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L’importanza di essere ridicoli

Intervista a Saverio Raimondo, rottamatore atipico della comicità italiana, che stasera debutta su Comedy Central con CCN, il suo late night show satirico.

Avete mai provato a far ridere un comico? Credetemi, dovreste. Dà un senso di realizzazione senza pari, se ci riuscite. Saverio Raimondo, trentunenne romano e alfiere della stand-up comedy in Italia, lo faccio ridere in una sala riunioni con vista sulle guglie del Duomo in una mattina troppo calda per l’inizio di giugno, dicendogli che mi sono preparato qualche domanda per non rimanere a fissarlo negli occhi. Poi iniziamo l’intervista e lui risponde in maniera precisa, mosso da una passione che mi pare sincera. Stasera su Comedy Central, canale 124 di Sky, debutta con CCN, una striscia quotidiana che si ispira ai late night show americani, con uno stile e una comicità in controtendenza rispetto al 99 per cento delle produzioni italiane. Abbiamo parlato di questo, ma anche di Charlie Hebdo, dell’addio di Letterman, di comici “istituzionalizzati” e del perché, in fondo, la prima cosa per un comico è ridicolizzare ciò che fa.

 

Hai chiamato i cabarettisti à la Zelig «animatori da villaggio vacanze», e so che non volevi essere “cattivo” ma sottolineare una differenza per te tangibile. Perché da noi funziona tanto quel modello e invece Bill Hicks è una cosa per pochi – o, peggio, se fai stand-up sei poco più che un seguace di Daniele Luttazzi?

In generale la comicità italiana ha preso una sorta di deriva, quella dell’animazione da villaggio – cosa nobilissima, intendiamoci, all’interno di un villaggio vacanze. Ma la comicità è un’altra cosa. Si è creato questo equivoco perché in questi anni in contenitori come Zelig la comedy ha sempre dovuto cercare il minimo comune denominatore per fare in modo di essere per tutti – ma proprio tutti tutti tutti, dal nonno al bambino – e non ha mai potuto perseguire la follia, la sorpresa, che dovrebbero essere le caratteristiche di base del comico. Di conseguenza si è finiti per riparare nel villaggio vacanze. Ad esempio: in questi anni Fiorello è stato scambiato per un comico, mentre invece è un bravissimo animatore, un intrattenitore. Penso che nemmeno lui si consideri un comico. Si è voluta far passare quella cosa per comicità proprio per non sperimentare, per non cercare forme che potessero creare qualche brivido in più.

E, secondo te, come mai questo modello funziona tanto?

Veniamo dalla tradizione della commedia dell’arte, che secondo me si è pervertita nel corso dei secoli. Non ci siamo mai evoluti da un sistema in cui il comico è una maschera bidimensionale, stereotipata e sempre a connotato regionale, che lavora su canovacci e non su una scrittura comica precisa, come invece succede nello stand-up e in tutta la tradizione della comicità anglosassone (sia in Inghilterra che negli Stati Uniti ci sono tantissimi scrittori umoristici; da noi li conti sulle dita di due mani, e ti avanza pure qualche dito). Ecco perché funziona: perché l’Italia a livello comico è molto, molto indietro. Altrove si è sviluppato un linguaggio più evoluto del nostro. Nonostante questo, fino al 2001 secondo me anche noi avevamo degli ottimi esemplari di comicità avanzata.

Che erano, per curiosità?

Sicuramente tutto il mondo di Mai dire Gol, che proponeva delle cose molto sofisticate, che risultano tali ancora oggi proprio perché c’è stata un’ulteriore regressione negli ultimi vent’anni; tutto ciò che veniva fuori dal nucleo creativo di Serena Dandini; le cose che faceva Luttazzi a prescindere dalle note vicende erano comunque nuove, molto di rottura per il panorama italiano.

«Da noi la comicità è indulgenza», hai detto di recente a LINK, parlando delle differenze tra comicità nostrana e stand-up. Questo può essere un altro motivo?

In Italia si è sempre cercato di fare una comicità molto rassicurante, ma, vien da sé, in realtà non troppo divertente. La stand-up comedy è una comicità che tira fuori anche una critica, talvolta feroce (a volte meno: ce ne sono diversi tipi, ovviamente). Ecco perché da noi non ha preso piede. Ribadisco, qui si tende a vedere il comico solo come una maschera, anche perché spesso i nostri comici si sono limitati a indossare delle maschere, mentre lo stand-up comedian è una persona che fa di se stesso il suo primo bersaglio. La prima cosa che fa un comico di questo tipo è far ridere di sé, cosa che poi lo legittima anche ad attaccare vizi e costumi altrui. Da noi invece raramente il comico è autoironico – una contraddizione in termini, se ci pensi.

