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Import-export del viaggio in Italia

Come l’Italia è stata raccontata all’estero e come gli italiani hanno contribuito a produrre archetipi sul loro Paese. Rassegna di un genere.

unnamed-3Presentato lo scorso anno al Sundance, The Trip to Italy di Michael Winterbottom è il film ricavato dalla seconda stagione della serie comedy The Trip, diretta dallo stesso regista e andata in onda sulla Bbc nel 2014. Molto semplicemente: due amici – i comici Steve Coogan e Rob Brydon nel ruolo di loro stessi – impegnati in un viaggio gastronomico a tappe che tocca la Liguria, Roma, Capri, Ravello. Sembra un promo del Ministero del turismo inframmezzato da sketch e ha un sapore di plastica come poche altre cose ambientate in Italia. Il paesaggio come impiattamento. L’impiattamento come paesaggio. Qualcosa di simile succede nel libro (poi diventato film) Mangia, prega, ama di Elizabeth Gilbert, che per il suo giro intorno al mondo di un anno dedicava i quattro mesi trascorsi nel nostro paese al primo imperativo del titolo: Italia uguale mangiare.

La considerazione generale che si può trarre: la riattualizzazione dei racconti di viaggio di Goethe, di Benjamin, Henry James, ovvero i resoconti del Grand tour che hanno cristallizzato l’immagine letteraria dell’Italia all’estero, più ancora del paesaggio, oggi rendono protagonista assoluto il cibo, il vero marchio di fabbrica globale della cultura italiana. È anche in fondo l’elemento che si è più evoluto all’interno di uno sfondo immutato. Perché il paesaggio, le celebrate bellezze architettoniche e artistiche sono rimaste invariate o così si vorrebbe, come lo stesso Henry James si augurava scrivendo di Venezia a fine Ottocento: «Non c’è certamente niente di nuovo da dire a proposito di Venezia, ma il vecchio è meglio di ogni novità», e: «Sarà un giorno triste quello in cui ci sarà qualcosa di nuovo da dire su Venezia».

Ci sarebbe qualcosa di nuovo da dire su Venezia? E su Roma, Firenze, Napoli? Forse anche sì, ma gli stranieri preferiscono non saperlo. Gli stranieri si aspettano che l’Italia soddisfi la loro fame di “antico” e “caratteristico” e gli italiani, commercianti nell’animo, hanno finito per dare al cliente quello che il cliente chiede.

Ci capita di ironizzare sul riduzionismo con cui gli stranieri si sforzano di quintessenziare il sapore d’Italia – l’Italian taste – ma poi spesso ci dimentichiamo che c’è un modo molto italiano di raccontare l’Italia che va incontro alle aspettative degli stranieri. Le reazioni critiche che ho ascoltato in giro a commento del successo di Elena Ferrante negli Usa vanno esattamente in questa direzione. L’immagine di Napoli che esce dalla tetralogia è imperdonabilmente orientalista, non dissimile cioè dall’immagine romanticizzata, coloniale dell’Oriente come luogo del subconscio e di risveglio dei sensi. Esotica, folkloristica, se si considera che l’autrice è italiana, dicono. Uno sfondo di cartapesta che rassicura chi non conosce i fatti.

Ed ecco, per esempio, cosa dichiarava un editore tedesco in una edizione della Buchmesse di qualche anno fa a proposito delle caratteristiche che rendono esportabile un libro italiano: «L’elemento folklorico, pasta, un bel paesaggio, un intreccio giallo, magari un thriller fra i vigneti del Chianti con un ispettore simpatico e un morto con un coltello nella schiena», oppure «un immaginario arcaico femminile, la Sardegna. Per un po’ di anni anche mafia, camorra e ‘ndrangheta hanno funzionato bene».

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Ma esiste un altro aspetto, meno discusso, che ha contribuito a costruire la mitologia del sapore d’Italia: la relazione tra carnalità e latitudini nostrane, specie quelle meridionali. Già Daniel Defoe, l’autore di Robinson Crusoe, scriveva nel Settecento: «La lussuria ha scelto la torrida terra d’Italia / Dove il sangue fermenta generando stupri e sodomia».

