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John Jeremiah Sullivan

Un lungo scambio di opinioni con uno degli autori americani più influenti della sua epoca, che ha ridisegnato i confini tra giornalismo e letteratura. Si parla, tra le altre cose, del suo Americani, di scrittori, di riviste, di genesi delle storie.

Pubblichiamo un estratto dal nuovo numero di Studio, che per l’occasione cambia nome e diventa Scrivo. Si tratta di uno speciale annuale soltanto digitale dedicato al mondo della letteratura e, per l’appunto, all’arte dello scrivere. I possessori di iPad possono scaricarlo direttamente dalla nostra applicazione (che, in caso non ce l’aveste, è qui), mentre tutti gli altri possono rivolgersi all’edicola virtuale di PortReview, dov’è in vendita.

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John Jeremiah Sullivan è un giornalista e scrittore americano che ha vinto il National Magazine Award due volte; i suoi articoli appaiono principalmente su testate “commerciali” come GQ, Harper’s, Paris Review e il The New York Times Magazine. Oggi vive a Wilmington, nella Carolina del Nord, dove occupa la posizione di Southern Editor al Paris Review e di Contributing Writer al New York Times Magazine.
Quando dico che Sullivan scrive “articoli”, però, sto parlando di qualcosa di profondamente diverso da quello che si intende con l’interpretazione più precisa del termine: i saggi di Sullivan – chiamiamoli così, per non scomodare termini pretenziosi come “literary non-fiction” o complicati come “articoli long-form”– tendono ad essere lunghe e approfondite esplorazioni di un argomento. Sullivan incarna nella maniera più contemporanea l’evoluzione del “new journalism”. L’autore è (quasi) sempre presente nei suoi pezzi, e al suo sguardo è permesso spaziare attorno all’argomento, avanti e indietro nel tempo, perdendosi in tangenti e poi riportando il tutto a fuoco, usando stili ed effetti più tipici del racconto letterario che del reporter con la scadenza a mezzogiorno. L’effetto finale è esilarante, vitale: pare di leggere, almeno secondo me, il futuro, o quantomeno il presente, della letteratura. Parole grosse, lo so: ma non le uso a caso. In un mondo in cui troviamo sempre meno il tempo per sederci e leggere pezzi di scrittura di 300 pagine, in una cultura in cui una “notizia” è data in 140 caratteri, leggere un articolo di 30 pagine di Sullivan dà l’impressione di aver letto tantissimo, di aver apprezzato e considerato a fondo una storia alla quale uno scrittore nel pieno del suo potere ha avuto modo di lavorare per mesi.

Il fatto che Sullivan riesca a raggiungere questo risultato parlando di, più o meno, be’, tutto, rende il suo lavoro ancora più incredibile. Gli argomenti dei suoi saggi sono infatti diversi tra loro fino quasi all’assurdo: dall’esplorazione di una gita di famiglia a Disneyland al diario del coma di suo fratello; da un viaggio a un Festival di musica rock cristiana alla questione morale della coscienza nel regno animale; dalla vita di Axl Rose, Prince o Michael Jackson all’eredità letteraria di David Foster Wallace. Ed è proprio a DFW che Sullivan viene spesso accostato, forse per una certa pigrizia da parte dei critici. Certo, sono entrambi maschi americani che applicano la loro mente, curiosa e letteraria, al format del “lungo articolo da rivista periodica”. È anche certo che i loro stili non potrebbero essere più diversi: tanto è nevrotico e iper-articolato DFW quant’è tranquillo e moderato JJS. Sicuramente ciò che li accomuna è la volontà che sta alla base del lavoro di entrambi: restituire alla vita vissuta, al mondo, al presente, la complessità che si meritano, dare alle cose di cui è fatto il nostro mondo la nobiltà e l’umanità che sono sempre lì, se solo scegliamo di prenderle in considerazione. Figlio di un giornalista sportivo, alcuni dei “pezzi” migliori di Sullivan sono stati raccolti in un bellissimo volume, uscito pochi mesi fa per Sellerio, dal titolo Americani. Ho contattato J.J. via Skype, un pomeriggio di primavera, unendo brevemente le nostre scrivanie in una conversazione trans-continentale. Abbiamo parlato, forse per omaggiare il lavoro di Sullivan stesso, più o meno di tutto.

