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Il telecronista, Maradona e l’aquilone cosmico

Storia di Victor Hugo Morales, il commentatore calcistico più famoso del Sud America, che immortalò il gol del secolo di Maradona con una telecronaca diventata leggenda. E che commenterà con Diego i Mondiali in Brasile.

La pancia di acciaio e plastica adagiata sulla pista d’atterraggio digeriva i rumori e tratteneva i silenzi. Tornava dalla Colombia dopo una partita di qualificazione al Mondiale del 1986, quando il jumbo delle linee argentine era stato costretto a fare scalo a Lima per un guasto tecnico. A quel tempo i passeggeri venivano obbligati a restare all’interno, ostaggi di una balena volante, e quella volta capitò anche al ct Carlos Bilardo, a tutti i giocatori della nazionale albiceleste, al commentatore José María Muñoz e al radiocronista Victor Hugo Morales.

Nella parte posteriore Victor Hugo sta leggendo Cortázar. In testa, el Gordo Muñoz organizza partite di truco e mette in palio cravatte. Nel buio dell’immensità, la torre di controllo segna lo scorrere del tempo come una clessidra di luce. Verso le tre del mattino Diego Armando Maradona attraversa il corridoio con passo indolente, il passo di chi è attratto da qualcosa e proprio non può fare a meno di scoprire cos’è. «Come va Victor Hugo?», gli chiede. Il commentatore uruguagio allora alza gli occhi, posa il libro sul petto, e sorride: «Come va Diego?», risponde. Così inizia una conversazione sull’autore argentino tra il più grande giocatore del mondo e il giornalista. Uno seduto, l’altro con il gomito adagiato sull’estremità superiore del cuscino. Si davano del lei, ancora oggi si danno del lei, e quello (a parte le conferenze stampa e le partite ufficiali) resta uno dei pochi incontri faccia a faccia tra i due.

Pochi mesi dopo l’Argentina vince il Mondiale. Al successo la trascina Maradona, che era già Maradona ma con quel Campionato del Mondo lo è diventato ancora di più realizzando il capolavoro che tutti riconosciamo come il gol del secolo. E a raccontarcelo (meglio di tutti) è stato Victor Hugo Morales. C’è qualcosa di magico che lega questi due personaggi, le loro vite, le loro gesta. Come due strade che ne incontrano una terza, ai Mondiali del 2014, in Brasile, Maradona e Victor Hugo si ritroveranno a commentare gomito a gomito l’evento per una televisione venezuelana, Telesur. E la cosa, dunque, merita qualche riflessione.

 

ESSERE VICTOR HUGO MORALES

Victor Hugo Morales non è mai stato soltanto una voce. Ha scritto due autobiografie, rilasciato un centinaio di interviste, e in un certo senso può essere considerato uno dei grandi narratori del nostro secolo. Di sé ha detto: «Sono un attore e ci credo. Si accede la luce rossa, il microfono, e ricordo il testo. Ricordarlo per me è costruirlo, è fare un clic verso altre cose. Però, non appena finisco di narrare quel testo non esiste più». Nelle sue radiocronache c’è sempre un guizzo, e un’immagine appare nella testa di chi lo sta ascoltando. Ha rotto il paradigma del racconto calcistico ispirandosi alla letteratura, nessuno lo aveva mai fatto prima di lui. Victor Hugo Morales ha una memoria prodigiosa. Chi lo conosce dice che può citare interi passaggi di libri o formazioni calcistiche con la stessa facilità. Ha scritto anche un romanzo, Un grido nel deserto.

Da ragazzo giocava a calcio nei dilettanti. Poi, a quindici anni, ha capito che non era la sua professione perché non era abbastanza forte. Allora ci ha provato con il basket, ma l’artrosi alle ginocchia lo ha fatto virare al tennis. Ci ha giocato a lungo, quasi ogni giorno, perché lui, Victor Hugo, è uno che ama la competizione. In una lunga intervista (assolutamente da leggere) rilasciata nel 2012 a Martín Becerra e Ana Fornaro ha detto: «Le bandiere danno un senso alla mia vita, però prendere parte visceralmente a una cosa ti porta a commettere errori e ad agire per vanità. Io sono per prendere posizioni e ne sono contento. Tranne per ciò che riguarda il campo, non c’è nessuna causa per cui mi pento troppo». Ha iniziato la carriera giornalistica quando aveva sedici anni, era il 20 aprile del 1964 e a Colonia Radio, in Uruguay, cercavano dei ragazzi. Ha fatto tutto, ma la gavetta è durata il tempo necessario. A soli diciotto anni, dopo aver commentato un incontro tra il Nacional de Montevideo e una selezione giovanile argentina, viene assunto.

