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Il tragico caso del Dr. V.

Come un lungo articolo iniziato con una mazza da golf rivoluzionaria si è concluso con una tragedia e si è trasformato in un caso giornalistico internazionale.

Caleb Hannan è un trentunenne giornalista freelance americano. Vive a Denver e ha la passione per il golf. Per questo motivo, una notte insonne di quasi un anno fa, si è messo a cercare su Youtube dei tutorial per migliorare il suo swing e si è imbattuto così in un video che introduceva al pubblico un putter rivoluzionario. Il putter in questione – raccontava il video – era stato progettato da una donna chiamata Essay Anne Vanderbilt e prometteva di migliorare drasticamente le prestazioni di qualunque giocatore, dall’amatore al professionista. Incuriosito, Hannan ha deciso di saperne di più, sul putter e sul suo inventore, soprannominato Dr. V. Con una certa sorpresa ha però rapidamente appreso che, per quanto favoloso prometteva di essere il ferro, le informazioni su Essay Anne Vanderbilt erano molto scarse, praticamente inesistenti. In particolare Google non restituiva né video, né foto.

Proseguendo nelle sue ricerche e approfondendole, in capo a qualche giorno in realtà Hannan qualcosa sul conto della Vanderbilt lo scopre e, dopo uno scambio di mail un po’ strano in cui la donna chiede al giornalista di “concentrarsi sull’invenzione e non sull’inventore”, alla fine riesce anche ad avere un contatto telefonico più o meno off the record con lei. Essay Anne gli racconta di essere un fisico laureato al MIT (un fatto menzionato anche nel primissimo video visionato da Hannan), di aver lavorato per l’esercito americano al progetto del bombardiere Stealth e, proprio grazie a queste sue competenze, di essere riuscita a sviluppare – pur capendo poco o nulla di golf – un putter migliore di quelli già presenti sul mercato, più performante semplicemente perché più scientifico. Vanderbilt ha anche una buffa storia per spiegare come un’ingegnere del Pentagono senza nessuna nozione di golf, un giorno si sia improvvisata designer e imprenditrice di mazze fondando una sua piccola azienda indipendente – dotata di un sito piuttosto approssimativo – di nome YAR; nonché una spiegazione per la scarsità d’informazioni sul suo conto e per l’assenza di sue immagini in rete: la prima circostanza è dovuta al suo precedente impiego top-secret, la seconda a un problema di emicranie a contatto con il sole che le rendono doloroso passare troppo tempo all’aria aperta. Nel corso dell’amichevole conversazione, la Vanderbilt sottolinea nuovamente che se il giornalista intende scrivere qualcosa sul putter a lei sta bene, a patto però che l’articolo enfatizzi le qualità dello strumento e non le vicende del suo creatore.

Alla fine della telefonata, la Vanderbilt promette anche ad Hannan di fargli spedire un putter personalizzato con il suo nome in calce e, quando effettivamente gli arriva per posta, Caleb constata piacevolmente notevoli progressi nel suo gioco. La faccenda – per quanto un po’ strana – potrebbe anche finire qui se il giovane giornalista nel frattempo non avesse proposto la storia del putter e della sua creatrice a Grantland, il sito di long-journalism sportivo diretto da Bill Simmons e targato ESPN, e quindi non avesse, da reporter, l’esigenza di condurre alcune verifiche sulla veridicità delle informazioni in suo possesso.

Ed è qui che cominciano i problemi. Non solo Hannan non trova nessuno che possa smentire o confermare la partecipazione di una certa Easy Anne al progetto Stealth – cosa tutto sommato prevedibile e comprensibile data la natura top-secret dello stesso – ma il nome della Vanderbilt non appare in nessun registro dell’MIT, né di nessun’altra istituzione universitaria che la donna dichiara di aver frequentato. Di discrepanza in discrepanza, i contorni delle credenziali della Dottoressa V. si fanno sempre più friabili finché Hannan – attraverso una ricerca più sofisticata su Google – riesce finalmente a trovare in rete un riferimento, il primo, a una certa Essay Anne Vanderbilt. Non è però quel che si aspettava di trovare. Questa E.A. Vanderbilt non è un’ingegnere aeronautico laureato al MIT ma un capo-meccanico impiegato nel settore pubblico, che nel 2007 ha denunciato l’amministrazione di una città dell’Arizona per discriminazione sessuale sul posto di lavoro e nel 2011 ha dichiarato bancarotta con debiti personali di oltre un milione di dollari.

