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In difesa del sexting

Gli allarmi sui ragazzini che si fanno “selfie hard” sono anacronistici. E, peggio ancora, aiutano i bulli.

I ragazzini fanno sesso. Peggio ancora: i ragazzini fanno sesso digitale. Dove andremo a finire, di questo passo? Ai numerosi allarmi sugli adolescenti che hanno una vita sessuale disinibita, si aggiungono gli allarmi sui teenager che «posano per selfie hard». E così, dopo le inchieste di Beatrice Borromeo sul tema “Sex and Teens” (un reportage in due puntate sul Fatto quotidiano nel marzo del 2014, un documentario dallo stesso titolo su Sky nel giugno del 2015), arrivano i sondaggi sui teen e il sexting (crasi tra sex e texting, cioè lo scambio di immagini e testi erotici in digitale). Così come Borromeo lanciava l’allarme sui quattordicenni che fanno pompini nei bagni tra «alcol, festini e incoscienza», altri lanciano allarmi sugli adolescenti che si scambiano immagini erotiche: «una nuova, pericolosissima moda si sta diffondendo tra i giovanissimi», spiega un noto blog al femminile, «è un gioco pericoloso che continua ad uccidere molti giovani», commenta un sito d’informazione.

Il sottotesto è sempre lo stesso: qualcuno salvi i nostri ragazzi. Con una differenza importante, però: mentre i dati sono già stati utilizzati per ridimensionare l’isteria sugli adolescenti e il sesso, è proprio coi numeri che si alimenta l’allarmismo sugli adolescenti e il sexting. Come faceva notare Davide De Luca sul Post, i dati parlano chiaro: secondo i questionari dell’Organizzazione mondiale della sanità e della società Durex, l’età mediana del primo rapporto sessuale in Italia è intorno ai 18 anni, e meno un quarto dei quindicenni è coinvolto in attività sessuali. Dunque si può giungere alla conclusione che la maggior parte degli adolescenti italiani non solo non fa “sesso selvaggio”, qualsiasi cosa esso sia, ma non fa sesso punto. Dando per assodato che a 18 anni non si è più adolescenti.

Il sexting è visto come una cosa negativa, senza neppure chiedersi il perché

Se passiamo al dossier sexting, però, un recente sondaggio parrebbe corroborare (il condizionale è d’obbligo: ci arriviamo dopo) l’idea che sia una pratica diffusissima tra giovani e giovanissimi (quanto questa pratica sia da condannare e arginare è tutto un altro discorso: anche qui, un po’ di pazienza, ci arriviamo). Dunque, si diceva, il sondaggio. Secondo una ricerca ripresa da molti media, il trenta per cento dei giovani romani «fa selfie con comportamenti sessuali espliciti». Lo studio è stato condotto per conto del Centro Italiano di Solidarietà don Mario Picchi, o Ceis, ente cattolico volto a «prevenire e contrastare l’esclusione sociale delle persone», su un campione di tremila studenti di quattordici scuole scuole romane e di età comprese tra i sette anni ai vent’anni: è «un campanello d’allarme, occorre assolutamente fare rete con le forze dell’ordine, la scuola, l’associazionismo e le famiglie per tutelare i più giovani», ha commentato il presidente del Ceis Roberto Mineo. Presentata a un convegno il cui nome era già un programma, “Selfie: l’immagine imprigionata e violata dei giovani adolescenti”, la ricerca è stata riportata sulle pagine della cronaca romana del Corriere della Sera con un titolo sullo stesso tono, “è allarme, il 30% dei romani in foto provocanti”, e che spiega: «Il 30 per cento dei ragazzi romani ha posato per selfie provocanti, con atteggiamenti sessuali espliciti che spopolano sulla rete», si legge.

Ora, nei dati e nel modo in cui sono stati interpretati esistono almeno tre problemi. Primo: il campione comprende studenti tra i sette e vent’anni e sorge spontaneo domandarsi che senso abbia includere ragazzi tra i diciotto e i vent’anni in un’indagine sugli adolescenti. Non si fa distinzione tra giovani e giovanissimi, insomma, che in uno studio dedicato anche alla sfera sessuale è particolarmente problematico: atteggiamenti erotici preoccupanti in un bimbo delle elementari diventano normali, e anzi salubri, in un giovanotto di 19 anni (uno peraltro si aspetterebbe che i ventenni avessero una vita sessuale più movimentata rispetto ai trenta-quarantenni afflitti dai primi acciacchi). Secondo: si parla di «selfie hard» e di immagini erotiche «che spopolano sulla rete» come se fossero la stessa cosa, e senza specificare chi è a postare queste foto in rete. Eppure c’è una bella differenza tra scambiarsi privatamente scatti osé sullo smartphone (classico caso di sexting), postare foto esplicite di se stessi online (a questo punto non è più un atto privato, ma purché il soggetto sia maggiorenne e consenziente non si vede cosa ci sia di male), e postare foto di terzi online senza il loro consenso: in questo caso si tratterebbe di una violenza, nonché di un reato particolarmente odioso, che spesso prende la forma del revenge porn, ovvero: mi vendico di te rendendo pubblico un selfie che sarebbe dovuto rimanere privato.

