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In difesa del rosa

Dalla campagna contro Lego Friends ai negozi "Princess Free", abbondano i nemici dei giocattoli da femminuccia. Che, si presume, rincretiniscono le bambine. Ma chi l'ha detto che le principessine sono stupide?

Nella notte dei tempi, gli elefanti non erano tutti uguali. Le elefantine erano di colore rosa confetto, e gli elefanti grigio topo. Per mantenersi così rosa, le elefantesse, che calzavano propedeutici zoccoletti in tinta, dovevano nutrirsi di peonie cresciute all’interno di un recinto, mentre i loro partner maschi si rotolavano nel fango in libertà. Ma Pasqualina non riusciva proprio a diventare rosa, e allora il padre le diceva “non sarai mica una ribelle?” eccetera eccetera… Questa storia di Adele Turin, scritta negli anni Settanta, e che, come avrà previsto il lettore medio-alto, ha un edificante finale pussy-riot, è chiusa dentro al libro Rosa Confetto e altre storie, poggiato sullo scaffale di mia figlia, che l’ha ricevuto in ospedale il giorno in cui è nata, e che sul frontespizio porta scritta a mano la dedica di un’amica: “storie per future donne speciali.” Non ho mai letto il libro a mia figlia. Mia figlia adora il rosa in ogni sua consustanziazione. Per lei, il grigiore di Pasqualina sarebbe solo un’inutile mazzata emotiva, e, io, che non amo particolarmente il rosa nell’abbigliamento, né ho una forte opinione in merito, alle nove e mezza di sera non ho voglia di contraddirla.

Per i cultori del feticcio-libro, la mia copia di Rosa confetto è una riedizione Mottajunior di alcune storie del progetto editoriale Dalla parte delle bambine, che prendeva il nome dall’omonimo saggio del 1973 (prequel di quello di Lipperini) di Elena Gianini Belotti, dove si analizzava la letteratura per l’infanzia partendo dalla tesi che le differenze “di genere” sono dovute a condizionamenti culturali nei primi anni di vita.

Le indignadas in rosa (ma anti-rosa) erano parte della zeitgeist di quegli anni, tantoché nello stesso periodo, le ricercatrici di Princeton avevano fatto la loro analisi allarmista della letteratura per ragazzi, individuando nel ruolo della bambina all’interno dei classici per l’infanzia, l’origine e la perpetuazione di una società retrograda.

Sarà che poco è cambiato, o sarà che le pubblicazioni per l’infanzia hanno subito un’involuzione rispetto alla qualità degli avanguardisti Seventies, ma la questione “rosa” (modelli femminili maschilisti, giocattoli gender-oriented ecc) tira ancora alla grande.

In rete, ho trovato calorosi appelli di “donne ma soprattutto madri” (o viceversa, non ricordo) indispettite dal ruolo della donna nel folklore tradizionale, e di conseguenza nei classici Disney. La grossolana protesta non coinvolge solo casalinghe già fregate da stereotipi pregressi, ma, per dire, in Spagna lo stesso governo Zapatero ha promosso la riscrittura delle fiabe tradizionali, diseducative e sessuofobe.

Non credo che a una bambina leggendo Cenerentola venga necessariamente voglia di passare lo swiffer o di comprarsi un paio di scarpe trasparenti, cosa di cui peraltro non ci sarebbe niente da vergognarsi

Ora, a parte che le fiabe nascono nella società dei clan, e quindi rispecchiano rituali ancestrali, e non si può pretendere… A parte che il principio greco delle kalokagathia, secondo il quale chi è bello (principessa) sarebbe anche buono (principessa) è un concetto antichissimo… Mi chiedo: che cosa dovrebbero dire allora, per esempio, i nani?! Effettivamente, le associazioni di nani ce l’hanno un po’ anche loro su con le fiabe, e poi numericamente ci sono molte più bimbe che nani da difendere dalla cattiva letteratura, ma io non credo che a una bambina leggendo Cenerentola venga necessariamente voglia di passare lo swiffer, piuttosto che di mandare a quel paese la sorellastra, o di comprarsi un paio di scarpe trasparenti, cosa di cui peraltro non ci sarebbe niente da vergognarsi. Dopotutto, parlando di un coevo classico Disney, anche il giovane Semola della Spada nella Roccia sfaccendava, e nessuno ha mai srotolato bandiere per lui (che era pure più simpatico).

