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Il signore della luce

Per parlare di Bruno Baiardi oggi diremmo "visionario": la storia del figlio di un mezzadro che ha illuminato New York.

Bruno Baiardi era una persona difficile da ridurre a definizioni. Nato nel 1951 a Tortona, provincia di Alessandria, in una famiglia di umili origini, il padre era stato mezzadro e aveva poi affittato un terreno a Bruno, un piccolo paese dell’Alto Monferrato. Baiardi visse per anni proprio lì, in una delle proprietà del casato dei Faà di Bruno, marchesi di nobili ascendenze sabaude e cattoliche (Francesco Faà di Bruno, un ufficiale e matematico dell’Ottocento, venne beatificato da papa Giovanni Paolo). Scomparso nell’estate del 2007, Baiardi ha fondato e diretto con cura quasi paterna un’azienda, la Space Cannon, che ha rivoluzionato la tecnologia e tenuto alto il nome dell’Italia nel mondo. Questa, riassunta di seguito, è la sua storia.

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Gli inizi

L’infanzia di Baiardi è un canovaccio comune a molti suoi coetanei che al tempo si trovavano nelle stesse condizioni economiche: la sveglia, posto che ci fosse e non fosse invece uno strattone, suonava alle quattro di mattina, per ricordare che nella stalla c’erano gli animali da accudire. Poi il giovane Bruno era obbligato a una mattinata nei campi, trecentosessanta giorni l’anno. E infine c’erano tre chilometri da fare a piedi per andare a scuola, percorrendo una strada in larga parte in salita, e iniziare la giornata.

L’episodio che indirizzò la sua vita sui binari del destino inizia con duecento lire, la somma che ai tempi delle medie i genitori gli diedero per assistere a un concerto a Nizza Monferrato, una tappa del Cantagiro – la kermesse musicale itinerante precorritrice del Festivalbar. Tra un’esibizione e l’altra, Baiardi rimase incuriosito dalle persone vestite in camice bianco che sul palco si occupavano dell’acustica dell’evento. E, una volta tornato a casa, ha raccontato di non aver detto altro che «devo studiare elettronica». Cioè il percorso di studi che il signore vestito di bianco gli aveva detto di aver seguito.

Di Bruno, un paesino collinare di qualche centinaio di abitanti, è anche Mario Soave, che conosceva bene Baiardi e mi ha raccontato qualcosa su lui e la Space Cannon: «Ha scelto di studiare da perito elettronico dai salesiani di Savona, e poi ha trovato lavoro alla Davoli a Torino». Davoli all’epoca – parliamo dei primissimi anni Settanta – era un marchio di Parma leader nell’amplificazione, che sfruttò a dovere il boom di gruppi e orchestre («i complessi», come li ha definiti il mio interlocutore) di quegli anni. Nell’azienda Baiardi si fece pressoché subito notare per le qualità che poi lo contraddistingueranno sempre: una passione totalizzante e sincera, un’attenzione innaturale per i dettagli, un amore quasi maniacale per lo sviluppo e la determinazione di quelli cocciutamente convinti di essere destinati a realizzare qualcosa di grande. Passato un primo periodo, decise di mettersi in proprio fondando la Baiardi amplificazioni in una rimessa di Bruno. In quel garage, pioniere dimenticato di ben più celebri omologhi californiani venuti alcuni decenni dopo, dal ’70 al ’74 fu anche Soave, che – dice – «dava una mano» (in seguito, per la cronaca, si trasferì a Milano, assunto dalla Sip – poi Telecom Italia – l’azienda dove conobbe mio padre, il signore seduto accanto a me ad ascoltarlo).

Tra gli addetti ai lavori iniziò a circolare un modo di dire: «Non si muove foglia che Baiardi non voglia»

«A casa sua aveva messo su un laboratorio di amplificazione, nel quale la sera realizzavamo impianti per i locali del circondario e per molti cantanti, tra cui Guccini, Fossati e Prudente», racconta Soave pescando fra i ricordi. Nel 1976, dieci anni dopo che il suo fondatore si invaghì dei tecnici del Cantagiro, la Baiardi divenne il fornitore del primo Festivalbar di Verona. Negli anni Settanta i «complessi» lasciarono gradualmente il campo a un nuovo format di divertimento per il fine settimana: la discoteca. «Lui ci vide un’opportunità», ricorda bene Mario. Erano gli anni delle prime luci psichedeliche, delle macchine del fumo (che Baiardi sarà il primo a inventare e costruire), dei dj che erano ancora, per esteso, “disc jockey”. Tra gli addetti ai lavori iniziò a circolare un modo di dire riferito al campo degli impianti di amplificazione: «Non si muove foglia che Baiardi non voglia».

