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Jeff Nichols

Ritratto del giovane regista autore di Mud e Presidente della Giuria del Festival di Roma. Una carriera appena cominciata ma già gloriosa.

Tra svariate quanto scontate polemiche, nel marzo del 2012, Marco Müller è diventato il nuovo direttore artistico del Festival Internazionale del Cinema di Roma, succedendo a Piera Detassis. Müller, reduce dalla lunga ed esaltante esperienza veneziana, ha tentato di dare una scossa a una manifestazione che dal 2006 ad oggi non è ancora stata in grado di esprimersi al massimo della proprie potenzialità. Una delle mosse più azzardate, ma coraggiose, fatte dal nuovo direttore è stata quella di mettere come Presidente di Giuria un giovane regista di soli 34 anni, in Italia quasi del tutto sconosciuto.

Nichols è al momento uno dei migliori registi in circolazione. E Müller l’ha voluto come Presidente di Giuria proprio per questo motivo

Jeff Nichols, questo il suo nome, affiancato da personaggi come il regista russo Timur Bekmambetov, il critico americano Chris Fujiwara, l’attrice di origini iraniane Leila Hatami, il regista e scrittore argentino Edgardo Cozarinsky, il regista P.J. Hogan dall’Australia e la nostra Valentina Cervi, hanno premiato con il Marc’Aurelio d’oro Marfa Girl di Larry Clark. Ma soprattutto hanno sollevato un vespaio di polemiche dando il premio per la Miglior Regia a Paolo Franchi, per il suo contestatissimo E La Chiamano Estate. E il settimo Festival Internazionale del Cinema di Roma s’è chiuso dunque così, nel malcontento generale per un film evidentemente non capito dalla maggioranza del pubblico, premiato invece da un regista giovane e sconosciuto. Che inevitabilmente è finito subito nella lista dei cattivi. Ma chi è in realtà Jeff Nichols? Perché Marco Müller l’ha voluto? Due risposte semplici. Jeff Nichols è al momento uno dei migliori registi in circolazione. E Müller l’ha voluto come Presidente di Giuria proprio per questo motivo.

Solo sei mesi prima, il nostro si trovava a Cannes in gara per la Palma d’Oro con il suo ultimo bellissimo lavoro, intitolato Mud. Il film, per ora inedito in Italia (e colpevolmente ancora senza una data d’uscita), ha raccolto una serie di critiche particolarmente positive e, anche in virtù della fama del suo protagonista, un Matthew McConaughey in forma smagliante e reduce da una doppietta come Bernie e Killer Joe, ha definitivamente lanciato la carriera del regista e sceneggiatore dell’Arkansas. Mud è la storia di due ragazzi adolescenti, Ellis e Neckbone, interpretati rispettivamente da Tye Sheridan (già visto in The Tree of Life) e da Jacob Lofland, che passano la loro estate girovagando sul delta dell’Arkansas. I due non sono “ragazzi di città” o, come dice proprio uno dei due, dei “townies”: sono ragazzi di campagna. Meglio: di fiume. Abitano in case/barche galleggianti sul fiume, sanno come difendersi dai velenosissimi mocassini acquatici, come pescare e come aggirarsi con scioltezza tra la fitta vegetazione. Un giorno, durante una piccola fuga dai loro obblighi lavorativi, incontrano su di una piccola isola, un uomo che vive in una barca trasportata tempo addietro tra gli alti rami di un albero. Si tratta di Mud (McConaughey), uno strano quanto carismatico personaggio che nasconde evidentemente un segreto. (Lo dico per scrupolo: potete leggere, non sto per rivelarvi nulla di “scottante” ai fini della trama). Mud ha ucciso un uomo per difendere Juniper, l’amore della sua vita (interpretata da una ritrovata Reese Whiterspoon, lontanissima dai suoi ruoli abituali) e adesso deve scappare dalla polizia e dalla famiglia della vittima, quest’ultimi non esattamente degli stinchi di santo. Inevitabilmente le vite di questi personaggi si andranno pericolosamente ad incastrare.

L’ispirazione arriva evidentemente da Mark Twain, e non potrebbe esistere riferimento migliore. Muds embra realmente una storia uscita dalla penna di quello che Faulkner definì «il primo vero scrittore americano»