«Un comico deve far ridere, non deve né essere poetico né istituzionale. Questo Paese è stato rovinato dalla poesia»

Leggevo anche altre tue dichiarazioni in cui sostenevi che il comico in Italia tende a «istituzionalizzarsi», a cercare una sorta di legittimazione da parte del potere.

Purtroppo sì, pensa a quei comici che quando viene data loro una una vetrina importante – che so, Sanremo – fanno il loro pezzo più o meno buono e poi cercano la chiusa poetica. È una cosa terribile, mostruosa: questo paese è stato rovinato dalla poesia. Un comico deve far ridere, non deve né essere poetico né istituzionale. Penso di non dire nulla di cattivo affermando che da molti anni a questa parte Roberto Benigni non è più un comico: ha deciso di essere un’altra cosa, una cosa che non è più divertente e che non è più Benigni; legittima, ma di certo è altro.

Alla fine del 2013 su Repubblica dicevi «siti come Spinoza… Questa non è satira: è un tic». Deduco tu non sia un grande fan di esperimenti del genere. Eppure, forse per una specie di contrappasso, al Dopofestival che hai condotto qualche mese fa a Sanremo ti sei ritrovato in compagnia di Andreoli [Stefano Andreoli ha co-fondato il blog satirico Spinoza con Alessandro Bonino, NdA].

Persona che stimo, e con cui abbiamo parlato di questo argomento trovandoci d’accordo. Ho citato Spinoza come punta di un iceberg, l’iceberg del battutismo compulsivo da social network. Prima esisteva soltanto qualche community (tra cui la stessa Spinoza), oggi uno la battuta la scrive direttamente su Facebook. Questo battutismo, però, non è satira, proprio perché è compulsivo, è come Dustin Hoffman in Rain Man. Il più delle volte è mero esercizio, è come fare le parole crociate o il sudoku. Una battuta satirica presuppone che ci sia comunque un’esigenza, un pensiero. E voglio dire: di esigenze di pensieri, nel corso dell’anno, quante ne abbiamo in tutto? Sei? Sette? È lecito fare battute tutti i giorni, ma io penso che sia una ginnastica mentale e non un’operazione artistica e critica come in teoria dovrebbe essere la satira. È il motivo per cui trovo poco interessante per un comico satirico di oggi affrontare l’attualità, intesa come la notizia del giorno: la battuta sul fatto del giorno la facciamo tutti, a tutte le ore e su tutti i social network. Da un prodotto televisivo mi aspetto qualcosa di più. C’è da fare un altro lavoro.

Pur occupandoti di un genere ancora embrionale in Italia, hai già avuto modo di lavorare con alcuni nomi importanti dell’establishment culturale, a volerlo chiamare così. 

[Ride] Aspetta, cosa intendi con «establishment culturale»? Perché c’è il rischio che non me ne sia accorto.

Beh, hai lavorato con Dandini, Freccero, Guzzanti…

Sono grato a tutte le persone con le quali ho maturato esperienza; sono state presenze generose e delle ottime scuole che ringrazierò sempre, e dalle quali però credo anche di essermi emancipato, perché mi sembra giusto andare oltre, far tesoro di ciò che si è imparato e cercare una strada propria.

Leggevo un tuo commento alla strage di Charlie Hebdo: «fare di autori satirici degli eroi in quanto vittime di atrocità sarebbe un attentato alla libertà di satira quasi più orrendo di un kalashnikov». Perché?

