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James Lasdun

Per anni lo scrittore ha subito stalking (cibernetico) da parte di un'ex allieva. Ne ha tratto il memoir Give Me Everything You Have.

La donna che conosciamo soltanto come “Nasreen” – in arabo significa rosa selvaggia – sta lavorando al suo primo romanzo. È nata in Iran, ma da bambina si è trasferita con la famiglia negli Stati Uniti, dopo che il regime khomeinista aveva cambiato le cose per tutti. Ora ha trent’anni, trentadue forse. È trattenuta, un po’ timida: mantiene le distanze con cura. L’unica ragione per cui spicca nel mucchio dei suoi compagni di classe, in un master di scrittura creativa che frequenta durante l’estate, è che Nasreen ha molto talento. Ha già una voce tutta sua. E questa le viene riconosciuta da James Lasdun, lo scrittore ebreo inglese che tiene un corso all’interno del master, forte di una serie di opere pubblicate e di un racconto da cui Bernardo Bertolucci ha tratto il film L’assedio. Lasdun incoraggia l’allieva a proseguire il suo romanzo – una storia epica ambientata in Iran prima della rivoluzione – e interpreta in via positiva la cautela di lei: non sembra il tipo che si monta la testa per un complimento. È una vera scrittrice, pensa. Al termine del master, ognuno va per la sua strada.

Un paio d’anni più tardi Nasreen manda una mail all’ex docente. Gli chiede come orientarsi in un mondo a lei non familiare, quello degli editor, degli agenti letterari. Lui cerca di aiutarla, lei apprezza e ringrazia. Si scrivono spesso. Dopo di che, lei procede a rovinargli la vita in maniera integrale.

L’aggressore – una donna – non cerca mai il contatto diretto con la preda, un uomo: lei non lo spia, non lo segue, non appare mai dove casualmente si trova lui. Tutto viene agito tramite Internet.

James Lasdun ripercorre il suo rapporto con “Nasreen” in un libro, Give Me Everything You Have, che ha come sottotitolo On Being Stalked, «una storia sull’essere oggetto di stalking». In realtà qui si usa il termine “stalking” in senso lievemente improprio; questa storia non si può depositare nei contorni familiari al genere, sia per come lo racconta la cronaca nera sia per come viene rielaborato in film e telefilm dove finché non ci scappa il morto nessuno può dirsi davvero appagato dalla visione. Qui l’aggressore – una donna – non cerca mai il contatto diretto con la preda, un uomo: lei non lo spia, non lo segue, non appare mai dove casualmente si trova lui, e solo dopo cinque anni gli lascia messaggi minatori sulla segreteria telefonica. Fino a lì, tutto viene agito tramite Internet. È diversa anche l’intenzione dietro la persecuzione. Nasreen non spera di aprire gli occhi al professore chiamato vezzosamente Sir, signore, non vuole convincerlo che loro due sono anime gemelle, e in nulla di quello che lei fa si può leggere in controluce il solito se non posso averti io, non ti avrà nessuno. No, l’obiettivo di Nasreen è la rovina. Distruggere la reputazione di un uomo senza lasciargli possibilità di rimediare al danno. La sua tecnica, lei la chiama «terrorismo verbale», in una mail spedita a lui. Parla spesso di furia, di guerra. La sua motivazione è dichiarata all’agente di lui: «I will ruin him», io lo rovinerò.

Da cinque anni, ormai, Nasreen manda a James Lasdun decine di mail per volta, da una giostra di indirizzi sempre nuovi, a volte con un forte contenuto antisemita, a volte no. Vandalizza la sua voce su Wikipedia; infesta le pagine di Amazon e Goodreads dedicate ai suoi libri, lasciando commenti dove lo implica in ogni delitto mai commesso sotto il sole, dalla complicità in uno stupro all’istigazione all’odio razziale. Soprattutto, porta avanti una campagna diffamatoria nei suoi confronti presso chiunque abbia la responsabilità morale e legale di prendere sul serio determinate accuse; contatta le università in cui Lasdun ha insegnato, accusandolo di sedurre tutte le allieve (tranne lei), e di plagiare regolarmente i lavori degli studenti, maschi e femmine, vendendone tranci a colleghi in crisi d’ispirazione. La stessa Nasreen sarebbe stata una sua vittima, saccheggiata senza pietà né rimorso, dato che Lasdun avrebbe girato brani inediti del romanzo di lei ad altre scrittrici iraniane residenti negli Stati Uniti, e addirittura avrebbe smembrato le copiose mail dove lei gli parlava della sua vita da immigrata, passandole sotto banco a quelle scrittrici, tutte premiate con la pubblicazione.

Come finisce, la storia? Non finisce. Nasreen continua a tormentare James Lasdun. Non si è mai stancata e non ha trovato un nuovo bersaglio.

Alla base di questa furia, mah.

«A un certo punto stavamo entrambi creando o ricreando l’altra persona nell’immagine della nostra fantasia più vigliaccamente stereotipata: la Donna Demoniaca, e l’Eterno Ebreo».

Forse è nato tutto per qualche avance che lei gli ha fatto, qualche frase ambigua depositata in una mail, a cui lui ha risposto «grazie, ma sono sposato». Forse c’entra un blocco creativo, le difficoltà nel trovare una casa per il romanzo su cui lei lavorava duramente. Forse era tutto già scritto nel riserbo e nella buona educazione dell’allieva modello. Sforzandosi di trovare un incidente scatenante, Lasdun rivive con ansia ogni frammento del loro rapporto, per com’era prima che lei si calasse nel ruolo della “voce della verità”, la fiamma persecutrice; e si chiede su quanta parte del suo iniziale giudizio positivo lui potesse aver proiettato una vaga ma persistente idea di allure orientale. Una cosa del genere ah, questa femminilità antica e segreta. Che ragazza a modo. Poi però, tanto per non sbagliare, Lasdun lancia frecciatine pensose alla cultura dei seminari sulle molestie sessuali, e ai presunti eccessi della correttezza politica, che vedrebbero una vittima senza macchia in chiunque muova un’accusa. «A un certo punto», scrive lui, «stavamo entrambi, in effetti, creando o ricreando l’altra persona nell’immagine della nostra paura più grossolana, la nostra fantasia più vigliaccamente stereotipata: la Donna Demoniaca, e l’Eterno Ebreo».

Un personaggio minore ipotizza che Nasreen sia un caso psichiatrico: una borderline. Se fosse vero, lei soffrirebbe di un disturbo della personalità per cui può accendere e spegnere la propria pazzia come una lampada da notte sul comodino del contratto sociale, e quindi può sempre fingere di fare un passo indietro dicendo «non prendermi troppo sul serio, lo sai che non ci sto con la testa…». Questo accade, più volte. Lasdun comunque mette da parte la possibile instabilità della sua carnefice. L’importante è che questa persecuzione funziona. Forse Nasreen non arriva a rovinare l’uomo, come desiderava, ma si incista nella vita di lui. Tanto che scrivere un libro intero su quello che è successo tra loro, sulla violenza e sulla ferocia di questa guerra santa, non lo libera.

Give Me Everything You Have è un prodotto di successo. Nei paesi anglofoni se ne sta parlando molto. Fa un sacco di stampa, come si dice. E la fa non per i suoi meriti, non per il livello di auto-indagine operato dal protagonista, e nemmeno perché sia facile dargli una copertura in base a una breve lista di parole-chiave: “storia vera”, “stalking”, “oggi con Internet si può fare tutto, signora mia”. Ha successo perché parla di una donna insana che perseguita un uomo, e l’uomo passa il tempo a chiedersi cos’ha fatto di male ultimamente.

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