Questa E.A. Vanderbilt non è un’ingegnere aeronautico laureato al MIT ma un capo-meccanico

Seguendo questa pista Hannan alla fine riesce ad avere una conversazione telefonica con un ex collega di questa nuova Vanderbilt, il quale gli fa sibillinamente capire che la Vanderbilt in realtà è un transessuale. Hannan scopre così che Essay Anne in realtà è nata nel 1953 a Philadelphia con il nome di Stephen Krol, un uomo con due matrimoni e diversi figli alle spalle; che ha iniziato le pratiche per il cambio di nome e di sesso nel 2003; che in seguito ha lavorato come barista, cameriere e meccanico; che si è trasferita in Arizona nel 2007; che lì si è innamorata di una donna chiamata Gerri Jordan; che a un certo punto ha effettivamente progettato un putter; che ha convinto alcuni importanti esponenti del mondo del golf delle qualità di quest’ultimo e che, soprattutto, nel 2008 ha tentato il suicidio.

Hannan scopre tutte queste cose, quasi accidentalmente, nel corso di una legittima investigazione sulle credenziali della donna – le scopre facendo il suo lavoro di reporter ma poi, a un certo punto, commette forse il più grave errore deontologico di tutta la vicenda. Ovvero: dopo aver provato nuovamente il putter e avere constatato che il miglioramento di risultati dei primi test era probabilmente più imputabile a una sorta di effetto placebo dovuto a un pregiudizio positivo sullo stesso – a sua volta imputabile a tutta l’affascinante storia e alle incredibili credenziali del suo inventore – Hannan si mette in contatto con uno dei principali investitori nella YAR, la società della Vanderbilt, un uomo che ha finanziato il putter per oltre 60.000 dollari senza avere ancora visto il minimo ritorno e che nel corso dell’intervista si auto-definisce “estremamente credulone”, e con lui inizia a smascherare le bugie della donna, non limitandosi semplicemente alle sue finte credenziali – effettivamente rilevanti sia per gli interessi dell’investitore sia per la storia che Caleb sta scrivendo per Grantland – ma spingendosi a farle fare un outing forzoso, con effetti devastanti sull’equilibrio della Vanderbilt che appare via via sempre più precario in una serie di mail e telefonate che mischiano suppliche e minacce per convincere Hannan a non pubblicare il pezzo, fino all’epilogo più tragico immaginabile: il suicidio della Vanderbilt il 18 ottobre 2013.

È una storia incredibile e raccontata molto bene che si legge come un resoconto postumo amaro

Circa tre mesi dopo, il 15 gennaio scorso, su Grantland appare un pezzo di 8.000 parole, firmato Caleb Hannan e intitolato Dr. V’s Magical Putter, che racconta quello che ho riassunto fino a qui, dalla notte insonne dell’autore fino a un dispiaciuto ma asciutto resoconto del suicidio della Vanderbilt. È una ricostruzione dell’investigazione di Hannan, dei suoi contatti diretti – mail e telefonate – con il Dr. V., delle sue interviste con personalità del mondo del golf e con conoscenti, amici e parenti della donna, di ciò che ha scoperto sul suo conto – dalle finte credenziali al suo passato come uomo – è anche un pezzo sul golf e  sui prodigi o supposti prodigi del putter in questione. È una storia incredibile raccontata piuttosto bene che però, alla luce della tragedia di cui il pezzo stesso è stato in qualche modo causa, si legge come un resoconto postumo molto amaro.