Quello che è successo a Parigi è proprio la negazione della satira: sono state prese sul serio delle esternazioni satiriche, la cosa più sbagliata che si può fare. La satira non è seria. Quando i comici satirici, anche italiani, hanno preteso di essere presi sul serio, hanno vanificato il lavoro che avevano svolto. La satira non deve chiedere di essere presa sul serio, la satira non è seria per definizione. Anche quando una persona cade vittima di individui privi di senso dell’umorismo (come lo è un terrorista: prima ancora che essere un assassino, è una persona priva di umorismo), non bisogna farne un eroe: chi lo fa commette lo stesso errore del terrorista, cioè manca di senso dell’umorismo. Un comico satirico che muore per una sua battuta è un coglione. Lo dico con affetto, e lo considero il massimo tributo: un comico satirico è soltanto un buffone, per quanto sofisticata possa essere la sua battuta. Purtroppo morire per una vignetta non solo è una tragedia, ma è anche la più grande stronzata che ti possa capitare nella vita, è una fine da coglione – e forse quella più adatta a un comico, che lavora col ridicolo per tutta la vita. Ecco, quelli di Charlie Hebdo hanno fatto una fine ridicola.

«Un comico satirico che muore per una sua battuta è un coglione. Lo dico con affetto, e lo considero il massimo tributo»

Cosa ti lega tanto a Woody Allen e perché?

Difficile dirlo, mi ha conquistato quando avevo tredici anni. È questione di impulsi, come quando assaggi una cosa per la prima volta e pensi “ammazza, che buona”. Quando mi ci sono imbattuto la prima volta è stata davvero una folgorazione. Poi col tempo ho visto che la cosa andava oltre: io mi sento espresso da Woody Allen. Sai quando si dice “è una parte di me”? Beh, è una parte di me. Mi sento espresso quando nel suo umorismo tira fuori riflessioni e posizioni sui rapporti interpersonali, sulla visione della vita eccetera. Io le condivido, e non perché le ha dette lui ma perché le penso, e le sento espresse da lui meglio di come riuscirei a farlo io.

Cosa perde la comicità con l’addio di David Letterman?

Letterman è sempre stato un mio riferimento, ciò che mi piaceva di lui è che in tanti anni non si è mai preso sul serio. Si metteva costantemente alla berlina.

CCN Saverio 2

Tra l’altro il programma che hai condotto per anni su RedTV (RaimondoVisione) era modellato proprio sul suo Late Show, se non sbaglio.

Sì, esattamente. Peraltro questo prendere in giro se stesso e il proprio programma è l’unica caratteristica lettermaniana che ho portato anche in CCN, perché per il resto questo nuovo programma non è quel genere di show, è più ispirato ai late night satirici. Rivendico come caratteristica fondamentale di ogni comico il ridicolizzare ciò che fa. Con Letterman perdiamo un genio che ci ha lasciato un’enorme eredità di cose straordinarie. Detto questo, da lettermaniano convinto ti dico che non vedo l’ora che sia l’8 settembre per vedere Stephen Colbert, perché sono un suo enorme ammiratore e sono convinto che con Colbert non rimpiangeremo Letterman: è diverso da lui, ma hanno trovato il migliore sostituto possibile.

Quanto a Comedy Central News, volevo chiederti cosa ci hai messo. Presentacelo.

Guarda, ci ho messo tutto! [Ride] E nonostante questo le puntate durano dieci minuti, siamo andati al nucleo. È un programma che si rifa dichiaratamente al mondo del late night show satirico americano. I modelli di riferimento, più che Letterman e Fallon, sono John Oliver, Jon Stewart, Stephen Colbert del Colbert Report (peraltro Stewart e Colbert sono due grandi nomi di Comedy Central America, quindi siamo in continuità con la casa madre). Non c’è la parte talk, con gli ospiti, una cosa che nella Tv italiana si continua a perseguire. Io e la rete abbiamo voluto fare soltanto comicità, un programma comico dove convivessero la provocazione satirica, anche quella più controversa, con il demenziale, la stupidaggine, la cazzata, la battuta leggera. Queste mille facce, e questo non chiedere mai di essere presi sul serio, secondo me sono novità nel panorama satirico italiano.

Quando arriva un programma satirico in Italia di solito il comico si pone con un atteggiamento militante o guerrigliero, talvolta pure con velleità rivoluzionarie. CCN è un programma comico che ha l’obiettivo di essere divertente. Anche rispetto ai modelli chiari a cui ci siamo ispirati, il risultato non è un calco freddo di quei format: CCN ha spontaneamente assunto un’identità sua, e spero si veda. Sono il primo a esserne sorpreso, dato che mi ero posto come obiettivo l’ossequiosa ma fredda imitazione. E invece è venuta fuori una cosa calda, non mi viene da dire “nuova” perché “nuovo” è un termine vecchio, ma sicuramente è qualcosa di diverso.

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