Victor Hugo è nato a Cardona, che è un paese di seimila abitanti, però predilige le grandi città, la frenesia, la gente, gli edifici, anziché la natura che lo rende passivo. Ama il cinema e il teatro. Rifiuta la tecnologia. Non ha cellulare e non usa l’email, non risponde al telefono di casa: ci pensa la moglie. Nell’ufficio di Buenos Aires, in Argentina, dove si trasferisce nel 1981, aveva una scrivania e un tavolo con un computer che non toccava mai. Non si connetteva a Internet. Rispondeva al telefono e spegneva la luce, ecco tutto. Ma non per questo Victor Hugo Morales è un anticonformista, ha solo un po’ di nostalgia per il mondo com’era una volta, quando la gente non stava davanti alla televisione ma si riuniva, usciva, condivideva porzioni di reale o immaginazioni radiofoniche. Forse è per questo che resta ancora aggrappato alle certezze dei libri che profumano di carta, o alle poltroncine di un teatro con il numero di posto inciso sulla targhetta di metallo lucido. Da giovane, in Uruguay, dopo la morte di Carlos Solé, il più grande commentatore dell’epoca, Victor Hugo non ci ha messo molto a prendersi il trono e la corona. Era un ribelle, succhiava la vita come un bohémien, girava i bar, viveva la notte, le partite e la musica. L’incontro con Maradona è arrivato dopo. E Victor Hugo è andato a cercarselo.

IL GOL DEL SECOLO

Quando Victor Hugo si trasferisce in Argentina, Maradona inizia a giocare nel Boca. Così, per il commentatore uruguaiano è stato facile diventare il più grande di tutti. Al debutto come radiocronista el Pibe ne segna due. Uno su calcio di rigore. E Victor Hugo: «Ha lasciato andare il pallone come una lacrima». Una volta Maradona ne fa un altro contro la Fiorentina. E Victor Hugo: «Se Michelangelo lo vedesse, lo dipingerebbe». Ma il capolavoro passato alla storia coincide con quello di Diego Armando Maradona: il gol segnato dall’attaccante argentino all’Inghilterra. Da un paio di mesi Victor Hugo aveva smesso di fumare. Era andato fino in Svizzera, da un parapsicologo, perché gli avevano parlato di uno che faceva miracoli. Quello in effetti lo aveva guardato, gli aveva messo una mano sulla fronte e una sulla nuca. Alla fine Victor Hugo aveva lasciato lì il pacchetto di sigarette. «Credere o scoppiare», ha detto una volta. Fatto sta che in Messico ci era arrivato con quattordici chili in più. Ma la sua voce almeno è salva. A un certo punto di quel pomeriggio di giugno del 1986 Maradona prende palla a centrocampo, guarda l’infinito, punta il portiere e parte in quella cavalcata solitaria che è ormai un classico. La voce di Victor Hugo Morales accetta la sfida della velocità, non rincorre, si adegua, cresce passo dopo passo, tocco dopo tocco, decisa a seguire i movimenti di Maradona. Non sembra aver bisogno di ossigeno: le parole sono il suo ossigeno. Trascende. Dice: «Genio, genio, ta ta ta ta».

Non descrive, non narra. Ma continua. A un certo punto: «¡De qué planeta viniste, barrilete cosmico!». Aquilone cosmico, un’espressione che da allora lo accompagna come Sancho Panza.

