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Epica di Cousteau, inventore del mare

Come il fascicolo di un'enciclopedia, l'oceanografo e regista sembra appartenere al passato, eppure nessuno dopo di lui ha saputo incarnare in maniera così perfetta l’idea di avventura.

Continua Studio Ritratti, una serie di profili di personaggi dell’attualità, della politica, della cultura da leggere durante le vacanze agostane, con cui vi accompagneremo nelle prossime settimane. Qui potete leggere le puntate precedenti, Greta Gerwig, Luigi Di Maio, Datta Phuge, Boris Johnson, Yotam Ottolenghi. Buona lettura, buona estate.

Qualche settimana fa, rovistando nella cantina della casa in cui sono cresciuto, al mare, ritrovo una cosa che avevo dimenticato da tempo: Pianeta mare – Enciclopedia di scienza e avventura di Jacques Cousteau, dodici volumi dedicati al «pianeta azzurro», pubblicata in dispense all’inizio degli anni Ottanta dalla Fabbri. Tutte le settimane – per quanto tempo? Probabilmente anni – io e mio fratello andavamo in edicola a comprarne i fascicoli: allegato a ogni numero c’era una diapositiva. Ricordo le tapparelle del salotto abbassate e sul muro dietro il divano di velluto beige apparivano degli scogli groenlandesi ricoperti da centinaia di trichechi, click, e poi la coda di un capodoglio che spunta tra le onde dell’Atlantico, click, e poi la barriera corallina del Pacifico meridionale, click, e poi ecco lui, berretto rosso di lana e giacca a vento azzurra, il viso affilato, gli occhiali dalla montatura sottile: le Commandant Jacques-Yves Cousteau.

Albert Falco si tuffa in acqua appena siamo di ritorno a Assumption. A bordo, anche se rinfrancati da qualche giorno di riposo, non possiamo fare a meno di essere ansiosi. Osserviamo le bolle d’aria espirate dal nostro amico che vengono a frantumarsi in superficie. Le seguiamo con lo sguardo quasi potessero permetterci di essere un po’ con lui là sotto. Poi le bolle si fanno più grosse e sappiamo che Falco sta per tornare su. Infatti dopo pochi minuti riemerge accanto alla Calypso. E subito, toltosi il boccaglio dalle labbra, grida: «È vivo! È vivo! Jojo è vivo!».

Oceanographer Jacques Yves Cousteau, adjusts his diving gear

Ho l’impressione che Cousteau appaia oggi la vestigia di un’epoca superata, al pari di fascicoli di enciclopedie, diapositive e divani di velluto, icone silenziose e incomprensibili per un ragazzino di oggi. Eppure nessuno dopo di lui ha saputo incarnare in maniera altrettanto perfetta e totale l’idea di AVVENTURA. È stato esploratore, militare, navigatore, spia, inventore, attivista, imprenditore, scienziato, scrittore, oceanografo, regista, divulgatore, poeta. A dire il vero poeta lo definisce il figlio nell’agiografico documentario dedicato ai primi settantacinque anni del padre, io di sue poesie non ne ho mai lette: ma questo tono un po’ elegiaco, romanticamente esagerato, a un passo dalla guasconeria che sempre hanno le storie di e su JYC, fa parte del suo mito, è lo stile che ha partecipato a definire la leggenda di Cousteau. Non è un caso che quell’adorabile stilista della memoria che è Wes Anderson abbia trovato in lui il materiale perfetto su cui esercitarsi: a vederli adesso, i documentari di Cousteau, non si capisce se stiano prendendo in giro Le avventure acquatiche di Steve Zissou o il contrario.

Jacques Yves Cousteau nasce l’11 giugno 1910 a Saint-Andre-de-Cubzac, vicino a  Bordeaux. Figlio di un avvocato alle dipendenze di un milionario americano, vive alcuni anni dell’infanzia a New York. Nel 1930 entra nella Marina francese e si imbarca sulla Jeanne d’Arc come ufficiale cannoniere. Già da ragazzo era appassionato di cinematografia e approfitta del giro del mondo sulla Jeanne d’Arc per riprendere «danzatrici balinesi, sultani birmani e attrici di Hollywood». Ogni tanto nei filmati appare anche lui, slanciato e a suo agio, dai modi eleganti e cosmopoliti di jeune homme ben nato. Voleva diventare un aviatore e aveva già iniziato l’addestramento quando un incidente d’auto decide per lui. I medici stanno per amputargli il braccio ma Cousteau si oppone: inizia così una lunga riabilitazione nel sud della Francia, a Tolosa, fatta soprattutto di nuoto e brevi immersioni. Qui conosce un altro ufficiale di marina e da allora suo compagno di avventure e scoperte, Philippe Tailliez, con cui, utilizzando dei copertoni, inventa uno speciale tipo di maschera per le immersioni, antesignana di quelle che usiamo ancora oggi.