La prima sede della Baiardi amplificazioni, nei primi anni Settanta (sulla destra, Mario Soave).

Il futuro, quello a cui il pioniere di Bruno ha sempre guardato, parlava di discoteche e luci via via più ricercate. Nel giro di due anni, ormai nei primi Ottanta, rilevò una serie di sale da ballo, balere e capannoni e aprì cinquantasei discoteche sparse su tutto il territorio italiano. Una, ad Ozzano, sulla strada statale tra Casale Monferrato e Asti, il Raptus, non era solo particolarmente all’avanguardia, ma si affidava anche a una reclamizzazione peculiare. Per chiamare a raccolta i suoi potenziali clienti sparava potentissimi fasci di luce nel cielo stellato che copre i pendii del Monferrato. Era stata un’idea di Baiardi stesso, ça va sans dire.

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Tribute in Light

Gli impresari musicali, le orchestre e le miriadi di gruppi sorti in quegli anni erano spesso poco affidabili. «Se non gli chiedevi i soldi la sera stessa non li vedevi più», chiosa nemmeno troppo scherzando Soave. La ricerca e la dedizione del primo team Baiardi miravano più in alto, fin dove arrivavano le luci del Raptus. E produssero in breve tempo il primo alimentatore per lampade speciali, di dimensioni e peso molto più contenuti rispetto agli standard dell’epoca. «Un giorno ad Alessandria mi disse di aver affittato un vecchio capannone per aprirci una ditta di fari», ricorda Mario. Nello stesso periodo, a metà degli Ottanta, brevettò un sistema per la resa dinamica del fascio di luce di una lampada da 24V. Dato che il vetro non poteva essere toccato, e l’elevato amperaggio escludeva l’inserimento di contatti striscianti, Baiardi si inventò un piccolo motore per far ruotare la struttura del proiettore. «A quel punto ha abbandonato il settore dell’audio», dicendo addio al business delle discoteche per dedicarsi anima e corpo all’illuminazione. Nel 1988, dopo un periodo di lavoro con marchi leader globali come Phillips e Osram e diverse esposizioni, fiere e viaggi di autopromozione («una volta lo incontrai. Stava andando in Germania, voleva brevettare una sua invenzione con gli unici soldi che aveva a disposizione: spese tutto in quello», viene in mente a un certo punto al fratello di Soave, Angelo) nasceva a Fubine, Alessandria, la Space Cannon, che negli anni diventerà leader di mercato e, con le parole di Baiardi stesso, «un’azienda di ricerca e sviluppo di tecnologie per l’illuminazione», un Peripato del design della luce capace di creare da solo gran parte delle evoluzioni più importanti del settore (si pensi, ad esempio, al sistema cambiacolori dicroico, brevettato a livello internazionale).

La lista dei luoghi illuminati dall’azienda di Baiardi nei suoi vent’anni d’attività è talmente lunga, variegata e prestigiosa da risultare straniante: le cascate del Niagara, le torri Petronas di Kuala Lumpur, la Mecca, le Olimpiadi di Sidney del 2000, i Giochi invernali di Salt Lake City e Torino, il Carnevale di Rio, l’anniversario dell’incoronazione di Elisabetta d’Inghilterra, la Casa Bianca, il Quirinale, il grattacielo Al Faisaliah di Riyad, negli Emirati, la Central Tower di Hong Kong, concerti come quello di Paul McCartney a Roma e quello degli Scorpions a Berlino, il tricentenario di San Pietroburgo, hotel in Florida e dozzine di palazzi mitteleuropei. E questo, per quanto sia difficile da credere, è solo l’elenco breve.

 
Il ‘Tribute in Light’ di New York.