Perché entra nella storia? Perché quella radiocronaca ci emoziona enormemente e anche a distanza di così tanti anni? Nessuno si ricorda il commento del Gordo Munoz che è stato anche utilizzato nel film ufficiale della Fifa, Hero. Tutti noi associamo la giocata di Maradona alla corsa parlante di Victor Hugo e viceversa, anche se per lui quel frammento del «ta ta ta ta» non è mai stato un grande racconto. Non descrive, non narra. Ma continua. A un certo punto: «¡De qué planeta viniste, barrilete cosmico!». Aquilone cosmico, un’espressione che da allora lo accompagna come Sancho Panza. Una banca di Madrid l’aveva utilizzata per creare una cassa di risparmio denominata proprio così, «Barrilete cosmico», come a dire che è il meglio che si possa trovare in giro. Forse prigioniero di questa continuità, Victor Hugo Morales aveva smesso di (ri)ascoltarsi. «Poi mi è sembrato un po’ ingrato. C’è stato un tempo che, prima del gol, mi sembrava che qualcuno mi stesse filmando correndo nudo e ubriaco per strada. Avevo paura di raccontarmi e parlare in quel modo. Quel gol è come uno spogliarello spirituale». È il gol che gli ha cambiato la vita. È il gol più visto della storia, e la sua radiocronaca la più ascoltata. È stata tradotta in quasi tutte le lingue del mondo. Su Youtube le visualizzazioni scoppiano ancora oggi, e il 29 gennaio scorso è apparsa una versione restaurata del film, un’angolazione inedita: dalla porta di Shilton. «Con il Brasile nell’ ’82 mi sono venute le lacrime quando ha perso con l’Italia. Mi si è spezzato il cuore sentendo il silenzio del pubblico brasiliano. Non capivano niente dalle tribune. Ho narrato con le lacrime quando nell’ ’86 la Danimarca ha battuto l’Uruguay 6 a 0. Facevo la cronaca e piangevo perché ero molto addolorato per quanto stava succedendo e molto indignato per come erano state fatte le cose. E ho pianto nel gol di Diego. Tra l’altro, piangevo di allegria, di rabbia, di emozione, di tutte le cose che a volte si lasciano libere. Sono stati tre o quattro gli episodi in cui mi sono sentito molto vulnerabile». E poi c’è il gol perfetto (per lui). Quello in cui nomina tutti i giocatori dell’azione, il gol dell’Argentina alla Grecia a Usa ’94, l’ultimo di Diego in un Mondiale.

ASPETTANDO UN ALTRO GOL DEL SECOLO

Da quel giorno di giugno, in Messico, ventotto anni sono trascorsi. Maradona è da tempo un ex che brilla nell’eternità, e anche la voce di Victor Hugo Morales sta invecchiando. Ha detto di essere diventato abbastanza sordo, e questo pare avergli tolto molta immaginazione. Da quindici anni non usa le cuffie e questo, assicura, «fa perdere la concentrazione, l’emozione, e mi manca enormemente». Ogni tanto deve affidarsi ai gesti, una mano sull’orecchio, per poter ancora ritrovare il tono e il volume. A chi gli ha chiesto: andiamo Victor, perché no, un apparecchio acustico può funzionare, lui ha risposto che preferisce attendere un po’. Come usare gli occhiali, «perché quando accetti la perdita e la correggi questa si impadronisce di te. Appartengo a una razza strana. Non prendo quasi medicine, mi piace sapere che mi posso curare da solo, a modo mio».

Telesur, la televisione venezuelana, ha messo in piedi un programma di approfondimento per i Mondiali in Brasile. Victor Hugo Morales e Maradona non commenteranno le gare in diretta, il loro sarà un programma di analisi, un misto tra calcio e politica. Lo spot promozionale della trasmissione è ovviamente il filmato del gol di Maradona contro l’Inghilterra e l’audio è quello di Moralas. Facile. Scontato. Ma l’incontro tra il vecchio commentatore uruguagio e il Pibe de oro con le rughe e con i capelli bianchi, lì, insieme, allo stesso Campionato del Mondo, rappresenta comunque molte, nostalgiche metafore. È come se il personaggio di un grande romanzo incontrasse il suo narratore. È come immaginare il Capitano Achab e Ismaele seduti sulla panchina del porto, un tramonto rosso fuoco che brucia negli occhi, ormai troppo vecchi per salpare sul Pequod, porco mondo, ma pronti ad avvistare un’altra Moby Dick che sfiati all’orizzonte. «Capitano! Guardi!», ed ecco un altro gol del secolo passare sotto i loro occhi, gli occhi di tutti, anche di quelli che il gol del secolo lo hanno creato e plasmato. Del resto, c’è qualcosa di indissolubile che lega quel gesto marziano al racconto che proviene dalle viscere dell’immaginazione di Victor Hugo. Anche se possono vivere l’uno senza l’altro, è insieme che germogliano grandiosità. E bisognerà inevitabilmente aspettare che questo secolo finisca, che un pallone attraversi il cielo come un “barrilete cosmico”, per sapere chi e come segnerà un nuovo gol per la storia di questi cento anni. Intanto, quella che conosciamo e che abbiamo accettato come qualcosa da tramandare ha iniziato la sua parabola discendente. La storia sostituisce la storia, prima o poi il gol del secolo andrà in pensione. E chissà che siano proprio loro a dircelo.

 

Nell’immagine, Maradona durante i quarti di finale contro l’Inghilterra, Coppa del Mondo 1986. Allspot UK /Allsport

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