di sei sterline per il formato cartaceo. Il fondatore è Jonathan Wilson, giornalista di Sunderland con il pallino del beautiful game, autore di veri  testi sacri per l’appassionato di calcio come Inverting the Pyramid: A History of Football Tactics, in cui si indaga la nascita e sviluppo del catenaccio, il calcio totale olandese, le rivoluzioni tattiche dell’epoca sovietica, il funambolismo del singolo nel gioco sudamericano. Il suo ultimo libro è The Outsider: A History of the Goalkeeper, lunga analisi sul ruolo del portiere nella storia del calcio e prima del calcio stesso, tra aneddoti, antropologia e psicologia. Ho parlato con Jonathan Wilson a proposito di The Blizzard, ma forse è meglio dire che è stato lui a parlare, di The Blizzard, sì, ma anche di una miriade di altre cose, con un’eloquenza difficile da fermare (e sì, difficile anche da trascrivere). E lo si capisce già dalla prima risposta:

 

DC: Da dove nasce l’idea di creare qualcosa come The Blizzard?

JW: C’è un giocatore, si chiama Steve Mokone, soprannominato kalamazoo, era sudafricano, il primo giocatore di colore a giocare come professionista in Europa. Era gennaio, forse febbraio del 2010, ho letto sua la storia e mi sembrava una grande storia da raccontare prima del mondiale sudafricano. Come è arrivato in Inghilterra, cresciuto in un sistema di apartheid, e l’Inghilterra non era un paese senza problemi di razzismo allora ma era certo più tollerante del Sud Africa, poi giocò in Olanda e finì negli Stati Uniti, dove diventò professore di psicologia ed ebbe problemi con la legge per maltrattamenti alla moglie, e finì in carcere, ma ci sono teorie che vogliono che sia stato imprigionato a causa del suo attivismo politico, e c’entrava la CIA… beh, è una storia affascinante, e ho scoperto che nessuno la voleva, non sono riuscito a piazzarla da nessuna parte. Nessuno mi ha dato lo spazio che richiedeva, è una storia che ha bisogno di almeno 10.000 battute per essere raccontata bene. Nessun magazine era interessato, e uno mi ha detto “credo che sia un po’ pesante per l’inizio dei Mondiali”. Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Certo capisco i quotidiani che stanno perdendo copie e i siti che devono attrarre il maggior traffico possibile, e il modo migliore è mettere Manchester United o Wayne Rooney o Cristiano Ronaldo in un titolo in prima pagina.

 

DC: Quindi.

E la circolazione e i lettori continuano ad aumentare, e mi sembra di essere riuscito, qual è la parola… mi sembra di essere riuscito a colmare un vuoto.

JW: Quindi mi trovavo in un pub a Sunderland con alcuni vecchi amici, il Sunderland stava vincendo 4-0 contro il Bolton e Darren Bent aveva segnato una tripletta, era il 2010. Stavo spiegando questa frustrazione per non aver piazzato la storia, e stavo dicendo, di cosa abbiamo bisogno? Ci vorrebbe un magazine che non si basa su principi economici, ma su persone che scrivono perché vogliono scrivere, sul principio che se una storia è buona va scritta. E uno dei miei amici mi dice, io lo faccio per lavoro, e io dico, sì, tu sei un designer e un editore… cazzo, sei un designer e un editore! Facciamolo!

Quindi ci siamo bevuti un paio di birre in più, abbiamo discusso l’idea, il giorno dopo mi sono svegliato, e generalmente le idee della notte prima non hanno molto senso, ma questa ce l’aveva e ho pensato che avremmo dovuto farlo. Non potevamo perdere.

Ci volle circa un anno da quel primo pensiero a una vera e propria partenza. Il numero 0 uscì nel marzo 2011, siamo appena arrivati ai due anni, e ovviamente c’erano dei costi, come lo sviluppo del sito e il lavoro dei grafici, cose non troppo impegnative che potevamo coprire noi.

I lettori hanno dimostrato molto entusiasmo dall’inizio, e anche i collaboratori, specialmente quelli di questi primi due anni, non c’era nessuna garanzia di essere pagati, ma il modello ha funzionato e siamo riusciti a pagare tutti. E la circolazione e i lettori continuano ad aumentare, e mi sembra di essere riuscito, qual è la parola… mi sembra di essere riuscito a colmare un vuoto.

