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Il viaggio di Lamin Jawo è appena iniziato

Dal Gambia alla Libia, poi in Sicilia su una barca instabile, con la volontà di giocare a calcio in Italia. Prima il centro di accoglienza a Savona, poi il contratto con il Vado, Serie D, i complimenti di Gasperini e l'ambizione di salire sempre di più.

Lamin ce la sta facendo. È al limite dell’area, deve fare qualche passo in più, entrare e provare il colpo della vita, quello che vale tutto e chissà dove ti fa arrivare, con l’eco dell’ovazione che parte da lontano. Lontanissimo. Cerca gloria a piccole gocce o anche in un sorso unico, anche se è giovane, anche se sta imparando adesso tutto, la lingua e la durezza di un calcio che però agognava. Vuole segnare e sognare: era tutto quello che si augurava nelle ore infami trascorse sul barcone, mentre attraversava il Mediterraneo e come tutti sperava di arrivare dall’altra parte. Aveva alle spalle le difficoltà di una terra tormentata, e davanti l’idea di poter sbarcare e giocare a pallone.

Jawo viene dal Gambia, il più piccolo stato dell’Africa, circondato dal Senegal e con quasi la metà della popolazione che vive sotto la soglia di povertà.

Lamin Jawo viene dal Gambia, il più piccolo stato dell’Africa, circondato dal Senegal e con quasi la metà della popolazione che vive sotto la soglia di povertà. Voleva diventare calciatore e infatti è in campo, ma non è stato facile: il viaggio via terra fino in Libia, il barcone fino in Sicilia, l’arrivo da profugo, il centro di Siracusa, due mesi dopo quello di Elmas, in Sardegna. A nemmeno diciott’anni, perché Lamin è del ’95 e al suo arrivo siamo a cavallo tra settembre e ottobre del 2012. «Cercavo un futuro, e lo cercavo nel calcio. Sapevo dei rischi che correvo nel viaggio, ma quando hai voglia di ottenere qualcosa di importante accetti anche di osare così tanto». Madre e fratello rimasti a Serrekunda, lui alla ricerca di un punto d’approdo per la sua passione per il calcio, che in Gambia era la squadra giovanile dello Steve Biko e mai sarebbe diventato niente di definitivo, perché il professionismo lì è lontano e comunque è un’altra cosa. Forse pensava di attendere di più, ma ci pensa il pallone a curare le proprie traiettorie: al centro di primo soccorso e accoglienza di Elmas Lamin gioca con gli altri, il direttore lo vede e gli chiede se vuol provare in Prima Categoria, ma non ha i documenti e dunque non si può. Deve aspettare che arrivi tutto per essere in regola e poterci provare davvero, ma intanto gioca negli amatori e segna tanto.

Gli dicono di un provino a Savona, proprio al centro gli danno l’idea: «Perché non vai?». Infatti va, piace anche, molti lo notano, il Savona pensa di tesserarlo ma ancora una volta sono i documenti che mancano a tenerlo lontano: «Quando  è arrivato tutto quello che serviva, era tardi per rispondere a quella chiamata». Ma in quel provino altri appuntano il suo nome e Giambattista Alimonda, procuratore, gli dice che far strada, con quelle caratteristiche, è possibile e gli darà una mano. Nel frattempo Lamin è maggiorenne, deve lasciare il campo di giorno e può tornarci solo la sera. Così a Elmas lo prende in custodia un ex calciatore dilettantistico che nel frattempo ha aperto un bar: Carlos Perez, argentino, gli va incontro spontaneamente per tutte le esigenze e diventa fondamentale perché il ragazzo partito dal Gambia con tanta speranza possa attendere i documenti in serenità e continuare a pensare al pallone come sbocco della propria vita. Non che le procedure diventino rapide, ma quella mano è una manna, fino a quando non arriva la chiamata. Stavolta davvero: dal Vado, poco più in là rispetto a Savona e nella squadra che ora gioca nel girone A della Serie D, ma è anche la prima ad aver vinto la Coppa Italia, nel 1922.

È agosto e non c’è ancora tutto quello che serve per il tesseramento. Ma arriva, ora i tempi sono brevi e Lamin dunque si può allenare, può giocare intanto le amichevoli inclusa una con il Genoa che gli vale i complimenti di Gian Piero Gasperini («Quella partita contro il Genoa è un ricordo bellissimo, i complimenti una cosa inaspettata») e che conferma il desiderio autentico del Vado di averlo presto in organico. A un certo punto diventa possibile e adesso Lamin Jawo è un attaccante che gioca in Serie D, da dieci giornate e si sta integrando perfettamente. A Vado sono felici, lui nemmeno a dirlo: «Sto giocando, ho iniziato a realizzare il mio sogno. Mi diverto, poi qui mi sento in famiglia, sono coccolato e ho molte attenzioni». Arriva da punta esterna, ora gioca più centrale: fisico da gazzella, un metro e novanta su un corpo leggero. Abile in progressione, da quando gioca centrale più concentrato sul controllo spalle alla porta, striscia di capelli bionda, vezzosa, ma non una follia da ragazzaccio. Quasi un omaggio: «Alla Pogba – dice –, un giocatore che mi piace molto». Occhio che non è un calciatore qualsiasi di una squadra qualsiasi: ma uno dei più rappresentativi della Juventus. E nemmeno Juventus è detta per caso: «Vorrei arrivare a giocare lì, nella Juve. Sogno la Serie A e soprattutto sogno quella maglia. Mi piace da quando ero piccolo, avevo dodici-tredici anni la prima volta che ho visto la Juve, innamorandomene».

Poi può essere una squadra diversa, ma a diciannove anni è tutto lecito e chi ha fatto tutta quella strada non ha certo voglia di sogni medi, ma pensa più in grande che può. Non si lascia una vita alle spalle senza la certezza di riuscire a costruirne un’altra se non si hanno spinte emotive enormi. «Lavoro ogni giorno per migliorare: ho sempre voglia di crescere, di imparare, di integrarmi. Voglio fare qualche gol in più (ne ha segnato uno, ndr), magari trovare spazio in qualche squadra più in alto. Salire sempre, anche piano: ho tempo, ma ho voglia. E poi la mia vita è come gioco: sempre all’attacco, veloce appena posso. Se mi capita, dribblo». Dribblo è una parola forte: un modo talentuoso per schivare l’ostacolo, ma anche una gioiosa ostinazione di saltare chi si para davanti con grazia e bellezza. Che è la bellezza di chi ci prova, scommettendo moltissimo su di sé e sui passi in un mondo sconosciuto, appena visto epperò desiderato. Quando  è partito dal Gambia, si dirà, non poteva essere sicuro di trovare una squadra, quindi di cominciare a diventare calciatore. Dirà qualcun altro, però. Non lui: «Non ho mai pensato di non potercela fare. Sono partito dicendomi: “Posso giocare in Italia, perché sono bravo”». Lamin ce la sta facendo.

 

Illustrazione di Filippo Pellini

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