Allo scoppio della guerra, dopo la caduta di Parigi, entra nella resistenza e viene coinvolto in operazioni di spionaggio che gli valsero la Legion d’onore per mano di de Gaulle.   Durante gli anni del conflitto mette a punto, insieme all’ingegnere Emile Gagnan, il primo erogatore ad aria per le immersioni. Attraverso di esso l’aria compressa delle bombole arriva all’«oceanonauta», come lo chiamava Cousteau, alla stessa pressione che l’acqua esercita sulla cassa toracica in base alla profondità. È l’inizio dell’esplorazione subacquea moderna.

Viviamo in un’epoca in cui anche l’esplorazione spaziale ha perso la sua attrattiva e abbiamo ridotto l’astronautica a una burocratica faccenda di rifornimenti per la stazione orbitale. Tra un po’ daremo Marte per scontato, figuriamoci il mare. Eppure, e fa impressione pensarlo, fino a una sessantina d’anni fa le profondità oceaniche ci erano sconosciute tanto quanto Venere; letteralmente dato che «la parte acquorea del mondo», come la chiama Melville, è più estesa di tutta la superficie di Venere. Se non è più così, se abbiamo infranto la sottile barriera delle onde per scivolare come astronauti senza peso nelle sue profondità, lo dobbiamo in larga parte a Cousteau.

Photo dat?e de novembre 1975 de l'explor

Tiriamo un gran sospiro di sollievo. Mentre eravamo a Aldabra avevamo avuto una gran paura. Ecco perché. Mentre ci stavamo allontanando dalla baia che era stata testimone delle nostre avventure con Jojo, avevamo incontrato una barca di pescatori che avevano pescato una grossa cernia del tutto simile al nostro Jojo. Non vi dico le recriminazioni a bordo: «Non avremmo dovuto distoglierlo dal suo comportamento abituale», «Lo avevamo abituato a non guardarsi dai pericoli» e così via….

Dopo la guerra, ancora militare, insieme a Taillez, per convincere la Marina della bontà dell’erogatore, smina vari porti francesi. Ma qualche anno dopo, la svolta: «Un misterioso mecenate dona a le Commandant un vecchio dragatore con l’unica richiesta di rimanere anonimo». Questa la versione romantica e misteriosa raccontata nei film: in realtà si conosce benissimo Loel Guinness che offre, al simbolico prezzo di un dollaro, l’ex dragatore inglese JB26 , all’epoca, all’inizio degli anni Cinquanta, convertito in modesto ferry-boat maltese dal nome Calypso. «Perché a questo grigio traghetto fu imposto il nome di Calypso, la ninfa del mare che trattenne Ulisse per sette anni, concedendogli l’eterna giovinezza? Non lo saprò mai. Ma so che non cambierò questo nome, perché da questa ninfa non voglio fuggire, come Ulisse, per tornare a casa, ma voglio con essa solcare i mari: la Calypso sarà la mia casa e forse, chissà, mi darà davvero l’eterna giovinezza non del corpo ma certo dello spirito».

Sulla Calypso domina un regime gioiosamente carnevalesco opposto a quello militare: non c’è nessun grado, i semplici marinai vengono chiamati professeur, mentre i professori (i vari scienziati che via via vengono ospitati per le ricerche) sono dei semplici seigneur. Unico obbligo: avere un berretto buffo. Anche se con il tempo si imporrà il mitico cappellino rosso. Nella scatenata felicità con cui viene vissuta e raccontata la Calypso c’è una gioia quasi bambinesca, l’ebbrezza infantile del giocattolo che è anche tana in cui nascondersi con gli amici e lanciarsi in avventure immaginarie senza fine. I diorami della nave, con lo spaccato delle piccole cabine dove alloggiano i marinai, la stanza delle radio, la cucina dove, tra un fornello e una dispensa, si apre un pozzetto per le immersioni quando c’è il mare agitato, il ponte per l’atterraggio dell’elicottero o la stiva in cui riposa il batiscafo giallo, hanno un che di ingegneria fantastica, di presepe dell’avventura, che accende subito la fantasia.