Nelle prime 48 ore dopo la sua pubblicazione, l’articolo di Caleb è stato uno dei più apprezzati e condivisi nell’intera storia di Grantland. Ha ricevuto il plauso e le lodi di David Carr e altri importanti critici americani, è stato ripreso da numerosi siti come un brillante esempio di storytelling e giornalismo investigativo; quasi che le sfumature dark di tutta la vicenda, alcune gravi mancanze di empatia del reporter nei riguardi del soggetto della storia, il mancato rispetto della privacy da lei esplicitamente richiesta, non fossero state completamente comprese o prese abbastanza in considerazione. Lentamente però, con l’aumentare delle condivisioni, alcuni di questi aspetti hanno iniziato a emergere, la percezione del pezzo a cambiare di segno e sempre più lettori a esternare la loro disapprovazione per il modus operandi troppo disinvolto del giornalista e per la decisione di Grantland di pubblicare un articolo la cui stessa confezione aveva molto probabilmente e più o meno indirettamente spinto un essere umano al suicidio.

L’articolo di Caleb ha ricevuto il plauso di importanti critici americani, è stato ripreso come un brillante esempio di storytelling

Nel giro di poche ore quelle prime poche voci contrariate sono diventate un fiume in piena di sdegno e la ricezione della storia si è ribaltata completamente, fino a diventare un clamoroso caso giornalistico negli Usa. Più di tutto, ciò che veniva contestato ad Hannan era l’aver forzato la Vanderbilt a fare outing, non avere tenuto sufficientemente conto dei numerosi indicatori della fragilità emotiva della donna, l’aver ignorato le sue richieste di restare ai margini della storia che stava scrivendo, nonché una statistica che parla di un tasso di suicidio tra i transesssuali 26 volte più alto della media nazionale: insomma l’aver scavato in aspetti della sua vita in alcun modo pertinenti alle sue credenziali come inventore di una nuova mazza da golf.

Da lì il dibattito si è ramificato in molte direzioni diverse: c’è chi ha imputato le leggerezze del giornalista alla crescente mancanza di esperienza e preparazione dei reporter e in particolare dei freelance che, a differenza di un tempo, sono sottoposti a un eccesso di pressione per trovare storie sempre più incredibili così da farsi un nome e pagare le bollette, nonché a lavorare in habitat sempre più “giovani” e “informali”, privi di “decani” e “maestri” nella posizione di impartirgli le giuste lezioni su come fare il loro lavoro in modo eticamente impeccabile. C’è chi ha imputato l’accaduto alla mancanza di esperienza e sensibilità non solo dei reporter e dei freelance ma anche e soprattutto degli editor, in questo caso quelli di Grantland, smaniosi di mettere le mani su articoli sempre più sensazionali in nome dei click. C’è chi ha fatto notare come l’articolo sia un caso tra i tanti nel giornalismo americano, specie in quello narrativo, in cui lo scrittore dà precedenza alla storia piuttosto che al rispetto per gli attori della stessa. C’è chi vi ha visto l’inizio della fine per Grantland e, più in generale, l’occasione per una riflessione sul long-journalism di nicchia.

E poi c’è Bill Simmons – l’editor in chief e creatore di Grantland, l’uomo che ha dato la luce verde definitiva alla pubblicazione dell’articolo – che, nel mezzo di questa valanga di commenti e polemiche, ha scritto un editoriale a mio parere impeccabile, per spiegare le ragioni dietro la sua decisione, analizzare gli errori commessi e caricarsi interamente della responsabilità dell’accaduto, dalla confezione alla pubblicazione del pezzo, in modo da alleggerire le spalle del giovane giornalista. Simmons accusa se stesso e il suo staff per la leggerezza e l’ignoranza con cui Grantland ha trattato un tema delicato come la sensibilità transgender lungo tutto il decorso della faccenda, recando un danno a quella comunità, ai lettori del sito e anche a Caleb Hannan, il quale, data anche la giovane età, meritava – ammette sempre Simmons – editor migliori, più sofisticati e attenti, di quelli che ha trovato in questo caso.

 

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