 

DC: Hai parlato di pub, di guardare una partita al pub. Cosa pensi di questo nuovo bisogno di una nuova scrittura calcistica, che sia approfondita e culturale eccetera eccetera? Voglio dire, è fantastico. Ma ti sembra che stia creando una specie di categoria di nerd calcistici, profili che tendono a escludere tutta quella dimensione da pub o stadio?

JW: Non ho creato The Blizzard per sostituire i quotidiani, o per sostituire qualcosa. C’è spazio per tutti i modi di parlare di calcio, penso solo che il modo in cui lo trattiamo con The Blizzard sia stato molto trascurato. E sì, credo lo sia stato anche per ragioni economiche. Si rivolge a una minoranza, una nicchia, ma è una nicchia dove c’è abbastanza gente per cui possiamo produrre un magazine, e tutti possono andare a casa a fine giornata avendo guadagnato abbastanza per dire, “beh, ne è valsa la pena”. Ma i soldi… (ride) ah, nessuno sta facendo una fortuna, nessuno può permettersi di farlo come unico lavoro o come primo lavoro!

Tornando alla domanda… sta portando la dimensione da pub fuori dal calcio? No, assolutamente no! La grande cosa del pub, del pub inglese, è che è frequentato da chiunque, e anche il calcio dovrebbe essere per chiunque. Stan Collymore (ex giocatore, tra le altre, di Liverpool e Aston Villa, ora opinionista e commentatore) ha scritto un pezzo molto aggressivo nei confronti dei “football hipsters”, come li ha chiamati lui, e in un certo senso posso capire il suo punto, ma quello che non capisco è perché ci sia questa aggressività verso persone che fanno qualcosa in maniera diversa da te, nel parlare di calcio e nel guardare il calcio. Se vuoi guardarti una partita con dieci pinte senza che te ne freghi molto, bene, nessun problema! Se vuoi guardarla con un registratore e mettere in pausa ogni tre secondi per osservare ogni movimento, va bene anche quello! The Blizzard è solo uno dei diversi modi di fare le cose, e ci sono abbastanza persone che fanno sì che ne valga la pena.

 

DC: Credi che nonostante tutti i siti e le pubblicazioni che stanno prendendo vita ci sia ancora il bisogno di un miglior giornalismo sportivo? Si potrà trasformare questa nicchia in qualcosa di più?

JW: Oh, beh, non lo so. La bellezza di internet è che permette a chiunque di fare quello che vuole, e sono i migliori che sopravvivono. Internet ha democratizzato tutta la scrittura, e quella calcistica è uno degli esempi più ovvi, perché ci sono moltissime persone che hanno un’opinione sul calcio. Quello che voglio dire è che ci sono un milione di blog sul Manchester United, e la maggior parte di questi fa schifo, ma i migliori verranno consigliati, retwittati, cresceranno lentamente. Quindi: c’è ancora bisogno di un miglior giornalismo sportivo? C’è sempre il bisogno di fare le cose meglio. Ma credo che il giornalismo sportivo in Gran Bretagna, ora, sia a un livello che non è mai stato toccato nella storia. E questo è merito in parte della tecnologia.

 

DC: Tu, invece, come sei finito a scrivere di calcio?

JW: Ho sempre avuto passione e interesse per i calcio, da quando avevo sei anni, ho iniziato a lavorare per A love supreme, una fanzine del Sunderland, credo nel ’92, quindi avevo sedici, diciassette anni, e vendevo le fanzine, prendevo 5 pound per un’ora e mezza prima delle partite. Poi sono andato all’univeristà e ho iniziato a scrivere per il Match of the Day Magazine, era un buon modo per fare qualche soldo.

Ma le mie intenzioni sono sempre state accademiche. Ho fatto i miei master, nel 1999, sono stato accettato a un dottorato, ma non l’ho mai fatto, e si è rivelata la miglior cosa che mi sia mai capitata perché sono molto più soddisfatto nel fare il giornalista calcistico di quanto lo sarei se fossi un accademico.

 

DC: Mi ricorda quando ho parlato con Brian Phillips di Run of Play. Anche lui era avviato alla carriera universitaria, in critica letteraria.

Il metodo accademico, la ricerca di fonti, la ricerca di informazioni nelle biblioteche, è un’ottima base per fare del buon giornalismo calcistico.