Frédéric Dumas, Philippe Tailliez (i più antichi compagni di avventure di Cousteau), Albert Falco (da leggere alla francese: falcò), primo capitano e capo sommozzatore, e tutti gli altri membri dell’equipaggio, si ritagliano, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, un loro angolino nella cultura popolare di tutto il pianeta: anche grazie ai film che interpretano. Cousteau è una figura impossibile da incasellare, ma se proprio si volesse ridurre ai minimi termini lo si dovrebbe definire esploratore e regista: da appassionato di cinema, di fatto inventa le riprese sottomarine, attraverso tutta una serie di innovazioni tecnologiche che hanno permesso a milioni di spettatori di immergersi sott’acqua con lui e il suo team, pur rimanendo comodamente seduti al cinema. Il primo film, Le monde du silence, diretto insieme a Louis Malle, gli valse la Palma d’oro a Cannes nel 1956 (unico caso insieme a Fahrenheit 9/11 di documentario premiato con la Palma) e l’Oscar per il miglior documentario.

(FILES) File photo of tourists viewing t

Dagli anni Sessanta gli impegni e i viaggi di Cousteau e della Calypso si moltiplicano: da una parte l’invenzione e la messa a punto dei mini batiscafi gli permetterà di scendere ancora più in profondità, arrivando a contatto con creature mai viste da occhio umano, di certo non quando erano ancora vive. L’utopia del pianeta azzurro lo spinge a esplorare la possibilità di una presenza umana permanente negli abissi oceanici attraverso degli ambienti pressurizzati di profondità, delle autentiche basi sottomarine che da allora fecero il loro ingresso nell’immaginario fantascientifico di una generazione.

Nel 1957 il principe Ranieri gli affida la direzione del Museo Oceanografico di Monaco: ancora oggi, se andate a visitare lo splendido palazzo a picco sul mare che ospita il Museo, potreste respirare le atmosfere e lo spirito del Comandante che sempre più, negli ultimi anni di vita, si dedicò alle lotte ambientaliste per la difesa degli oceani. A cominciare da una delle prime, quando nell’ottobre del 1960, si oppose al progetto di scaricare in mare le scorie radioattive dell’Euratom.

Anche le cose più belle però hanno una fine e così arrivò il giorno della partenza definitiva da Assumption. Ci furono degli addii strappalacrime, soprattutto con Jojo il nostro grande amico. C’era addirittura chi voleva portarselo dietro. Ma mi opposi, ben sapendo che non avrebbe potuto sopravvivere nelle acque del Mediterraneo. Poi, dopo un’ultima ricognizione a quel paradiso, saliamo le ancore e ci mettiamo in rotta per il Mar Rosso. Lassù ci aspettava ancora il relitto del pesce camion con tutti i suoi segreti.

Jojo è la grossa cernia protagonista del Mondo del silenzio. Cousteau riuscì a far appassionare il mondo a quel pescione, a lasciarti col fiato sospeso per il destino di una cernia! Ma sopratutto riuscì a raccontare il mare e la ricerca della conoscenza come un’avventura ininterrotta. Nel mondo di Cousteau c’è sempre una prossima avventura. Un nuovo orizzonte, un’altra impresa in cui lanciarsi, un’altra invenzione da mettere a punto. Il suo fascino è quello che nasce dall’enumerazione, dalla vertigine della lista, dall’idea di una progressione infinita, sempre aperta. L’avventura è ciò che si apre dall’incontro tra il gioco e la serietà. «Provate a eliminare uno dei due contrari, gioco e serietà, e l’avventura cessa di essere avventurosa: eliminando l’elemento ludico, l’avventura diventa una tragedia; se invece è la serietà a venire meno, l’avventura si trasforma in una partita a carte, un ridicolo passatempo e un’avventura da strapazzo», scrive Vladimr Jankélévitch. Jacques Cousteau riuscì come nessuno dopo di lui a vivere il gioco seriamente, e a rendere giocosa la serietà, fino alla sua morte nel 1997.

Sarà anche per quello che due fratelli neanche adolescenti si facevano portare a uno storico negozio di pesca di Sanremo, “Al milanes in mar”, per comprare boccaglio, maschera, e in gita sul barchino dell’amico ricco immaginare di solcare l’Oceano avec le Commandant all’inseguimento del misterioso relitto del pesce camion. A essere sincero cosa sia un pesce camion, be’, quello non l’ho ancora capito. Magari lo scoprirò nella prossima avventura.

 

Immagini Getty Images.
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