Nelle lampade allo xeno utilizzate in questi e molti altri eventi sparsi per l’Italia, l’Europa e il mondo c’è soprattutto la lungimiranza, e di sicuro il cuore, di un ragazzino che si alzava alle 4 di mattina per accudire il bestiame nella stalla in un piccolo borgo del Monferrato. Com’è anche presente nell’immagine che più di tutte rappresenta l’emblema del prestigio e i risultati raggiunti dalla Space Cannon. È il cielo nero di New York rischiarato da due torri di luce silenziose ma eloquenti, imponenti eppure tristi, generate da 88 fari da ricerca a luce bianca, da 7000W di potenza; una scena che si ripete uguale l’11 settembre di ogni anno. Si chiama ‘Tribute in Light’, è visibile anche a cento chilometri di distanza da Ground Zero, giù fino al New Jersey. Con questo incarico dal 2002 in poi Bruno Baiardi, il figlio del mezzadro, ha illuminato il mondo.

Il cielo nero di New York rischiarato da due torri di luce silenziose ma eloquenti, imponenti eppure tristi

New York è celebre anche come ‘Big Apple’ o ‘Capital of the world’. Fubine, a quindici chilometri da Alessandria, al censimento del dicembre scorso contava 1.681 abitanti; ospita annualmente una sagra dell’asparago e una Festa dell’unità.

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Il signore della luce

Oggi la Space Cannon ha chiuso i battenti, acquisita da un concorrente austriaco, Zumtobel, che ne ha rilevato il marchio nel 2007. Bruno Baiardi è morto di tumore nei primi giorni di agosto dello stesso anno, lasciando una moglie, una figlia e una cinquantina di operai tra i più specializzati dell’intero settore. Era un uomo buono, mi si dice, e spesso negli ultimi anni chiedeva un compenso non più che simbolico per molti lavori svolti per la sua comunità. Non prese mai la patente. Della sua vita dice tanto il penchant per i brevetti, sintomo preciso di un’esistenza tesa all’arrivare primi, a scrutare il futuro e provare a stringerlo, escogitare il domani e i mezzi con cui realizzarlo. Non a caso, sul risvolto di tutti i dépliant aziendali che mi hanno prestato i suoi vecchi amici campeggia una colonna di testo sotto una sua foto:

Tutto ciò che poteva essere stato inventato è già stato fatto. Questa asserzione è stata rilasciata nel 1899 dal Patent Office degli Stati Uniti. Se questi esperti conducessero il mondo, noi saremmo ancora avvolti nel buio. È nostra responsabilità infrangere i pensieri sorpassati ed esplorare il regno delle cose non ancora provate. Là esistono opportunità che aspettano solo di essere portate alla luce.

Nel 2010 Zumtobel ha iniziato la procedura di liquidazione dell’azienda e inserito in cassa integrazione i suoi quarantasette impiegati, sostenendo che la qualità dei suoi prodotti non fosse più in linea con gli standard internazionali. Sarà. Da più parti, però, si insinua che il vero fine degli austriaci fosse fin dall’inizio quello di impadronirsi dei brevetti dell’ex concorrente, facendolo uscire di scena.

A luglio dell’anno scorso le ruspe hanno demolito il Raptus, che su quello spiazzo di Ozzano verrà sostituito da un parcheggio. Alla stregua di vestigia decadenti di un’altra era, rimangono soltanto i colori delle luci a led con cui negli ultimi anni Baiardi si era dedicato a sperimentare, «vestendo» (per usare l’espressione che ho sentito pronunciare ad Angelo Soave) palazzi e monumenti di ogni epoca e latitudine.

La sede della Space Cannon è tornata ciò che era all’inizio di questa storia: un paio di capannoni immersi nel paesaggio monotono e grigio della Bassa padana. Negli ultimi tempi ha fatto notizia soltanto sulle cronache locali alessandrine per un tentato furto di rame, lo scorso maggio. Accostando l’auto lungo la strada provinciale che lambisce i suoi cancelli, mi sono chiesto come un posto così anonimo abbia potuto fare da cornice a un’epopea di tale fascino. Vista oggi, la Space Cannon mette anche un po’ di tristezza nostalgica. In fondo, viene da pensare, da qui l’America non è mai stata più lontana.

Restano anche alcuni dei manifesti funerari affissi a Bruno, Fubine e in tutto il circondario nel giorno in cui Baiardi scomparve. I fratelli Soave ne hanno ancora uno, che mi mostrano srotolandolo sul tavolo in silenzio. C’è scritto, a caratteri cubitali, «ci ha lasciato il signore della luce».

Nell’immagine in evidenza: il Tribute in Light nella notte newyorkese.
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