JW: Sai, è incredibile quanti accademici sono diventati giornalisti sportivi, credo di conoscerne quattro in Inghilterra che hanno un dottorato, credo che un sacco di gente segua una strada simile, il tipo di persona che tende a ragionare su molte cose ed è capace di scrivere bene, appassionata di calcio nel tempo libero e a un certo punto realizza che scrivere di calcio è molto più divertente e a volte remunerativo di scrivere della storia della Spagna o, beh, di letteratura nel mio caso. Ma effettivamente il metodo accademico, la ricerca di fonti, la ricerca di informazioni nelle biblioteche, è un’ottima base per fare del buon giornalismo calcistico.

 

DC: Hai scritto molti libri sul calcio, di storia del calcio e di tattica. Pensi di poter scrivere anche un romanzo? O meglio, credi che dopo così tanti saggi sportivi, diciamo giornalistici, si possa scrivere un romanzo che venga valutato senza pregiudizi?

JW: Avendo passato la mia vita a guardare calcio e leggere romanzi, e a scrivere di calcio… sì, mi piacerebbe provare, mi piacerebbe provare forse con un romanzo sul calcio.

 

DC: E il calcio è pieno di letteratura.

JW: Sì, mi viene in mente la storia di Streltsov, un calciatore sovietico che fu accusato di stupro a vent’anni [racconta la lunghissima storia di Eduard Anatolyevich Streltsov, accusato da Marina Lebedeva nel 1957. Gli promisero che se avesse confessato avrebbe potuto giocare il Mondiale del 1958. Lui confessò pur innocente, ma fu condannato al gulag. Tornò a giocare dopo 5 anni nella Torpedo Mosca, vinse il Campionato Sovietico, la Coppa Sovietica, e fu nominato Miglior Giocatore Sovietico nel 1967 e 1968], sembra quella di Passaggio in India. Sarebbe un romanzo fantastico.

 

DC: Mario Balotelli, anzi il fenomeno MARIO BALOTELLI!!! come l’ha definito Brian Phillips, è il nuovo fenomeno mediatico, il nuovo Barcellona?

JW: No, credo sia leggermente diverso. Credo che il Barcellona sia, probabilmente, la squadra migliore di sempre, di sicuro una delle migliori, mentre Balotelli… è solo una buona storia da prima pagina, per il momento. Sarà un grande giocatore, forse, ma è un altro che si aggiunge alla fila di Best e Gascoigne, giocatori molto affascinanti, uomini molto affascinanti, ma ha questa inconcludenza… è interessante, è certamente un argomento interessante, ma la principale ragione per cui in Inghilterra se ne è scritto così tanto è che era impossibile capire cosa sarebbe accaduto. Era in squadra, poi fuori squadra, poi in squadra, poi di nuovo fuori squadra, poi in squadra, poi fuori squadra ancora. Dopo la partita con l’Arsenal in cui si fece mandare fuori, alla fine di marzo 2012, Mancini disse che non avrebbe mai più giocato per il Manchester City, e poi è entrato dalla panchina durante l’ultima partita. Quindi sì, è una storia magnifica, anche la sua storia personale è incredibile, è stato il primo giocatore nero a giocare in nazionale italiana.

 

DC: In cosa è simile a Gascoigne o Best?

JW: Gascoigne era sempre una notizia, se giocava bene era una notizia, se giocava male era una notizia, a causa della sua personalità e della sua capacità di arrivare a grandi altezze di genio e grandi abissi di auto-distruzione. Balotelli, il fatto che abbia avuto un figlio e non lo abbia riconosciuto, vista la storia da cui viene… Poi possiamo ridere dei fuochi d’artificio sparati nel bagno, tutte queste cose sono divertenti, ma l’inconcludenza, la mancanza di responsabilità… non lo so, sono cose difficile di cui parlare, non voglio giudicarlo e odierei che qualcuno giudicasse la mia vita privata, ma allo stesso tempo non puoi scusare un individuo perché gioca bene a calcio. Questo si riferisce soprattutto a George Best. Come sarebbe stato giudicato se non avesse giocato a calcio? Probabilmente è anche un ottimo soggetto letterario, questa lotta con il genio, ma credo sia troppo spesso usata come scusa.

 

DC: C’è qualche modello editoriale o qualche esperienza passata che ti ha ispirato per modellare The Blizzard?