Tra le personalità che continuano a sposare fuori tempo massimo la campagna degli anni ’70, c’è Serena Dandini, che su Io donna recensisce il best-seller spagnolo per bimbi (o dovrei dire bimbe) C’è qualcosa di più noioso di essere una principessa rosa? Sebbene la sua chiosa “milioni di ragazze al mondo scoprono troppo tardi che la maggior parte dei rospi rimangono rospi, anche se continui a baciarli” sia effettivamente condivisibile, questo insistere con le bambine sin da piccole a ribadirgli che “non sono diverse” mi sa un po’ di girare il dito in una piaga antica come le fiabe stesse.

Negli Stati Uniti, le campagne che ricadono sotto l’annosa tag “stereotipi di genere” fioccano. Una mamma capopopolo ha filmato sua figlia di 4 anni dopo averle fatto imparare un copione contro i giocattoli rosa, e poi ha condiviso il video su Fb rendendola volto-immagine della sua battaglia.L’azienda Princess Free Zone propone abbigliamento alternativo a quello della principesca cultura dominante.

L’homepage del sito inglese Pink Stinks rimanda all’iniziativa Mighty girls (sottotitolo: how to raise a mighty girl), che promuove sia pupazzetti di signorine dominatrici quasi dotate di frusta, sia libri dal titolo che sembra più che altro uno slogan propagandistico. Ora, il problema di questi eccessi è: che cosa dovrebbe farsene un maschietto di un prodotto del genere? E: veramente le nostre figlie sono ancora così discriminate da meritare collane di libri mirati, quasi fossero non vedenti o dislessici? E se abbiamo (o vogliamo) una figlia maschiaccio, non possiamo semplicemente attingere a ciò che già offre il mercato, e somministrarle Il giornalino di Gian Burrasca?

Ci sono casi di iniziative che, senza essere propagandistiche, rappresentano scenari di apertura molto più interessanti, perché rispondono a un sentimento diffuso senza sposare una tesi o escludere il pubblico maschile.

Prendiamo, per restare in casa Disney, il ruolo non convenzionale di Barbie in Toy story 3, film in cui la leggendaria pin-up fa fesso un fatuo Ken, oppure il personaggio di Brave, la super-rossa che pur di non sposarsi conquista la sua stessa mano in un torneo di tiro con l’arco.

Prendiamo, per esempio, l’intervento del giudice della corte suprema americana Sonia Sotomayor al programma televisivo Sesame Street, nel quale il giudice spiega alle bambine che “principessa” non è una carriera, e la pupazza rosa amica di Elmo si cuce subito addosso una toga con un colpo di bacchetta magica.

Ancora, c’è stato il tentativo di Lego Toys di avvicinare le bambine alle costruzioni attraverso la linea in rosa Lego Friends.

Eppure, anche quando i colossi del mercato o delle comunicazioni fanno un passo in direzione delle bambine, parte subito l’hashtag #LiberateLego, e le neo femministe si lamentano dei presupposti sessisti delle iniziative, accusate di dar per scontato che la bambina sia attratta dal tutù di Abbey di Sesame Street, o da un mattoncino Lego a forma di Rapunzel. Beh, se viene dato per scontato, forse è perché è così, dato che sicuramente sotto a un’operazione commerciale, c’è una ricerca di marketing. Il fatto che il marketing sia anche alla base del successo del rosa è indiscutibile. Prima degli anni cinquanta, infatti, la moda bambino non era ancora stata diversificata per genere, e, addirittura, all’inizio del secolo scorso il fiocco rosa veniva solitamente abbinato al maschietto, perché considerato virile come il rosso, mentre il blu alla femminuccia, per associazione col velo della Madonna. Mi chiedo se anche il blu, con la sua aura di sobrietà, qualora fosse rimasto il colore femminile, avrebbe scatenato lo stesso sollevamento di bandiere.

In ogni caso, pretendere di scindere i gusti innati e quelli imposti dalla moda e dal marketing mi sembra uno sforzo inutile. Trovo al limite del superstizioso pensare che i gusti estetici, anche se abbracciati nella prima infanzia, incidano profondamente nello sviluppo di una personalità. Per quanto mi riguarda, il colore del contrassegno sull’armadietto di una bambina non mi dice molto di quello che sarà da grande. E non necessariamente, portando le nostre figlie a fare circo anziché danza, non stiamo inculcando un modello, che ha, nel suo intento programmatico di allontanarsi da un altro, una matrice culturale, e non naturale come amiamo pensare. Credo che se mia figlia è “nata” avvocatessa, troverà il modo di diventare tale anche se nei primi tre anni di vita ha desiderato e ottenuto qualche mini-pony fucsia.

E mi viene da vagheggiare un futuro apocalittico in cui i maschietti sentiranno il bisogno di una collana di libri per maschietti, che li rassicuri che non c’è niente di male a non amare il rosa.

 

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