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Il ritorno della geopolitica

Dalla Cina all'Ucraina, la geopolitica torna ad essere uno strumento chiave per capire ciò che accade nel mondo. E con essa le mappe. Anche se in Italia la geografia è poco più di una materia scolastica complementare.

La geopolitica è tornata. Lo dicono gli analisti, su riviste specializzate, come Foreign Affairs, e generaliste, come Time. Lo dicono i fatti di questi mesi, a cominciare dalla contesa tra Russia e Ucraina, Stato-cuscinetto. Lo dicono gli archivi infiniti di mappe, che i governi commissionano a società private. Nel suo archivio la DigitalGlobe Inc, contractor del Pentagono per fornire informazioni sulle “Dark Areas” del pianeta,  ha quattro miliardi di chilometri quadrati d’immagini geospaziali.

«E poi ci sono le mappe dei sogni…» inizia a raccontare il Cartografo mentre costeggiamo la costa cambogiana. Era la sua base per disegnare le carte delle isole. Prima aveva fatto lo stesso lavoro tra Tibet e Nepal. Le mappe dei sogni non rappresentano luoghi fantastici. Sono mappe di luoghi reali, ma che si credevano leggendari, tracciate seguendo un mito, un racconto. Com’è accaduto a lui: «Mi dicevano che in un sentiero himalayano c’era una porta che si apriva in una valle… ». È così che ha disegnato la carta della Naar Phu, la valle himalayana dove si entra attraverso una porta. Navigando tra le isole e raccontandoci storie, alle mappe dei sogni si sono sovrapposte quelle delle possibili rotte del volo fantasma MH370. Che a loro volta, inizialmente, intersecavano quelle del Mar della Cina del Sud, possibile teatro di un’altra guerra mondiale.

Quando ci si addentra nelle zone oscure, o s’intersecano spazio e tempo, dalle mappe dei sogni si passa a quelle degli incubi. Il Cartografo lo sapeva. «Il cartografo serve a questo. A disegnare quello che c’è sotto» aveva detto. «I cartografi sono un po’ come le spie». Si riferiva ai tempi del Grande Gioco, quando molti degli uomini che tracciavano le carte dell’Asia erano agenti di una potenza imperiale. Vale ancor oggi. È ciò che il Pentagono chiama “human geography”, che va oltre la rappresentazione geospaziale per documentare quel che “c’è sotto”. È il prodotto della humint, l’intelligence umana. Nel senso di “capacità di apprendere o comprendere cose o riuscire ad affrontare nuove e difficili situazioni”.

«Se fai un giro in moto lungo le coste di Taiwan ti rendi conto perché è così importante per la Cina. A est è separata dal continente da un canale di acque basse, a ovest si affaccia sugli alti fondali dell’Oceano Pacifico. È come un’immensa portaerei. O una base per sommergibili nucleari», mi aveva spiegato un giornalista di base a Taipei. Quel giro in moto si era rivelato un perfetto esempio di humint.

«La geopolitica ci consente di collocare un evento in una struttura più ampia in modo da determinare il suo potenziale significato e identificare le connessioni tra tendenze apparentemente diverse».

Siamo tutti un po’ spie. Per apprendere, comprendere o affrontare dobbiamo incrociare le mappe dei luoghi con le mappe mentali. È quello che fa, ad esempio, Stratfor, società privata: «Mentre i media si concentrano sulle dichiarazioni dei leader, noi analizziamo le forze che condizionano i leader, in modo da comprendere e prevedere il loro comportamento» ha scritto George Friedman, il fondatore e presidente. La geopolitica, secondo Friedman, è lo strumento principale di quest’analisi. «La geopolitica ci consente di collocare un evento o un’azione in una struttura più ampia in modo da determinare il suo potenziale significato e identificare le connessioni tra tendenze apparentemente diverse». In questa prospettiva gli analisti e i corrispondenti di società come Stratfor stanno diventando i nuovi guru dell’informazione. L’intelligence e l’analisi geopolitica sono il contraltare alla superficialità virale.