JW: No, non proprio. Beh, l’esempio più ovvio è un giornale, che usciva a Sunderland intorno al 1893, ogni giovedì, e si chiamava The Blizzard. È durato per 12 numeri, è stato fondato da Sydney Duncan, un tipo molto interessante. Credo che questa storia sia piuttosto famosa: ci fu un terribile evento a Sunderland nel 1883, nella Victorian Hall, c’era una festa di Natale per bambini, e alla fine dello spettacolo iniziarono a distribuire un regalo, uno per ogni bambino, in platea. E i bambini in galleria andarono nel panico, pensarono che non sarebbe rimasto neanche un regalo per loro, e si lanciarono sulle scale. La porta, che dava sulla strada, era chiusa, e si poteva aprire solo verso l’interno, così quando capirono cosa stava succedendo non riuscirono nemmeno ad aprirla a causa dei corpi ammassati dietro. Morirono 183 bambini, un’intera generazione. Sydney Duncan era lì, e sopravvisse, e forse questo può spiegare perché diventò un tipo così eccentrico. Dieci anni dopo fondò The Blizzard, lanciato come “the organ of mr Sydney Duncan”, e praticamente lo scriveva lui, da solo. In un certo senso di impresa donchisciottesca, questa è stata un’ispirazione, e il fatto che la base fosse Sunderland lo ha reso ancora più adatto. Ma in termini di contenuti, forse Granta, conosciGranta?

 

DC: Certo.

JW: Ecco, credo che la forma non sia troppo dissimile da quella.

 

DC: La nascita e crescita di campionati non europei come la Cina o la Russia o l’Australia possono mettere in crisi la superiorità europea?

JW: Può darsi, c’è questa possibilità, ma è una strada ancora molto lunga. È ancora piuttosto ovvio che l’Europa è il palcoscenico principale e il Sud America il secondo. Dipende tutto da cosa intendi. Se parli di nazionali…

 

DC: No, parlo di rilevanza, sul campo e fuori.

JW: Ok, ho capito, parliamo per esempio di Champions League. È migliaia di miglia distante da qualsiasi altra competizione, ha qualche difetto ma in termini di qualità del calcio giocato è eccezionale. Ho passato molto tempo a guardare il campionato argentino, e posso dire che il calcio argentino è orribile. In Brasile la situazione è migliore, il calcio sta crescendo e stanno aumentando i soldi. Il Brasile è il fenomeno più interessante a livello di campionato, di club, ma credo che, ancora, per un brasiliano o un argentino il coronamento della carriera sia il trasferimento in Spagna, o Italia, o Inghilterra. O in Germania. La Germania sta crescendo molto. Per quanto riguarda la Super League Cinese, c’è un mucchio di soldi, ma in pratica stanno comprando due o tre giocatori con contratti favolosi ogni anno. Finché non produrranno le loro proprie stelle i progressi non ci saranno. Anche la Major League Soccer… sono ancora terribilmente indietro rispetto alla Serie A, La Liga, o la Premier League.

 

DC: Tornando indietro alla tua formazione accademica, come ha influito sul tuo modo di approcciare il calcio?

Quando un accademico guarda al calcio, solitamente guarda ai tifosi, da un punto di vista antropologico, ma è il gioco stesso che dice molto della società che l’ha prodotto.

JW: Il calcio è stato molto trascurato dalle università, almeno in Gran Bretagna, il calcio per me è cultura, allo stesso modo in cui lo è la letteratura, o la danza, o il teatro. Per qualche ragione, proprio perché è così popolare, l’accademia l’ha ignorato. Perché analizziamo la poesia? Per me la ragione profonda per leggere e capire una poesia del diciassettesimo secolo, ad esempio, è: cosa rivela sulla società del tempo? Il calcio, proprio perché è  così spontaneo, per molti versi è un vero riflesso della società. E non capisco perché non sia preso più sul serio in quanto cultura. Quando un accademico guarda al calcio, solitamente guarda ai tifosi, da un punto di vista antropologico, ma è il gioco stesso che dice molto della società che l’ha prodotto. Quindi, la ragione per cui ancora leggiamo ancora epica o poesia è perché, nonostante ci siano personaggi che combattono grandi guerre o rivaleggiano con gli dèi, ancora riconosciamo, nei dilemmi che affrontano, nelle personalità, elementi che richiamano la società contemporanea. Ovviamente ci sono eco, riflessi, anche nel calcio, come ci sarebbero in un dramma o in musica o in ogni esperienza culturale.

 

L’articolo è originariamente apparso qui

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