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Straight to hell, Britain

Un'italo-americana a Londra e la frase «è questione di spazio» diventata strumento di seduzione politica anche tra gli insospettabili.

Come molte persone della loro generazione, mia madre e i miei zii hanno una brutta cicatrice sul braccio ereditata da un vaccino contro il vaiolo. Durante una riunione familiare, mi hanno detto di essere convinti di aver subito quel vaccino per poter entrare e vivere in America, e di averlo sempre considerato un immigration stamp – il marchio dell’immigrato – che li diversificava dagli altri. Ovviamente, quella cicatrice non è niente di tutto ciò, ma è stata la prima cosa a cui ho pensato quando il governo del Paese in cui vivo, il Regno Unito, ha annunciato la data del referendum sull’uscita dall’Unione Europea.

Tutta la mia esistenza si è basata sulla libera circolazione. Sono nata negli Stati Uniti, sono cresciuta in Italia e vivo in Inghilterra da cinque anni. Ho una carta d’identità italiana, un passaporto americano, voto per il sindaco a Londra, ma anche per le primarie negli Usa e avrei potuto esprimere la mia opinione sulle comunali a Roma. Sono diritti che ho ottenuto o ereditato senza conflitti in prima persona, privilegi da immigrata occidentale che però sto iniziando a perdere: da qualche tempo a questa parte, gli addetti alla frontiera mi trattengono allo sportello per sottopormi a degli interrogatori capaci di farmi sentire una spia, e la vita che mi è sempre parsa avventurosa ha solo iniziato a sembrarmi complicata, quando non desiderata dal Paese che mi ospita.

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L’ultima volta che sono atterrata a Londra un funzionario mi ha suggerito di procurarmi un passaporto invece di mostrare la carta d’identità con cui abitualmente noi italiani entriamo nel Paese perché «la situazione potrebbe cambiare. Potresti dover fare domanda per un visto. Avere bisogno di documenti più ufficiali». Io ho annuito, e ho liquidato il suo commento come la provocazione di un addetto ai controlli annoiato dal suo lavoro. Poi sono tornata a casa, e ho ritrovato il mio quartiere progressista decorato da manifesti elettorali intrisi di orgoglio nazionalista, in cui la parola Europa appare con gli stessi font e i colori allarmanti di solito riservati all’Isis o al virus Zika; le finestre dei vicini tappezzati da bandiere bianche, rosse e blu, e non solo per sostenere la scialba squadra nazionale agli Europei di calcio.

Sono la nipote di immigrati italo-americani e sono nata negli anni della presidenza di Ronald Reagan, quindi sono stata brutalmente persuasa a credere nel progresso e alla perdita del Novecento, dei suoi totalitarismi come delle sue frontiere geografiche. Al pari dei miei connazionali italiani, quando mi sono trasferita in Inghilterra sulla soglia dei trent’anni l’ho fatto pensando che questo avrebbe migliorato le mie condizioni socio-economiche, e che mi sarei ritrovata a vivere in una società competitiva ma tutto sommato equa grazie alle correzioni apportate dallo stato sociale. Da quando vivo qui, però, i due pilastri dello storico welfare state britannico – l’edilizia popolare e il sistema sanitario nazionale – hanno iniziato a collassare e i conservatori hanno imputato lo sgretolamento del sistema alla pressione imposta dagli immigrati, ragion per cui se il Regno Unito è in crisi è per l’invasione del barbaro. Sembra una formula retorica buona per un cinegiornale da tempi di guerra, ma è questa l’infelicità del quotidiano che sta producendo conseguenze notevoli a prescindere dal risultato del referendum del 23 giugno, in cui probabilmente il Paese opterà per restare.

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Brexit è una brutta espressione che irrita per la sua penetrabilità nello strato delle masse non informate; una contrazione linguistica che pretende di spiegare tutto e scoraggia la richiesta di  approfondimenti. Il voto deve essere accessibile a tutti, ma non deve essere necessariamente facile. L’eventuale uscita del Regno Unito dalla Ue, invece, è una scelta politica che è stata iper-facilizzata nei mesi della campagna elettorale più aggressiva, povera di contenuti e sentimentale a cui abbia assistito da quando ho diritto al voto.