Lo dimostra Robert D. Kaplan, capo analista geopolitico di Stratfor, “prolifico viaggiatore e stratega” con un passato accademico e da consulente del Pentagono. Il suo ultimo saggio, Asia’s Cauldron: The South China Sea and the End of a Stable Pacific, ad esempio, è lo strumento per comprendere ciò che accade nel “calderone” del Sud-Est Asiatico, in particolare quei 3,5 milioni di chilometri quadrati d’acque tra Taiwan e il Borneo che potrebbero divenire lo scenario di una nuova guerra mondiale (lo Scontro Frontale, descritto nel romanzo di Tom Clancy). Allo stesso modo, in Monsoon: The Indian Ocean and the Future of American Power, Kaplan ha ridefinito lo scenario del Grande Gioco, la partita contemporanea tra Cina e Stati Uniti, evidenziando le miopie dell’Occidente rispetto alla strategia cinese. Visione confermata dall’impegno cinese nella “Nuova Via della Seta” (marittima e continentale).

L’idea, che affonda le sue radici nella cultura geopolitica veneziana, si concretizza in un’immensa rete di corridoi economici stabiliti dalla Cina per riaffermare il suo antico ruolo di Regno di Mezzo. «La mappa delle due vie della seta ci mostra l’enorme scala del progetto…un anello che collega tre continenti» è il commento a una carta pubblicata dall’agenzia di stato Xinhua per illustrare una serie di articoli dedicata ai “nuovi sogni” con cui la Cina è destinata a «diffondere pace e progresso nelle nazioni attraversate».

Osservando quella mappa (nella foto, tratta dal sito Xinhuanet.com) si ha l’ennesima conferma delle tesi di Kaplan: «Il mondo non è piatto, la geografia non è morta, il territorio e i legami di sangue che vi scorrono sono al centro di ciò che ci rende umani». Le afferma nel saggio The Revenge of Geography, recentemente riprese in un articolo su Time: “Geopolitics and the New World Order”. «Siamo testimoni della rivincita della geografia: nel confronto Est-Ovest per il controllo dello stato cuscinetto dell’Ucraina, nello scenario del dopo primavera araba che vede il disintegrarsi del medio oriente in feudi etnici e settari, in una corsa agli armamenti senza precedenti nell’Asia Orientale» scrive Kaplan.

Il ritorno della geopolitica” è sostenuto anche da Walter Russel Mead, un “conservatore illuminato”, professore di politica estera al Bard College di New York. Secondo Mead (in un articolo su Foreign Affairs), la prematura scomparsa della geopolitica è una conseguenza dell’altrettanto prematura dichiarazione di fine della storia.  «Con la storia fuori gioco, l’attenzione si è spostata dalla geopolitica allo sviluppo economico…al mutamento climatico e al commercio». Ma la storia non è finita e il mondo oltre i confini dell’Occidente costringe a riconsiderare la geografia. «In un mondo dove la geopolitica è subordinata all’economia, l’umanità rischia di somigliare un po’ a “l’ultimo uomo” descritto da Nietzsche: un consumatore narcisista la cui massima aspirazione è un viaggio al centro commerciale».

La geopolitica è così divenuta una visione del mondo. Che per molti è un’illusione. Lo sostiene (ancora su Foreign Affairs) G. John Ikenberry (pseudonimo di due professori di politica estera). L’illusione, nel senso d’errata percezione, creata dalla geopolitica è che l’ordine mondiale sia meno stabile e resiliente di quanto è, sottovalutando il potere sia degli Stati Uniti, sia dei “valori universali” di cui è portatore.

Ma la critica maggiore alla visione geopolitica è quella di “determinismo geografico”, secondo cui tutto deriva da fattori fisici, ambientali, etnici, tenendo in scarsa considerazione la politica, i mutamenti culturali, l’imperialismo e il declino degli imperi, le interconnessioni economiche. «Come la proiezione di Mercatore, la visione della geografia di Kaplan distorce la realtà» è stato scritto nel sito Map East Africa.

Il determinismo geografico, invece, è parte integrante della cultura orientale, specie confuciana. «La Cina si muove in un raggio d’azione disegnato dalla geografia» mi disse il professor Zha Daojiong, della scuola di studi internazionali di Pechino, in un’informale conversazione. All’obiezione che rivendicare isole a un migliaio di chilometri dalle coste cinesi poteva apparire una forzatura geografica, il professor Zha rispose con un sorriso: «Voi italiani avete perduto memoria del concetto di Mare Nostrum».

L’ineffabile professor Zha non poteva immaginare quanto avesse ragione. Nella scuola italiana la geografia è ridotta al rango di materia complementare e si manifesta solo nei programmi degli istituti tecnici a indirizzo economico e turistico. «La geopolitica sarà ‘il senso comune’ della prossima generazione» ha scritto George Friedman. Almeno in Italia, la previsione di Stratfor pare destinata a non avverarsi.

 

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