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Ciao John. Iniziamo subito con una domanda grossa. Considerando che scrivi di qualsiasi argomento, come scegli le tue storie? Ho come l’impressione che tu abbia semplicemente “la mente dello scrittore” e che la applichi a tutto ciò che ti circonda.

Dopo un po’, essere uno scrittore diventa meno un lavoro quanto un modo di essere al mondo. Molti colleghi mi hanno confermato quello che provo, spesso: che vedere il mondo in maniera diversa diventa semplicemente impossibile. O quantomeno, diventa difficile riuscire a ri-ottenere il tipo di mente che può avere un’esperienza senza provare la voglia di scriverne, senza mettere ogni cosa all’interno di un progetto più grande. Diventa quasi una forma di vampirismo. Non limiterei però questa tendenza ai saggisti, anche se probabilmente sono più vulnerabili, dato che “le cose del mondo” diventano “le cose del lavoro” in maniera particolarmente diretta, forse quasi “all’ingrosso”. Penso che sia particolarmente appropriata quest’analisi, poi, per coloro che scrivono questi incroci chiamati “long-form” o “giornalismo letterario”.

Quindi, già che ci siamo, dimmi almeno tu come li chiami, questi pezzi. E come li vedi.

Guarda, io penso che questa forma “mista”, che consiste di pezzi che non sono propriamente articoli ma nemmeno propriamente racconti, abbia una storia molto ricca. Se analizzi la nascita del giornalismo in lingua inglese, e cioè Londra verso la fine del Diciassettesimo secolo, trovi che molta della forza, dell’energia, del fermento di quel periodo nasce appunto dall’ibridizzazione, dalla bastardizzazione delle forme, di stilemi che si incontrano e scontrano. Se mi costringo a guardare il lavoro che ho prodotto fino ad ora, e provo a piazzarlo da qualche parte, penso che mi piacerebbe molto inserirlo in quella tradizione. Ma, ovviamente, l’ultima cosa che voglio fare in quanto scrittore è limitarmi a quanto io abbia già fatto. La cosa sulla quale stai lavorando nel presente è sempre la cosa più importante e promettente, e in questo momento non sto scrivendo quel tipo di saggio.

L’ultima cosa che voglio fare in quanto scrittore è limitarmi a quanto io abbia già fatto.

Stai scrivendo un romanzo? Dei racconti?

No, si tratta sempre di non-fiction. Ma è un libro molto lungo. È un progetto storico, che concerne un episodio che è occorso nel Sud degli Stati Uniti nella prima metà del Diciottesimo Secolo. E poi è un libro sul quale lavoro da vent’anni, ma solo ora ho un editore, e una scadenza e tutto il resto. [canta “Under pressure” dei Queen e David Bowie] [risate da parte di entrambi]

Tutti questi anni di lavoro… immagino che quando ti lanci in un progetto del genere, è importante trovare un argomento che ti stimoli e che non ti annoi.

Be’, c’è sempre la possibilità che un argomento ti stanchi. Una grossa parte del lavoro di scrittore, secondo me, è scoprire che tipo di scrittore sei. Scoprire quindi gli argomenti che continuano a darti energia anche dopo anni di lavoro. Nessuno vuole essere una farfalla per sempre.

Secondo me ci sono, a grandi linee, due tipi di scrittori. Quelli che lavorano usando principalmente, diciamo, loro stessi, e quelli che usano il mondo là fuori. I primi possono perfino permettersi di non leggere, di stare al di fuori del “mondo”, mentre i secondi si immergono nelle cose e, volendo, possono arrivare agli estremi di uno Jim Shepard, per dire, che pubblica racconti di dieci pagine con tre pagine di note bibliografiche. Dove ti piazzi, in questo spettro?