Esempi recenti dalla torrida terra d’Italia: la monumentale pubblicità di Dolce&Gabbana all’ombra dei Faraglioni: i corpi, il sole, il mare, il desiderio; oppure la puntata della terza stagione di Mad Men dove i coniugi Draper, lasciati i figli alla tata, viaggiano alla volta dell’Italia per riaccendere la fiamma della passione. Una fiamma che si riaccenderà anche troppo considerato che Don troverà Betty corteggiata da ben due uomini, preda di un sepolto turbamento giovanile.

Forse il connubio tra vacanze in Italia (e in particolare tra vacanze al Sud) e desiderio non è così esplorato sul piano teorico, ma la letteratura e il cinema hanno prodotto un tale numero di ricorrenze, che è difficile non osservare l’esistenza di uno stereotipo forte quasi quanto il cibo, il paesaggio, il folklore. Un’assolata controra d’agosto su una stradina che scende verso il mare, l’eco delle cicale, l’odore penetrante della macchia mediterranea, la roccia grigia e spigolosa che cade a picco sulla costa. Sono sensi e immagini che ritornano in un lungo elenco di opere letterarie e cinematografiche, spesso sfondo di vagheggiamenti erotici. Un paradosso, se si considera che il luogo comune indica un rapporto di proporzionalità inversa tra libertà dei costumi e meridionalità, solo apparente. Anche nella rappresentazione romantica dell’Oriente, la carnalità ribolliva sotto il velo e la repressione sociale e religiosa si accompagnava alla scoperta del desiderio.

Una stradina che scende verso il mare, l’eco delle cicale, l’odore penetrante della macchia mediterranea, la roccia grigia e spigolosa

Prendiamo due grandi autori italiani, uno scrittore e l’altro regista, come Goffredo Parise e Roberto Rossellini. Nei Sillabari di Parise, un racconto intitolato “Estate” si apre con un uomo su un traghetto Ischia-Capri che, in un giorno d’ottobre, dopo aver detto a se stesso: «L’estate è finita», ripensa a un’estate di molti anni prima trascorsa a Capri con la moglie diciannovenne. Una camera nella pensione Scalinatella, con un terrazzino da cui si vedono «pini e tamerici di due verdi diversi, cupolette bianche, terrazze e giù in fondo, di là dai salti di roccia, il mare blu». Poi una passeggiata verso Punta Tragara e fino ai Faraglioni: «Lì entrarono in una cabina si spogliarono in fretta nudi e si guardarono chiusi tra le vecchie assi piene di mare e di sale, poi si abbracciarono per un momento e tutti stretti sentirono il loro odore (lei lo annusò tra il collo e la spalla), infilarono i costumi e scesero verso la grande piscina naturale di mare frizzante fra i picchi». Nei ricordi dell’uomo la giornata a Capri sembra rappresentare un apice, un concentrato di sensi che hanno acquistato nitidezza nel corso del tempo. La stessa idea di estate è legata alla nostalgia. Non è un racconto fatto di stereotipi, anzi, ma è un racconto, indolente e sottilmente erotico, con un senso d’Italia fortissimo.

Proprio a Capri nel 1954 – Il primo volume dei Sillabari esce nel 1972 – Rossellini metteva in scena la fuga dell’avvocato inglese Alexander Joyce (George Sanders) dal suo matrimonio con Katherine (Ingrid Bergman) verso una imprendibile bellezza francese. Le pulsioni di vita e di morte, il desiderio che spinge sulle barriere del controllo, l’elegante rigidità europea che si scioglie nella lentezza del tempo, Viaggio in Italia è la storia di un marito e di una moglie del Nord che vanno in crisi nel Sud, una storia di sentimenti e di identità messe in pericolo dal magnetismo mediterraneo. Ed emblematica, ancora più delle celebre scena finale di riconciliazione, ambientata durante la processione di Maiori in Costiera, la battuta iniziale del film, mentre in macchina i due stanno cercando di raggiungere Napoli. «Dove siamo?», chiede lei. «Non te lo so dire», risponde lui.

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Ancora un altro libro e un altro film, lontani quarant’anni, di due autori europei, Roman Polanski e Martin Amis, raccontano il desiderio in situazioni molto simili, un luogo chiuso immerso nel dominio della natura mediterranea: una lussuosa villa vicino a Conca dei Marini, tra l’altro di proprietà del produttore del film Carlo Ponti (in Che? di Polanski del 1972); un enorme castello di ricchissimi aristocratici inglesi in quello che sembrerebbe l’entroterra cilentano (nella Vedova incinta di Amis, Einaudi 2011), nei pressi dell’immaginario paese di Montale.