Il revenge porn ha tutti i crismi del bullismo. L’obiettivo esplicito è umiliare una persona e non c’entra nulla con una normale attività sessuale, online o offline che sia. Eppure il dossier Ceis non fa alcuna distinzione tra sexting e revenge porn, quasi fossero la stessa cosa o, peggio ancora, l’uno la conseguenza dell’altro. Il che ci porta al terzo e ultimo problema: il sexting è visto come una cosa necessariamente negativa, senza neppure chiedersi il perché. Forse proprio perché sexting e revenge porn sono considerati, erroneamente, come due facce della stessa medaglia: se una manda al fidanzato una foto con le tette al vento, poi è ovvio che quando si lasceranno lui la metterà su Facebook. In base a questo approccio, il problema sono le immagini erotiche, non il cyberbullismo. Lei, dopotutto, se l’è andata a cercare: a pensarci bene, non è un modo di ragionare tanto lontano dal dire che, se una ragazza viene molestata per strada, il problema è la minigonna.

Predicare l’«astinenza dal sexting» è anacronistico

In realtà gli studi seri al sesso digitale, tra i giovani e i giovanissimi, non mancano. Nel 2014 ci ha dedicato un numero monografico Cyber Psychology, la rivista accademica peer reviewed dedicata alla psicologia applicata ai nuovi media. Dei vari studi pubblicati, tra cui se ne segnala uno condotto da ricercatori italiani, il più interessante è “Consensual sexting among adolescents: Risk prevention through abstinence education or safer sexting?”, di Nicola Döring del Politecnico di Ilmenau, Germania. Più che sul sexting in sé, Döring si è concentrata sugli studi e le campagne educative sul tema, analizzandone cinquanta. Ha scoperto che la maggior parte di essi, proprio come il report del Ceis, tendono a colpevolizzare a priori le attività erotiche in digitale: «Stando al quadro teorico predominante, il sexting è un nuovo tipo di comportamento sessuale deviante e associato a molti rischi. Dei 50 documenti accademici analizzati tra il 2009 e il 2013, il 66 per cento lo indica come un comportamento problematico e malsano tra minori e adulti. Tra i documenti che riguardano specificamente gli adolescenti, il 79 per cento inquadra il comportamento come problematico».

Eppure, fa notare la ricercatrice, oramai il sexting è una pratica diffusa tra circa il trenta per cento dei giovani adulti: come si può definire deviante qualcosa di così diffuso? Del resto, visto che i nativi digitali vivono i dispositivi elettronici come estensione del loro corpo – la nostra è «una cultura protesica», dice la cyber antropologa Amber Case, dove cioè smartphone e simili sono vere e proprie protesi – non si capisce perché non dovrebbero includerli anche nella loro sessualità. Infatti si sta diffondendo negli ambienti accademici un nuovo approccio, che vede il sexting come «una normale forma di comunicazione intima mediata dalla tecnologia contemporanea», spiega Döring. E aggiunge: «Un indicatore della normalità del sexting è la sua diffusione tra gli adulti, il cui comportamento non può essere spiegato dalla mancanza di giudizio. Un altro indicatore è la sua frequenza in tutti i tipi di relazioni romantiche e sessuali, incluse quelle serie e durature».

La studiosa giunge alla conclusione che la visione del sexting deve essere «normalizzata» e che le campagne di educazione rivolte ai giovanissimi, anziché additare lo scambio di immagini erotiche come un problema di per sé, dovrebbero puntare il dito contro chi le utilizza a scopo intimidatorio o maligno. Predicare l’«astinenza dal sexting» per prevenire il cyber bullismo è anacronistico così come sarebbe anacronistico predicare l’astinenza dal sesso per prevenire le infezioni da Hiv. Inoltre presentare le attività erotiche digitali come un comportamento deviante, qualcosa di cui ci si dovrebbe vergognare, aiuta a creare un clima di colpevolizzazione delle vittime del revenge porn. Come dire che se qualcuno diffonde un selfie privato in rete, è colpa di chi se l’è scattato, che ha intrapreso un «comportamento rischioso».

Gli allarmi contro i ragazzini che «posano in atteggiamenti erotici» non soltanto sono inattuali, perché non capiscono che al giorno d’oggi posare in atteggiamenti erotici è una forma di comunicazione normale in una relazione sana; ma rischiano di essere pericolosi: rafforzano una cultura che, indirettamente, assolve il revenge porn perché criminalizza le vittime che «se la sono andata a cercare». Piantiamola dunque di parlare del sexting come di una «moda pericolosa». Perché ogni volta che parliamo del sexting come di una «moda pericolosa» stiamo aiutando i bulli.

 

Nella foto, uno scatto dalla fiera Erotica 2006 di Londra. Scott Barbour / Getty Images
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