Ho sempre avuto la necessità di essere circondato da libri, da quando ero piccolo. Non vado da nessuna parte senza un libro, che sia un viaggio all’estero o anche solo in bagno. Provo a immaginare come si starebbe ad essere uno scrittore che non legge. Cosa vorrebbe dire? Sarebbe strano, quasi primitivo. E non intendo il termine culturalmente insensibile, intendo dire primitivo come quando si parla dello stile “American primitive”, quei designer che non avevano mai visto una lampada ma provavano a disegnarne una usando legni di recupero. Non lo so. Fatico a credere agli scrittori che dicono di non leggere. Ma fatico a credere a tutti gli scrittori quando parlano di scrittura. Stiamo tutti semplicemente cercando di dare un senso ai nostri difettosi meccanismi mentali, di far atterrare le nostre navicelle giocattolo sulla Luna, per così dire. Gli scrittori cercheranno sempre di credere a ciò che permette loro di continuare a esistere come scrittori. Siamo tra le persone più illuse al mondo. Siamo illusi di professione.

Fatico a credere a tutti gli scrittori quando parlano di scrittura. Stiamo tutti semplicemente cercando di dare un senso ai nostri difettosi meccanismi mentali, di far atterrare le nostre navicelle giocattolo sulla Luna, per così dire.

Personalmente, sto facendo molta fatica a leggere narrativa. Mi sono accorto che, quando ho tempo, riesco più facilmente a leggere articoli, non-fiction letteraria, che non romanzi, diciamo, “inventati”. Lo sforzo mentale richiesto ad appassionarmi di storie che, per dirla molto terra-terra, non sono, in fin dei conti, “vere”, mi sembra sembra molto alto. Non riesco a scrollarmi di dosso l’immagine di una persona seduta in una stanza che si inventa un personaggio. E mi chiede poi di esserne interessato: mi sembra una richiesta immensa. Non so quanto questo sia sintomatico di me come persona e quanto invece non lo sia della nostra cultura in generale. Tu che ne pensi?

Quello che mi stai dicendo è una cosa che sento sempre di più, e ti mentirei se ti dicessi che non ho provato nulla di simile. Diciamo che l’arte della narrativa pura mi sembra sempre più distante dalla nostra cultura contemporanea. Leggendo romanzi contemporanei è difficile scappare dalla sensazione che sia tutto una forma di esercizio, e soprattutto un tipo di esercizio che nessuno sta più chiedendo. Ma, per me, questa sensazione può essere letteralmente obliterata da un singolo, fantastico lavoro di narrativa. La recente raccolta di racconti di Donald Antrim ha fatto questo per me. Leggendolo, ho pensato: questo libro deve esistere al mondo, e non c’è nessuna forma di scrittura o di espressione là fuori, a parte la narrativa, che potrebbe permettere a questo libro di esistere.

Sì, è vero. Basta un gran libro, a volte. E poi, a monte, è comunque un ragionamento basato su una distinzione, quella tra narrativa e non-fiction, che forse lascia un po’ il tempo che trova.

Esatto! È una distinzione irrealistica. Storicamente, le due cose sono sempre state coinvolte in una specie di strano ballo a due. Basta pensare a Defoe, che generava sia forme di non-fiction (il saggio periodico, la mistificazione letteraria) e forme di fiction. Defoe ha creato, per certi versi, la forma moderna del romanzo, e l’ha fatto mischiando giornalismo e invenzione, e non solo, ha anche dato vits alla “non-fiction letteraria”. Quindi avevi queste due forme, ora considerate rivali, nella stessa mente, che si incrociavano e si sovrapponevano. Pensa al Diario dell’anno della peste. Le due forme hanno sempre avuto qualcosa a che fare l’una con l’altra, fin dall’inizio. Ed è possibile che forse, dato che oggi sappiamo questa cosa un po’ meglio, un certo tipo di non-fiction svolga il compito culturale del romanzo. O forse, è diventata come un romanzo, forse è diventata anche lei un romanzo. Forse la nostra nozione di “verità” oggi è talmente cambiata, rispetto anche a solo una generazione fa, che abbiamo bisogno di fatti, di una base di fatti, per poterci permettere di pensare che qualcosa sia credibile, forse proprio perché sappiamo che, alla fine dei conti, sono entrambe forme di story-telling.