In Che? la giovane autostoppista straniera Sydne Rome, per scappare da un tentativo di stupro, si rifugia nella villa del vecchissimo ed enigmatico Noblart. Qui, tra terrazzamenti, torri saracene, natura lussuriosa, il sottofondo delle onnipresenti cicale, donne che girano del tutto a loro agio nude e un gruppo di uomini di varie età non si capisce uniti da quali legami, Rome diventerà preda di un indimenticabile Marcello Mastroianni, in accappatoio bianco, baffetti e occhiali da sole a goccia. Nuda o mezza nuda per tutta la durata del film, Rome è la personificazione della giovinezza che i non più giovani tentano di vampirizzare. Ma c’è anche in controluce una simbolica rappresentazione storico-sociale. Siamo nell’era della liberazione sessuale e la rivendicazione politica del corpo da parte delle donne entra in contraddizione con l’istinto maschile. Il Sud Italia, come luogo per eccellenza di resistenza alla modernità occidentale ma al tempo stesso terreno principe della carnalità, è il campo perfetto per questa battaglia.

Amis e Polanski si incontrarono di persona nel 1979. All’indomani della fuga di Polanski dagli Stati Uniti (dopo il processo per violenza carnale su Samantha Geimer), Amis lo intervistò per Tatler a Parigi, interpretando il ruolo del reporter moralista. Nonostante un’enorme ammirazione dichiarata, gli fece notare che la giustificazione che aveva utilizzato – «Tutti vogliono scoparsi una ragazzina» – oltre a non essere stata felice, non era in fondo così universale. Non era vero, insomma, che tutti gli uomini desiderassero fare quello. Curioso che dopo oltre trent’anni, lo scrittore inglese ambienti il suo romanzo forse più compiuto e bello in una situazione che richiama per alcuni versi l’ambientazione di Che?, un castello in Campania durante un’estate degli anni Settanta, ragazzine di vent’anni sempre mezze nude, il jet-set europeo… E anche qui, se da un lato c’è un legame fortissimo tra desiderio e stagioni della vita – Keith, il protagonista, inacidito dalla sua mezza età, ricorda quell’estate di oltre trent’anni prima – dall’altro viene rappresentato il desiderio da un punto di vista storico, riflettendo, e molto più apertamente rispetto a Polanski, sulle ricadute dei cambiamenti sociali degli anni Settanta sul piano personale. Davanti al castello, nella piscina dove passa il tempo a guardare il topless di Scheherazade, in “un’orgia di impressioni sensoriali, Keith pensa: «Questo è il culmine della mia giovinezza. Qui si deciderà ogni cosa». E il paesaggio, nella sua calda immobilità – «il sole, le cicale, i seni, le farfalle» – sembra dare a questo preciso momento dell’esistenza l’immagine perfetta. Forse perché, come scrive Amis, «l’estate in Italia non era arte, era soltanto vita». L’Italia, insomma, come età della vita.

Pare che il romanzo I lanciafiamme di Rachel Kushner, uscito nel 2014 per Ponte alle Grazie, acclamato in patria come uno dei migliori romanzi del 2013 (pesante endorsement di Jonathan Franzen tra gli altri), abbia avuto difficoltà a trovare un editore italiano per la sua rappresentazione degli anni di piombo in Italia. Una rappresentazione esotica, secondo alcuni. Il terrorismo virato in toni romantici da un’americana. Eppure leggendo quelle scene, per quanto stilizzate o non esattamente verosimili, la domanda che si fa spazio è: esistono romanzi italiani con cui fare il confronto? La risposta, confortata da ricerche su Google a sostegno di possibili dimenticanze, è: no.

L’incisore, architetto e teorico dell’architettura italiana, Giovanni Battista Piranesi, noto anche come Giambattista, nel 1745 produsse la serie Varie Vedute di Roma Antica e Moderna da cui sono tratte queste immagini. La città, definita da Giambattista una “magnifica ossessione”, al tempo rappresentava un centro di riflessione sulla storia e una prestigiosa tappa del Grand Tour.
Dal numero 24 di Studio in edicola.
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