Chiamarlo “Referendum sull’eventuale uscita dall’Unione Europea” forse avrebbe aiutato i cittadini britannici a prendere la faccenda in maniera meno populista, magari ad annoiarsi e astenersi, invece la spendibilità della parola Brexit ha facilitato un approccio al voto sobrio quanto il tifo per Jon Snow in Game of Thrones e avrà ricadute massicce sull’afflusso alle urne, perché dà a tutti l’illusione di capire in una campagna politica che non ha spiegato niente, se non che il Paese deve difendersi dalle versioni contemporanee degli Unni e i Visigoti.

Se la Grecia l’anno scorso ha fatto la figura dell’orfana disarmata che aveva bisogno di analisti politici da ogni dove per attingere informazioni sul proprio infausto futuro, determinando una sovrabbondanza di editoriali e opinioni che ha fatto di ognuno di noi un corsivista del Financial Times, in ragione del suo prestigio storico e della sua autorevolezza politica, la civilissima Gran Bretagna è riuscita a persuadere chi non ci vive non solo di avere la facoltà di indire tale referendum, ma di saperlo gestire. Salvo dei dubbi circospetti, è riuscita a portare avanti una delle truffe politiche di questo secolo: un referendum in cui nessuno ha la minima idea di cosa accadrebbe in caso di uscita. A volte, quando vedo i manifesti elettorali sul “To Leave” or “Not To Leave” con la faccia di Winston Churchill che richiama il popolo ai valori del Secondo dopoguerra o con degli slogan  in cui i britannici vengono invitati ad amare la Ryanair ma non il bieco supergoverno europeo che ne permette l’esistenza, mi sembra di essere finita in un scherzo massmediatico organizzato da Orson Welles, una congiura nazionale tra la farsa e la sperimentazione politica. Fino alla morte della deputata laburista Jo Cox, il clima è stato soprattutto grottesco, poi è diventato semplicemente violento.

Il giorno in cui il sindaco di Londra Boris Johnson ha annunciato il suo endorsement a favore dell’uscita dalla Ue – una dichiarazione strumentale al rafforzamento della sua goffa e machista figura politica in vista di un agognato futuro da primo ministro conservatore – ero in ufficio in un’agenzia di traduzioni che vanta margini di crescita costanti e in cui più della metà dei dipendenti è costituita da ragazzi provenienti da vari paesi europei.  Senza questa forza lavoro giovane, qualificata ed immigrata, i margini della specifica azienda non esisterebbero, dunque anche per una semplice questione di opportunità e di convenienza, se non di solidarietà, mi sarei aspettata dai colleghi inglesi una risata che avrebbe liquidato il referendum come una fantasia apocalittica buona per dei conservatori lunatici. Invece, come la candidatura di Trump,  non solo il risibile è diventato reale, ma anche desiderato e spacciato come il meglio che ci si possa permettere in questa fase storica.

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Quando vedo un ragazzo inglese con la barba e un tatuaggio dei Black Flag in un caffè di Dalston penso di sapere due cose: che non spicca per originalità e che non ascolta musica brutta. Quello che non so, ma negli ultimi mesi l’ho imparato, è che probabilmente voterà per andarsene, e che la frase «è una questione di spazio» non è più solo un concetto da rimandare a Hitler, ma è diventata una componente seduttiva e permanente dell’esperienza politica dei miei simili.

Invece di trascorrere i primi mesi del 2016 ad ascoltare grime o mangiare ostriche a buon mercato per assecondare i trend del momento,  ho partecipato a cene risentite e carbonare in cui io e altri immigrati europei abbiamo parlato della recrudescenza dello Stato-Nazione, utilizzando i lemmi del consunto vocabolario ideologico con cui siamo cresciuti come se vent’anni di studi e di editoriali sulle identità liquide e destrutturate del “Bauman for dummies” non fossero serviti a nulla. Una delle frasi che ho sentito dire più spesso quest’anno è stata: «Mi sposo per ottenere un visto», e anche se ho cercato di riderci sopra come se fossi in una rom-com degli anni Ottanta, ho iniziato ad avvertire un crescente disagio, come se mi stessi lentamente trasferendo in una dimensione parallela in cui leggiamo più libri ma in fondo facciamo la stessa vita galoppina e avulsa dal contesto dei nostri nonni immigrati se non degli operai di Dickens, in cui il fuso del telaio è stato sostituito dal Mac in un hipster sweatshop, e in cui i fondatori delle start-up di Shoreditch inizieranno a tatuarsi Britain First sul polso, togliendo alla working class disoccupata e incattivita dello Yorkshire il privilegio della sua spontanea e congenita rabbia, inaugurando un movimento di elegante fascistizzazione di cui intravedo già i prodromi pur non sapendogli dare ancora un nome.