Quando hai iniziato a scrivere, lavoravi già nelle riviste, e i tuoi primi articoli sono apparsi in riviste. Insomma, hai sempre scritto da “dentro” il mondo delle riviste.

Sì, ho iniziato all’Oxford American, che è ancora un ottimo magazine. Poi ho lavorato ad Harper’s. All’inizio, probabilmente per via dell’essere figlio di un giornalista, ero attratto da quegli scrittori che navigavano il difficile terreno che esiste tra lo scrivere come fine ultimo della scrittura e lo scrivere, diciamo, “commercialmente”, per riviste. Gente come Terry Southern, per dirne uno.

Forse la nostra nozione di “verità” oggi è talmente cambiata, rispetto anche a solo una generazione fa, che abbiamo bisogno di fatti, di una base di fatti, per poterci permettere di pensare che qualcosa sia credibile, forse proprio perché sappiamo che, alla fine dei conti, sono entrambe forme di story-telling.

I pezzi raccolti in Americani sono un incrocio tra pezzi commissionati e pezzi nati da una tua idea?

Sì, ci sono pezzi di ogni tipo. Alcuni erano commissioni, lavori a me assegnati, altri ancora erano idee che sentivo, semplicemente, di voler scrivere, senza che nessuno me li chiedesse. Ma da quasi subito è diventato molto difficile, e forse senza senso, distinguere tra le due cose, perché quando fai questo lavoro per abbastanza tempo, viene a crearsi una situazione per la quale le persone che ti commissionano e editano i pezzi diventano tuoi amici, persone che sono nella tua vita. Non sembra più un lavoro, quanto una missione alla quale state partecipando entrambi. Io e i miei redattori parliamo sempre, e l’argomento è sempre lo stesso: cosa faremo per il prossimo numero?
Cosa posso scrivere per voi? E le idee nascono in quell’ambiente. Quindi diventa difficile dire, poi, se i pezzi sono idee tue o commissioni. E poi, comunque, ti possono sempre chiamare e dire, “Scrivimi qualcosa su Hong Kong”. Ma quando scendi dall’aereo, e inizi a osservare tu le cose con i tuoi occhi e appuntartele, l’idea diventa tua.

La circostanza ideale è quella in cui ti assegnano dei pezzi a cui non avevi ancora pensato ma che sono perfettamente nel tuo “parco di interessi”.

A volte succede, ed è sempre un piacere. Un mese fa, mi ha chiamato il New York Times e mi ha chiesto se volevo scrivere qualcosa su Prince, che avevano la possibilità di un’intervista con Prince. E ho iniziato a pensare a tutte le cose che ci sono da dire su Prince. Non che sia mai stata una mia fissazione, prima di allora. Ma era un’ottima idea. Michael Lewis, che è uno scrittore fantastico, ha dato una risposta eccellente a una domanda di questo tipo. Gli chiedevano come nota i dettagli che mette poi nei suoi pezzi. Il giornalista evidentemente si immaginava che Lewis avesse non so quali doti di percezione. La sua risposta, invece, fu che è principalmente una scelta. Lui sceglie di dare importanza ai dettagli. Magari c’erano altri venti giornalisti, a quel pranzo organizzato dall’ufficio stampa, ma lui è stato l’unico a notare cosa avevano messo sul tavolo del buffet. Lui rende quel tavolo un oggetto degno d’attenzione, e può renderlo poi una cosa bellissima, o grottesca, o ridicola, semplicemente scegliendo di farlo. E quel tavolo può essere qualsiasi cosa.

Certo, il fatto che le riviste americane ti commissionino pezzi di 20 pagine è un bel lusso.

Siamo molto fortunati. E non è una questione di merito, ma di economia. A New York, semplicemente, ci sono abbastanza soldi da permettere ai giornali di commissionare pezzi del genere. Vivo della generosità di queste persone.

Anche se mi hai parlato dell’alba del giornalismo inglese, trovo che la forma nella quale scrivi sia particolarmente americana. La vedo come una sorta di tradizione. Che ne pensi?