Mud è un piccolo capolavoro, forse il film della maturità per Nichols. (Ma come possiamo dirlo? Stiamo parlando di un regista che ha solo 34 anni e che per ora ha diretto solo tre film). L’ispirazione arriva evidentemente da Mark Twain, scrittore citatissimo proprio dalla stesso regista: ma non potrebbe esistere riferimento migliore. Mud sembra realmente una storia uscita dalla penna di quello che Faulkner definì «il primo vero scrittore americano». Ci sono Ellis e Neckbone, che come Tom e Huck finiscono in avventure più grandi di loro, mentre tentano di diventare grandi o di vivere la loro vita da adolescenti, in un luogo e un tempo che sembrano irrealmente immobili. Ci sono gli uomini, i grandi, che sono strane persone un po’ da rispettare ma al tempo stesso da temere. C’è il pericolo, sempre dietro l’angolo, che cozza con quell’aria da fiaba che ogni tanto fa capolino. Ed infine ci sono i posti: e se Twain scriveva del Missouri, Nichols qui racconta l’Arkansas. Ma le differenze in fondo sono ben poche. Parliamo di un regista che, come i protagonisti dei suoi film, è un ragazzo di campagna, un uomo che evidentemente è nato e cresciuto in quei posti. Ne conosce il paesaggio, i personaggi e soprattutto il ritmo. Ma non aspettatevi una lucidata hipster o furbetta del concetto di redneck, fatta solo di accenti esasperati, cappellini della John Deer e tavole calde dove si mangia l’hamburger più buono del Texas. Nichols è tutt’altro che furbo o ammiccante. Pur avendo 34 anni, lavora su pellicole che sembrano realizzate da gente con almeno il doppio della sua età. I suoi film non hanno fretta, non si lasciano tentare da facili scorciatoie ma al contrario crescono lentamente, trascinando sempre di più lo spettatore al loro interno. Ed è qui che ci viene svelato un mondo che possiamo anche non conoscere per evidenti motivi di distanza, ma che possiamo comunque capire e comprendere nella sua semplicità, nella sua universalità. Nel cast di Mud, oltre agli attori già citati, c’è spazio anche per un marmoreo Sam Shepard, per Ray McKinnon, per Sarah Paulson e per il grande caratterista Joe Don Baker. Ma c’è anche un piccolo e bellissimo ruolo affidato a Michael Shannon, una delle facce più interessanti in circolazione e attore feticcio di Nichols. È infatti lui il protagonista dei due titoli precedenti del regista: Shotgun Stories e Take Shelter.

Shotgun Stories esce nel 2007 ed è il resoconto di una lunga faida famigliare. L’evento scatenante è la morte di un padre. Un padre che però aveva due famiglie: da una parte lascia tre fratelli, capeggiati da Shannon, che l’hanno conosciuto come un alcolizzato violento. Dall’altra, quattro fratelli che invece hanno avuto la fortuna di incontrarlo dopo una profonda conversione, che l’ha trasformato in un padre attento, amorevole e religioso. Tra questi due gruppi di fratelli, che in comune hanno solo il fatto di essere nati in Arkansas, si scatena una vera e propria guerra che subisce una rapida e violenta escalation. Nichols, all’epoca ventottenne, dimostra subito di avere le idee chiare: la storia è semplice e diretta, ma al tempo ricorda una tragedia shakespeariana. Ma quello che colpisce maggiormente è lo stile con cui si sceglie di raccontare una vicenda del genere. Il regista predilige i campi lunghi, le ellissi, le attese o le sospensioni del ritmo. Una scelta coraggiosa ma azzeccatissima e che evidentemente paga. Shotgun Stories è un film che se paragonato ai suoi successivi risulta evidentemente ancora acerbo, ma ha già tutte le caratteristiche del cinema del suo autore.

Take Shelter è un film molto diverso da Shotgun Stories: si passa da una una storia criminale a carattere famigliare a un dramma che più personale non si può

Take Shelter esce nel 2011. Magicamente è uscito anche da noi in Italia (senza che gli cambiassero il titolo!), a fine giugno dell’anno scorso. Il protagonista è ancora una volta Micheal Shannon, ma per la prima volta siamo in Ohio e non in Arkansas (in mezzo c’è poi solo il Kentucky). Curtis, operaio, è sposato con Samantha, una bellissima ragazza interpretata da Jessica Chastain; i due hanno una figlia sorda dalla nascita. Conducono una vita modesta, non di certo esaltante, ma si vogliono bene e sono felici. Un giorno però Curtis comincia ad avere delle visioni che lui interpreta come premonitrici di un’imminente disastro naturale. Queste allucinazioni diventano per l’uomo sempre più frequenti, ma soprattutto sempre più reali, tanto da convincerlo a costruire di fianco a casa sua un rifugio per difendere se stesso e la sua famiglia. Inutile dire però che non tutti prendono serenamente questa sua nuova visione della vita e Curtis rimarrà progressivamente solo, abbandonato e incompreso da tutti. Take Shelter è un film molto diverso da Shotgun Stories: si passa da una una storia criminale a carattere famigliare a un dramma che più personale non si può. Quel ritmo e quegli spazi dilatati, che prima riuscivano a raccontare meglio di mille parole la solitudine e l’incomprensione tra i protagonisti del primo film, diventano questa volta essenziali per comprendere la crescente paranoia e follia di Curtis. Il passaggio è talmente evidente che ogni tanto, si ha quasi l’impressione di essere di fronte a un horror. Due lavori come detto molto diversi tra loro, ma sicuramente complementari e che soprattutto hanno poi spianato la strada a Mud, ad oggi il film più completo di Nichols. Se ancora non avete visto un suo film, vi invidio: state per fare una bellissima coperta.

 

Immagine: Jeff Nichols al Festival del Cinema di Roma nel 2009 (Getty Images)

 

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