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Saluti da internet

Siamo andati a vedere come funziona la rete dall'interno. Visita al più grande internet exchange point in Italia, alle porte di Milano.

Internet è ovunque. Invisibile, ubiquo. Ci raggiunge a casa, in ufficio, in treno. Dal computer, dallo smartphone o dal tablet. Ce l’abbiamo in tasca. È sempre da qualche parte che ci aspetta. Eppure, se volessimo definire chiaramente la rete internet dovremmo ricorrere a un’espressione molto simile a “un ammasso di cavi e ferraglia”, liricamente distante dall’idea d’etere di cui sopra. Corroso dal dubbio e dalla voglia di saperne qualcosa di più, Studio ha quindi deciso di entrare dentro il web. Certo, direte, Studio è già su internet (proprio su queste pagine), ma l’obiettivo era andare più a fondo, come in Inception.

Così siamo andati alla periferia nord-ovest di Milano, superato San Siro, dove si trova un edificio dalla pianta bizzarra ricoperto da rigide vetrate rettangolari da sigla di The Office. Lì c’è un hub di aziende del settore IT. Tra queste, oltre a uno dei principali nodi di Google in Italia, c’è Mix, società nata nel 1996 e proprietaria del più grande internet exchange point d’Italia.


Un internet exchange point (Ixp) è una struttura che fa un lavoro molto semplice, elementare quanto importante: smistare il traffico web. «Senza posti come questo» ci spiega Valeria Rossi, general manager della società, «le comunicazioni sarebbero lentissime e complicate, perché non ottimizzate». Immaginate, per esempio, che il web sia composto da dieci computer. Ci sarebbero due modi di connetterli: potremmo unire ogni apparecchio a tutti gli altri, creando una fittissima e ingarbugliata rete, oppure potremmo collegarli singolarmente a un’undicesima macchina, che faccia da “referente” per tutti. Questa macchina si chiama appunto internet exchange point e, nella realtà, opera in un ambiente formato da milioni e milioni di dispositivi. E tutto quello che fa viene detto switching, ovvero, continua Rossi, «ricevere dei pacchetti di dati da una fonte e smistarli al giusto destinatario».

Dopo una breve chiacchierata nella sala riunioni di Mix e la consegna di badge elettronici per l’ingresso sicuro nella stanza delle macchine, siamo entrati dentro Internet. Dalla porta, molto semplicemente. L’exchange point è piuttosto spazioso ma più piccolo di quanto possa sembrare dalle foto di queste pagine. La stanza è piena di mobili metallici e rack su cui lavorano all’impazzata switch, alimentatori, router e server. A pochi centimetri dal soffitto si snoda una rete metallica che sostiene una miriade di cavi, che uniscono una macchina all’altra. C’è un rumore continuo e molesto a causa del sistema di raffreddamento che tiene le macchine lontane dal surriscaldamento e consente alla struttura di restare sempre “accesa” – d’altronde lo avete mai visto spegnersi, internet? Ecco, è anche perché queste strutture sono sempre all’erta e raffreddate al punto giusto.

Centri come Mix si posizionano nella terra di mezzo del web, contesa dai giganti del settore (Google, Microsoft, Amazon) e dalle telecom di tutto il mondo, un lavoro di mediazione tra forze che si contendono il business del futuro con una furia da Game of Thrones. Da una parte, ci ha spiegato Rossi, «ci sono le telecom, i provider, che hanno modelli di business che risalgono alla telefonia», dall’altra i grandi nomi del settore web. Nel nostro paese, i provider (come Telecom Italia, Fastweb, Wind) possiedono gran parte dell’infrastruttura e hanno dovuto investire pesantemente negli ultimi anni per lo sviluppo del web italiano – che rimane tuttora molto indietro rispetto agli altri esempi occidentali – e per questo cercano di presentare il conto ai giganti della Rete, come i già citati Google, Amazon e Microsoft. Per poter mediare al meglio tra queste forze, Mix è nata quale territorio neutrale da un accordo tra 28 operatori di Internet avvenuto nel 2000, che hanno capito di aver bisogno di un attore super partes, per il bene di tutti. Addirittura, il progetto iniziale prevedeva la creazione di una società no profit, proprio perché la missione degli exchange point non è badare al lucro ma far funzionare le cose.


Se nella sala macchine il rumore è piuttosto assordante, una volta chiusa la porta è silenzio di tomba: sono luoghi sconosciuti, questi Ixp. Nascosti, quasi timidi. La prima volta che il mondo è venuto a conoscenza dell’esistenza di Mix, per esempio, è stata nel 2008, quando a causa di un guasto e vari problemi tecnici, la struttura si spense per 58 minuti circa. Risultato: si “spense” anche l’internet in gran parte d’Italia. E il giorno dopo, il caso era sulla prima pagina del Sole 24 Ore. Quindi non preoccupatevi se non avevate mai sentito parlare di queste cose: se nessuno ne parla, vuol dire che tutto va bene.

 

Dal numero 12 di Studio
Foto di Sebastiano Pavia

Immagini: particolare dell’interno di un server; una degli enormi macchinari presenti nel centro; panoramica dell’exchange point in cui si vede la rete di cavi che percorre il soffitto (e il pavimento) della struttura; particolare di uno switch di peering co interfacce FastEthernet, GigabitEthernet e 10 GigabitEthernet (cavi che trasmettono le informazioni dall’esterno a Mix); armadi rack dedicati all’installazione di switch, router e apparati xWDM; particolare di un ADM (Add-drop multiplexer), macchinario che mette insieme vari flussi di dati e li convoglia in un flusso unico.

 

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