Penso che la tradizione del giornalismo letterario sia di per sé inglese, ma che noi americani l’abbiamo adottata e l’abbiamo forse, in qualche modo, resa nostra. Quantomeno, l’abbiamo infusa di passione. Pensa a Dwight MacDonald e James Agee e Archibald MacLeish e a tutto il popolo del deficit dell’attenzione, non abbiamo la pazienza di leggere articoli lunghi, alla gente non interessano. Sembravano cose vere. Poi sono arrivati siti come Longform e Longreads e altri, che hanno puntato tutto sulla forma dell’articolo lungo, e hanno generato una sorta di rinascimento. È bastato quello. Qualsiasi cosa è potenzialmente morta, finché qualcuno non prova a resuscitarla.

In un certo senso, penso che dato che ormai una notizia è lunga come un tweet, un articolo di 30 pagine equivale a quello che un tempo sarebbe stato un libro di 300 pagine, vent’anni fa. È come se non stessimo parlando di articoli lunghi, ma di libri corti.

Quello che dici è intelligente, ma solo a sentirtelo dire, mi fa pensare che siamo destinati a una rinascita del romanzo! [ride] La letteratura va sempre nella direzione opposta allo status quo. E poi, c’è una parte di questo discorso che non abbiamo ancora toccato. Cioè: cosa ci sta facendo la Rete? In termini di abitudini, di metabolismo cerebrale, di desiderio? Non ce ne stancheremo mai? Siamo tutti tirannizzati delle e-mail. Non può continuare così. È un suicidio intellettuale. Tutte le persone che conosco vivono la loro vita perpetuamente preoccupati delle mail che non hanno ricevuto, o di quelle a cui devono rispondere.

Cosa ci sta facendo la Rete? In termini di abitudini, di metabolismo cerebrale, di desiderio? Non ce ne stancheremo mai? Siamo tutti tirannizzati delle e-mail. Non può continuare così. È un suicidio intellettuale.

[ride] Quando cerchi una storia, o ci stai lavorando, cerchi di metterti nel racconto attivamente? Nel senso: nei tuoi articoli tu sei spesso presente. Mi chiedo quanto questa tua presenza modifichi l’esito del pezzo.

Guarda, anche un reporter di paese che scrive mezza cartella per il quotidiano locale sa che il coinvolgimento del giornalista modifica la storia. Ad esser pretenziosi si potrebbe parlare del Principio di Incertezza di Heisenberg o potresti semplicemente dire: la vita è fatta così, tutte le nostre storie personali sbattono costantemente l’una contro l’altra. Diciamo che la tua presenza sulla scena, e a come questo cambi anche i partecipanti alla scena, è più facile da tagliare in un pezzo di mezza cartella che non in uno di questi mostri di 25 cartelle che scrivo io. A me piace ammettere quell’intrusione, esplicitare la mia presenza, far sapere al lettore che la voce che sta raccontando la storia sa che la sua presenza altera le cose e sta facendo del suo meglio per raccontare il tutto il più onestamente possibile. Anche quello stesso processo di alterazione. E quindi c’è da chiedersi quale sia la vera trasparenza, dato che è tutto un artificio. Mi piace introdurre direttamente questa specie di “terzo livello”, di essere trasparente sulla scena. Tanto, le persone che stai conoscendo si comporteranno comunque in modo diverso, davanti a un giornalista, quindi tanto vale raccontare in che modo si comportano, e lasciar decidere il lettore se c’è da fidarsi o meno. È un’area grigia che mi da assuefazione: mi piace quant’è incasinata, cosa può fare quella voce, quello che si può permettere.

Quello che amo del tuo lavoro è che mi spinge a vedere la complessità del racconto che c’è dietro ogni cosa. Che sia il baseball, la musica pop, la microbiologia, qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa può essere una storia. Devi solo guardarla nel modo giusto.

Sì, sono d’accordo. Ma alla fine, sono uno scrittore, quindi è ovvio che penso che sia tutto fatto di storie. Se fossi un idraulico, probabilmente di direi che è tutto tubi e acqua.
 

Da Scrivo, lo speciale digitale di Studio.

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