Un Paese ha il diritto di organizzare un referendum e di esprimere la propria opinione sulla propria sussistenza in un contesto geografico e politico che rende tutti infelici. La fiducia nella supremazia di questo diritto ha fatto sì che tra i laburisti ci fosse soprattutto imbarazzo attorno al referendum, e molte figure di primo piano si sono astenute dal dare indicazioni di voto. È difficile difendere un’istituzione noiosa e un progetto politico senza il minimo tasso di appetibilità. Volendo essere onesti, dirsi europei è una cosa da sfigati: nella mia vita sono stata hippie, dark e punk e, fino a pochi anni fa, avrei indossato qualsiasi spilletta se questa avesse potuto esemplificare cosa sentivo in un determinato momento o come volevo reinventarmi, ma non avrei mai detto di essere figlia di Altiero Spinelli. Come i britannici, come i miei amici immigrati, volevo andare a letto con l’Europa solo se non dovevo richiamarla il giorno dopo.

Ma questi reciproci opportunismi possono essere gestiti con lucidità se non con eleganza, senza rischiare la bancarotta  e costringere chi vive nel Regno Unito a polarizzarsi in maniere impensabili, reinventando la propria identità da immigrato deluso o da nazionalista frustrato. Una delle bizzarrie del movimento “Leave”, è stato il modo in cui ha spinto tanti euro-scettici a salire sulle barricate di un’istituzione a cui sono allergici, solo perché questa resistenza all’Unione europea anti-democratica, lazzarona e segnata dallo strapotere delle banche suona molto di più come un progetto per eliminare quello che non viene considerato più desiderabile, la povertà delle persone che si trasferiscono qui e rovinano il cartellone pubblicitario del Regno Unito.

Come ha scritto Laurie Penny nello speciale del New Statesman sul referendum «È giusto desiderare qualcosa di più di questa patetica realpolitik europea. Penso di parlare a nome di molti britannici esausti quando dico che non voglio separarmi dall’Europa: io voglio separarmi dalla modernità. Voglio uscire da un sistema rappresentativo nominale che ha cessato di dire qualcosa sulla volontà delle persone molto tempo fa. Il 23 giugno voterò per restare e così dovreste fare anche voi, se vi importa del benessere immediato e della salute dei vostri amici e dei vostri vicini. Ma non lo farò in modo baldanzoso e neanche canticchiando. E non siete costretti a farlo neanche voi».

Il 23 giugno andrò a fare una passeggiata vicino alle urne, ma non potrò votare. Una delle decisioni politiche più importanti per il mio destino e quello dei miei amici – anche se non immediato – mi vede muta e silenziata. Immagino che vedrò tante persone che non saranno baldanzose, e che non staranno cantando, ma alla fine voteranno per restare. Ma dopo mesi di campagna elettorale in cui il cinismo di Hobbes è stato remixato con il sensazionalismo dei tabloid, so che se il Regno Unito farà ancora parte dell’Europa, avrò comunque la tentazione di controllarmi il braccio per vedere se ho una cicatrice psicosomatica, indice di una radicale diversità in un Paese che di questa non sa più che farsene, dopo aver sfruttato i margini economici che questa le poteva garantire.

Joe Strummer cantava «let me tell you about your family kin, bamboo kid: it ain’t Coca-Cola, it’s rice» in “Straight to hell”, ma nel Regno Unito, oggi, non contano né la pasta né il curry, e tutta la nostra genealogia familiare si disintegra sotto il loro incubo di una comune barbarie.

Foto di copertina e di testata: Justin Tallis/AFP/Getty Images. All’interno: Ben Stansall/AFP/Getty Images.
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